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Sermoni domenicali

Sermone di domenica 7 febbraio 2010 (Ebrei 4,12-13)

Sermoni domenicali

Sermone: Ebrei 4, 12-13 «La parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l'anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore. E non v'è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo render conto».

 

Sermone

 

Care sorelle e cari fratelli, l’autore della lettera agli Ebrei rivolge un lungo sermone ai suoi destinatari per incoraggiarli circa le difficoltà che vivevano nella società come credenti cristiani. Questi credenti trovavano umiliante credere in un Cristo come “uomo di dolore, le persecuzioni che essi stessi subivano avevano provocato delusione, perché si aspettavano una salvezza che li liberasse dalle sofferenze umane.

Il predicatore però, cerca di rendere ragione dei testi biblici su cui si appoggiavano i credenti, spiegandone il senso autentico, non letterale, ma spirituale, per cui le Scritture dell’Antico Testamento diventano la prefigurazione di un nuovo Patto che Dio farà con l’umanità. Il nuovo Patto è perfetto perché non è stato compiuto con il sangue di animali, ma con il sangue di Cristo, che è la Parola vivente di Dio, Dio stesso che si offre all’umanità. Il nuovo Patto è per sempre, non servono altri olocausti, altre offerte a Dio, ma è accaduto una volta per tutte.

Questa spiegazione deve confortare chi legge la lettera, perché Gesù, l’uomo di dolore, non è rimasto prigioniero della distruzione, della devastazione, dell’annullamento, ma attraverso l’annullamento fisico ha vinto l’insufficienza umana, la sua parzialità, il suo peccato, il suo dolore, la sua sofferenza.

 

 

Non bisogna temere dunque, perché siamo in buone mani. Siamo entrati, cioè, all’interno di una nuova alleanza con Dio, in cui Dio stesso decide di essere l’autore della nostra salvezza, del nostro perdono e della nostra redenzione, liberandoci da tutte quelle offerte che davano solo l’illusione di meritare la grazia di Dio.

Il predicatore ricorda il Salmo 95 in cui è detto: Oggi se udite la sua voce non indurite i vostri cuori come fece il popolo nel deserto che non raggiunse la terra promessa, il risposo di Dio, ma solo i loro figli.

Ecco, il predicatore ci informa che questa promessa della terra, del riposo, della grazia, del perdono, della libertà, è valida ancora oggi. Oggi può essere l’occasione di vedere davanti a te un futuro, una meta, la promessa di Dio. Il predicatore ci dice che un popolo, una chiesa, che non ha una meta davanti a sé è solo costretto a vagare, a perdersi, a errare. Oggi puoi fare l’esperienza della promessa di Dio, senza più vagabondare, una promessa che dà veramente il senso alla tua vita perché è Dio stesso, come Parola, che ti cerca. Di  fronte a lui non puoi nasconderti o fingere, non puoi non essere te stesso.

Per questo l’autore paragona questa Parola di Dio ad una spada affilata a doppio taglio che squarcia il velo che separa il cielo dalla terra, separa l’anima dallo spirito, le giuntura dalle midolla; divide cioè quello che conta da ciò che è solo apparenza, la verità dalla finzione, l’importante da ciò che è di secondaria importanza. L’autore intende orientarci verso una meta, che è una promessa, la libertà da noi stessi, la terra del riposo.

La presenza della spada nel discorso del predicatore vuole indicare il fatto che siamo messi a nudo, che nulla può essere nascosto a Dio, il quale ci dà l’opportunità di rivedere la nostra posizione, di dare uno sguardo introspettivo, dentro di noi, di fare l’autocritica senza timori e paura, perché tanto siamo conosciuti da Lui come realmente siamo.

Ti è offerto il tempo di fare una sincera introspezione in te stesso per individuare dove si situa il tuo essere e il tuo apparire, come sei dentro veramente e come appari agli altri e a Dio stesso.

La Parola di Dio, produce tutto questo, essa fa di un giorno qualunque un “oggi”, di un qualunque momento del nostro tempo ne fa un tempo di crisi e di decisione, il tempo della monotonia quotidiana può diventare lo spazio della libertà e della gioia; questo fa la Parola vivente di Dio: attiva e rinnova la speranza e ristabilisce la fiducia, fa degli esseri umani erranti, dei protagonisti della storia di Dio, li rende discepoli e collaboratori di Gesù.

Ciò che questa parola ci insegna è di guardare avanti, nella direzione della promessa di Dio, perché chi guarda al passato più che al futuro è come il popolo d’Israele che non riesce a passare dalla schiavitù dell’Egitto alla libertà della terra promessa.

Certo non si tratta di un cammino facile, il riferimento a Israele nel deserto e alle sue mormorazioni, riflette le nostre ansie e le difficoltà della nostra marcia, riflette le asperità del deserto che tante volte ci troviamo a dover attraversare, perché tante volte anche noi dubitiamo, vorremmo tornare indietro, rinunciare alle difficoltà del cammino, in cerca di una strada senza ostacoli e più serena.

Il predicatore ci insegna a non rinunciare, ad andare avanti, a guardare lontano, al di là del nostro piccolo orizzonte, e ci ricorda che la promessa che Dio fece al suo popolo, quella di “entrare nel suo riposo”, è ancora valida per noi. Perché questo accada è necessario passare per il fil di spada di quella Parola che separa in noi il vero dal falso, ciò che conta da quello che è solo apparenza, ci pone di fronte a noi stessi per conoscerci, anche solo in parte, per capire, per decidere, per andare oltre, per guardare lontano. Anche se ciò accadrà non senza dolore.

Tutto ciò è un’opportunità che ti è concessa, fratello, sorella, l’opportunità di riflettere sulla tua vita, sul senso della tua vita, sull’obiettivo e sulla meta della tua vita. Non temere di essere aperto e scoperto da quella Parola che sa leggere dentro di te, dentro il tuo cuore, per indicarti la promessa di Dio che sola potrà darti pace, riposo e libertà. Amen!

 

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