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Zucche e trattati - Lo spazio delle religioni nella nuova europa

Mentre in Italia si raccolgono le firme contro la sentenza del tribunale europeo di Strasburgo, contraria all’esposizione del crocifisso nelle scuole pubbliche, l'1 dicembre è entrato in vigore il Trattato di Lisbona sul funzionamento dell’Unione europea.
In realtà, almeno in Italia, questa grande novità politica ed istituzionale è passata assolutamente in silenzio, sostanzialmente ignorata dai grandi media, quasi che si trattasse di un passaggio puramente formale di ingegneria istituzionale. Che gli italiani – a partire dalla classe dirigente - si sentano poco europei non è una novità; che anche il mondo della cultura e il sistema della comunicazione di massa abbiano ignorato la rilevanza del Trattato di Lisbona e il suo significato politico dà la misura di un preoccupante provincialismo culturale.
Il Trattato, come noto, è frutto di una faticosissima mediazione e non ha lo status di una vera "costituzione europea" come pure qualcuno aveva sognato. Tuttavia delinea un "patto" tra popoli e governi del vecchio continente e rafforza i poteri dell’Unione su importanti settori delle politiche interne dei singoli stati membro; inoltre, istituendo la figura di un "ministro degli esteri", propone la UE come soggetto politico internazionale animato da una propria visione e strategia politica.

Il mondo cattolico, che pure da Robert Schumann a Jacques Delors ha fortemente condiviso il sogno europeista, oggi non nasconde il suo timore che l’Europa che sta nascendo dimentichi la sua anima cristiana. L’insistente richiesta vaticana di inserire la menzione delle "radici cristiane" nel preambolo del Trattato, come ben sappiamo, non è stata accolta. E non certo per pregiudiziale anticlericalismo ma soltanto perché, da punto di vista religioso, l’Europa è ben più complessa di alcuni dei paesi che la compongono. Visti da Bruxelles o da Strasburgo, Roma e il Vaticano appaiono lontani, persino periferici rispetto a una cultura politica prevalente nei paesi dell’Unione che regolamentano i loro rapporti con le confessioni religiose con strumenti assai diversi da quelli italiani. La costituzionalizzazione del Concordato, il meccanismo dell’otto per mille, il privilegio esclusivo dell’Insegnamento religioso confessionale, la centralità della Conferenza episcopale nel dibattito pubblico nazionale anche su temi di stretta competenza parlamentare, non costituiscono la "norma" europea ma semmai un’eccezione. 
Ed infatti l’articolo 17 del Trattato, quello che delinea i rapporti tra le istituzioni europee e le confessioni religiose, ha un impianto assai diverso da quello a cui in Italia siamo stati abituati. Afferma infatti che l’Unione, rispettando le chiese, le associazioni o le comunità religiose, ne riconosce "l’identità e il contributo specifico" e quindi mantiene con esse "un dialogo aperto, trasparente e regolare". Molto significativo il comma che precisa che l’Unione riconosce ugualmente "lo status di cui godono, in virtù del diritto nazionale, le organizzazioni filosofiche e non confessionali".

Siamo insomma di fronte a un modello di "laicità aperta", o se si vuole "per addizione", in cui le istituzioni non sono più laiche in quanto sottraggono spazio alle confessioni religiose ma in quanto promuovono un confronto plurale che consente loro di esprimersi nello spazio pubblico, fermi restando i limiti delle loro competenze, precisi e distinti da quelli delle istituzioni pubbliche. 
Il riconoscimento e la sostanziale equiparazione delle comunità di fede, chiese comprese, alle "organizzazioni filosofiche e non confessionali" precisa questa cornice di una laicità dialogica e pluralista.
Ovviamente l’articolo 17 del Trattato non intacca in alcun modo l’efficacia degli articoli 7 ed 8 della Costituzione italiana e lo "status" della chiesa cattolica e delle altre confessioni religiose garantito dall’ordinamento italiano: delinea tuttavia un riferimento e propone un modello, per ora, assolutamente teorico. Starà alle istituzioni europee da una parte ed alle confessioni religiose dall’altra, interpretarlo e concretizzarlo attraverso proposte e suggerimenti. Senza privilegi "di maggioranza" o complessi di inferiorità: in questo quadro anche i protestanti italiani, potrebbero, ad esempio, promuovere un confronto pubblico nel nostro paese per capire come applicare questo articolo e per indicare alcuni contenuti di discussione e dialogo con le istituzioni.

L’articolo infatti, ipotizzando un dialogo "aperto, trasparente e regolare", contiene tre aggettivi molto specifici ed impegnativi. La sua applicazione implicherà l’apertura di un tavolo europeo "delle religioni" al quale potranno sedere su un piano di parità cattolici e protestanti, ebrei e musulmani, induisti e buddisti, sikh e baha’i. Attorno a un altro tavolo, e forse talvolta allo stesso "delle religioni", potranno sedere massoni e agnostici, razionalisti ed atei. 
"L’Europa ci toglie il crocifisso e ci lascia le zucche" ha dichiarato il cardinale Tarcisio Bertone all’indomani della sentenza della Corte per i diritti umani di Strasburgo. Giudizio affrettato ed ingeneroso. L’Europa non distrugge i simboli religiosi ma costruisce il quadro della laicità democratica nel quale ogni cittadino, credente, non credente o diversamente credente, può esprimere le sue tradizioni e i suoi valori.

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