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Roma (NEV), 27 maggio 2009 - Dal 22 al 24 maggio, presso il centro di Ecumene (Velletri, Roma) si è svolta la Consultazione annuale delle chiese metodiste italiane. Si tratta di un appuntamento periodico nel quale i metodisti italiani, che dal 1979 costituiscono una componente della Chiesa valdese (Unione delle chiese metodiste e valdesi), fanno il punto sulla situazione delle loro chiese in Italia e delineano le prospettive della loro testimonianza. Alla consultazione hanno preso parte circa 150 persone: particolarmente numerose le rappresentanze delle chiese del nord ma significative anche le presenze di alcune storiche comunità del Mezzogiorno; sempre più visibile, infine, la componente dei metodisti immigrati, provenienti soprattutto dall'Africa occidentale e dalla Corea del Sud. I lavori sono stati aperti da una relazione del pastore Massimo Aquilante, presidente dell'Opera per le chiese metodiste in Italia (OPCEMI), il cui mandato, dopo sette anni, scadrà in occasione del prossimo Sinodo delle chiese metodiste e valdesi che avrà luogo a Torre Pellice (TO) nel prossimo agosto. L'agenzia NEV ha intervistato il presidente Aquilante.
L'Assemblea ha accolto con particolare calore la sua relazione di apertura della Consultazione, l'ultima dal momento che il suo mandato scadrà tra qualche mese. Vuol dire che il metodismo è in buona salute?
Siamo una piccola realtà che oltre trent'anni fa scelse con convinzione di integrarsi con la Chiesa valdese, la cui storia secolare e il cui radicamento territoriale costituisce un riferimento importante per tutto il protestantesimo italiano. Però siamo una realtà viva, che cerca di riflettere costantemente sul suo ruolo in questo paese, sulla vocazione che il Signore ha rivolto a questa piccola realtà protestante che però vanta legami importanti con la numerosa famiglia metodista mondiale. Al tempo stesso siamo una realtà aperta, che negli ultimi anni ha saputo accogliere numerose sorelle e fratelli immigrati ed ha saputo rinnovarsi insieme a loro. Senza particolare enfasi ma con profonda riconoscenza al Signore, la Consultazione ha preso atto di questa realtà che ci attribuisce nuove responsabilità: come metodisti sentiamo come nostra specifica vocazione spenderci per l'Italia, per il bene di questo paese, per la sua crescita sociale, morale e spirituale.
Non è un momento facile per il nostro Paese. Che lettura ha dato la Consultazione dell'Italia di oggi?
Preoccupata per la crisi economica e per l'impatto che ha sulla vita di tante persone. Ma soprattutto indignata per i recenti provvedimenti governativi e parlamentari in materia di sicurezza. Emerge diffusamente una cultura deviata e deviante di un valore importante come quello della sicurezza. Innanzitutto dobbiamo cercare di garantire tanto la sicurezza degli italiani quanto quella degli immigrati. L'una non è più importante o più morale dell'altra. In secondo luogo la sicurezza è il frutto di un "patto", di un reciproco riconoscimento che al tempo stesso impone dei doveri e riconosce dei diritti. Ma con gli immigrati l'Italia di oggi non stabilisce alcun "patto", al contrario rende sempre più precaria e insicura la loro permanenza nel paese. E si affermano misure che hanno tratti discriminatori e persecutori nei loro confronti. Si tratta di un problema che ci preoccupa e ci impegna perché sfida la nostra coscienza di credenti: per questo ne abbiamo discusso a lungo ed abbiamo approvato un documento di lavoro che proporremo all'attenzione del prossimo Sinodo.
L'integrazione tra valdesi e metodisti ha compiuto trent'anni. C'è qualcosa da mettere a punto?
L'integrazione tra due famiglie del protestantesimo con storie e tradizioni diverse come valdesi e metodisti è stato un fatto storico, eccezionalmente importante ed innovativo nel mondo ecumenico. Oggi è più facile comprendere il senso di quel passo che, trent'anni fa, fu davvero unico. Il punto di forza dell'integrazione è che nessuno dei due soggetti che l'ha voluta ha perso la sua identità: come metodisti ci siamo impegnati a valorizzare la nostra storia e la nostra specifica riflessione teologica. Lo abbiamo fatto nei campi studi del centro di Ecumene, nelle nostre chiese, in diversi centri culturali. Lo faremo nel Centro di documentazione metodista che il Sinodo dovrebbe approvare tra qualche mese. Insomma, perché l'integrazione funzioni meglio occorre più metodismo, più coscienza della sua specificità teologica. Così come serve rafforzare quella tradizione e quel radicamento valdese che tutti noi sentiamo come un patrimonio del protestantesimo e dell'Italia.
Ma soprattutto l'integrazione serve e servirà alla predicazione: siamo qui per spenderci per l'Evangelo e per il bene del nostro paese, non per salvaguardare un sentimento identitario.
Qual è il tratto più originale del metodismo nel quadro più generale del protestantesimo italiano?
Sin dalla sua origine in Inghilterra e dalla sua presenza in Italia che si intreccia con le complesse vicende risorgimentali, il metodismo ha sempre espresso una particolare sensibilità politica: per noi una chiesa che predica è una chiesa che agisce nelle ferite della società. Ed in questi anni lo abbiamo fatto intrecciando riflessione teologica e politica sui temi della democrazia, della laicità, della giustizia sociale. Questo intreccio di idee e di testimonianza è il patrimonio spirituale che, come metodisti, mettiamo a disposizione dell'intero protestantesimo per la sua testimonianza nell'Italia di oggi.
Fonte: NEV numero 21