Il mio 17 febbraio con gli homeless 24


Il grosso problema di Seattle è la situazione degli homeless. Come definirli in italiano? Senzatetto, senza fissa dimora, barboni? Non saprei con precisione, perché è un fenomeno molto diverso da quanto vediamo in Europa. Forse la definizione giusta è “poveri”, perché qui se sei povero perdi tutto, anche la casa, e non c’è un sistema pubblico di welfare che faccia da paracadute. Qui cadi e basta.

Seattle è una città molto ricca, in crescita grazie alle nuove tecnologie: qui hanno la sede principale Microsoft e Amazon. Il prezzo delle case è in costante aumento. Gli homeless sono sia cittadini del posto che hanno perso tutto sia persone che vengono da altre parti negli Stati Uniti, perché, dove ci sono i ricchi, ci sono più briciole da condividere. Seattle è la quarta città degli USA per presenza di homeless (dopo New York, Los Angeles e Las Vegas) e tra il 2013 e il 2014 sono aumentati del 7%. Parliamo di circa 10mila persone su 700mila abitanti. Alcuni vivono in shelters (rifugi), altri in macchina, e poi panchine, portici e sottoponti.

L’iniziativa privata in favore degli homeless è diffusa e le chiese sono in prima linea. Già ho visitato un rifugio enorme in centro città. Nei suoi sotterranei la chiesa di Madrona ospita un rifugio per 6 famiglie. E ieri ho visitato la Food Bank del YWCA (cioè un banco alimentare) nel quartiere di Madrona a qualche isolato dalla chiesa presbiteriana. Cioè, visitato no… mi hanno fatto lavorare, con grande piacere.

Funziona così. Ogni mercoledì dalle 12 alle 15 il banco è aperto al pubblico. La mattina alle 8 arrivano i furgoni con il cibo. Si tratta di cibo appena scaduto o prossimo alla scadenza, che proviene soprattutto dai supermercati. La contea dona qualcosa, ma poca roba. I volontari e le volontarie sistemano il cibo e organizzano la distribuzione. Ho contato almeno una quindicina di volontari in totale.

IMG_4763 IMG_4762

Io sono arrivato alle 11.20. Mi hanno dato un grembiule con scritto il nome. Mi hanno fatto firmare una liberatoria (niente soldi per il lavoro, niente assicurazione se ti fai male). Mi hanno spiegato cosa fare, come accogliere le persone, cosa dare loro e cosa non dare, come mantenere l’ordine. Alcune regole mi parevano strane («Non portare i loro sacchetti e le loro scatole; l’eccezione sono le donne incinte», per dirne una), ma poi ho capito quanto fossero importanti.

Ore 12, si apre il flusso: fino alle 13 possono entrare solo gli homeless ospitati nei rifugi della zona di competenza. Passano per la responsabile che controlla il loro nome al computer. Se non ci sono li inserisce.

La prima persona che servo è un vecchio afroamericano: «Hi, good to see you: what’s your name?» «My name is Bob, how are you, Peter, today?» «I‘m fine, thanks! Let’s see what I have for you here» E inizia il giro. Un’acqua e una bibita, un pacchetto a scelta tra patatine e popcorn, un pacco di biscotti tipo Ritz e crackers a volontà. Poi burro d’arachidi, fagioli e zuppa in scatola, tonno, cereali per la colazione, latte, yogurt e oggi abbiamo anche il gelato. «Prendi il latte nel caffé?» «Certo», e gli dò le piccole confezioni col goccio di latte per macchiare il caffè. Poi carne macinata e salsiccia. Reparto caffè: «Solo il Decaf avete?» «Mi spiace, è quel che ci hanno portato». Cucinano negli shelter, e allora ecco r––iso, pasta (che non prende nessuno ad eccezione degli amatissimi -qui- Mac&Cheese), mezza dozzina di uova e poi reparto frutta e verdura: 3 patate, 3 cipolle, 3 mele, 3 pere, 1 arancia, 1 limone, 4 cipolline, diverse verdure e cavoli, 1 pomodoro, 2 o 3 banane. «Hai il bollino della contea?» Mi mostra il dorso della mano destra: «Sì» «Ok, allora c’è anche una tanica di tè freddo e del burro di arachidi extra per te» «Bene» Poi pane, un dolce confezionato, caramelle. Il giro è finito. «È tutto?» «Grazie e have a nice day, man!» «You, too!».

IMG_4759

E ricomincia il giro. Sono persone di ogni tipo. Donne, uomini, bianchi, afro, asiatici. Ho servito pure una giovane asia-americana che sembrava una studentessa universitaria. Sono più puliti e ordinati di quanto mi aspettassi. C’è una naturalezza in questa situazione così straordinaria ai miei occhi, naturalezza di cui non so se rallegrarmi o inquietarmi. Dopo quattro persone, le responsabili mi dicono: «Ehi, ci servi qui, vieni al magazzino». Così passo due ore: aprire gli imballaggi e riempire delle scatole o delle cassette con l’inventario del contenuto. In particolare apro delle confezioni da 10 mini-colazioni Kellogg’s: nel fine settimana si fanno i pacchetti per i bambini homeless e bisogna avere tutto sistemato bene. È un lavoro che si fa all’aperto. Piove, ma l’unica nostra preoccupazione è salvare il cibo, non i nostri vestiti.

IMG_4761

Nel frattempo vedo un flusso enorme di gente: dalle 13 alle 14 le persone iscritte nel registro YWCA, dalle 14 alle 15 tutti gli altri. E io rientro nel giro della distribuzione con loro, quando la pioggia si fa troppo forte per inscatolare all’aperto. Almeno 200 persone, forse di più, sono state servite alla Food Bank. A un certo punto volevo fotografarle, poi ho pensato che non tutto va fotografato, in particolare le persone in difficoltà. Molti di loro hanno una famiglia: tutta la famiglia è homeless. L’ultima cosa che viene distribuita è il cibo per il cane o il gatto. Perdere la casa è una tragedia, figurarsi se uno dovesse pure abbandonare l’animale domestico.

IMG_4760Alle 15 abbiamo chiuso e abbiamo ripulito il posto, buttato quel che avanzava e non si poteva conservare, messo da parte il resto.

La mia più grande sorpresa, però, alla fine è stata l’enorme quantità di cibo avanzata. Non è vero che c’è cibo per tutti: ce n’è ancora di più! «E questa mattina ce ne hanno portato poco», mi dice la responsabile, «Purtroppo quando all’inizio decidiamo le quantità per singoli e famiglie, non sappiamo quanta gente verrà». Il cibo è avanzato, ma le arance e le verdure (cavoli esclusi: una montagna!) son finiti, la cioccolata è finita, il latte, il gelato, lo yogurt: tutto finito.

IMG_4770

All’ingresso della Food Bank c’erano diverse infografiche che spiegavano la buona alimentazione. Se sei povero, la tendenza è infatti di riempirsi di carboidrati, di merendine, di cibo pronto che costa poco e riempie. Non si tratta qui solo di riempire stomaci, ma di prendersi cura delle persone che, purtroppo, si presentano in tanti, troppi. Troppi non perché non ci si possa prendere cura di loro, ma perché non è giusto che vivano in povertà.

Questo è stato il mio 17 febbraio. Libero di servire il prossimo.

IMG_4767

 


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

24 commenti su “Il mio 17 febbraio con gli homeless