Predicazione di Natale 1


Predicazione di Natale sul testo di Giovanni 1,1-14, a cura del pastore Peter Ciaccio.

Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta. Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli stesso non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. È venuto in casa sua e i suoi non l’hanno ricevuto; ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome, i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio.E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.

La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno sopraffatta.

Il momento centrale dell’anno liturgico non è il Natale, ma la Pasqua. È la resurrezione che rende Gesù un bambino speciale a Natale, è la Pasqua che dà senso al Natale. È la Pasqua, la sconfitta della morte operata da Dio in Cristo, a dare un senso al nostro stare insieme, al nostro riunirci in questo luogo, al nostro impegno, al nostro contribuire. È l’annuncio della Pasqua che riunisce i discepoli sparsi e li trasforma in comunità in attesa del dono dello Spirito.

Eppure, nel Seicento quando i nostri antenati furono minacciati di sterminio nell’ultimo serio tentativo di eliminare i valdesi, essi scelsero il loro motto dal prologo del Vangelo di Giovanni, dai versetti che abbiamo ascoltato poco fa, che narrano l’incarnazione della Parola, ovvero parlano, con parole particolari, della nascita di Gesù Cristo.

La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno sopraffatta. Probabilmente la seconda parte sarebbe stata troppo lunga nel logo. Noi tendiamo a dimenticare le seconde parti, noi tendiamo a ricordare un pezzo, difficilmente il tutto. Non so se questa cosa abbia un nome: io lo chiamo “effetto Engels”, perché tutti si ricordano di Marx e si dimenticano di Engels.

Oppure c’è una seconda possibilità, per me più suggestiva: il responsoriale liturgico. Alle parole “La luce splende nelle tenebre”, il mio cuore, la mia voce risponde “e le tenebre non l’hanno sopraffatta”.

Vogliamo provarci? “La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno sopraffatta”.

Cosa sono queste tenebre? Giovanni usa un linguaggio particolare. Di solito viene definito il vangelo filosofico, che è un modo elegante per dire che non ci si capisce niente. È un vangelo che non si limita a descrivere o non cade nell’illusione che esista una descrizione che non sia al tempo stesso interpretazione. Giovanni ha capito chi è Gesù e non vede perché debba nasconderlo ai suoi lettori.

Giovanni usa un linguaggio particolare, il linguaggio gnostico. La gnosi era, è tuttora, un sistema di pensiero che crede esista una verità nascosta, da illuminare. Solo gli illuminati possono accedere a questa conoscenza. Ci sono dei gradi di conoscenza, un po’ come la massoneria. La verità è appannaggio di pochi e per accedervi bisogna scalare i vari gradi di conoscenza. La gnosi usa un linguaggio dualista, per opposti, in cui primeggia la dicotomia luce/tenebre.

Giovanni usa un linguaggio gnostico per parlare agli gnostici, molto diffusi all’epoca di Gesù. Gli gnostici vivevano separati dagli altri, fuggivano dal mondo, dalla dimensione della carnalità, per aspirare alla luce. Ma Giovanni non è gnostico. Il suo è un modo di portare chi pensa così a Gesù.

Ora, noi non dobbiamo pensare che gli gnostici fossero un gruppo antico che non ci riguarda più. Molti ancora oggi ragionano come gli gnostici, dividono il mondo in due, in luce e tenebre, in buoni e cattivi, in ortodossi ed eretici, in uomini e donne, in normali e anormali. Probabilmente è qualcosa di innato in noi, se pensiamo che l’informatica funziona con il sistema binario. Ma i computer non giudicano se 0 è meglio di 1, se Sì è meglio di No. Siamo noi a farlo.

C’è chi crede che gli uomini siano migliori delle donne. Per migliori intendo non un’opinione, una preferenza: intendo un’oggettiva superiorità che porta a maggiori diritti e minori doveri, a un dominio sull’altra parte, che diventa controparte. Sostituite uomini e donne con altre dicotomie e avrete lo stesso meccanismo. Un modo di ragionare meccanico, automatico, ingiusto o, per dirla in termini teologici, un modo di vedere il mondo con gli occhiali del peccato.

Abbiamo avuto proprio in questi giorni un esempio di questo modo ingiusto di vedere il mondo quando la maggior parte del Senato, organo cui è allocato un grande potere decisionale nel nostro paese, ha deciso che circa 800mila italiani non sono italiani. Due dicotomie: io posso decidere e tu no, e allora decido contro di te, e la dicotomia connazionali e stranieri. Allora qual è la luce di cui parla Giovanni? Quali sono le tenebre che essa rischiara?

Cominciamo con le tenebre. Le tenebre non sono la mancanza di conoscenza. Le tenebre sono il peccato. Sin dal racconto della Genesi è chiaro cos’è il peccato: guardare al prossimo che il Signore ci mette accanto non come “ossa delle mie ossa e carne della mia carne”, ma come qualcuno da dominare, da sopraffare, da sfruttare. Ingiustizia, violenza, sofferenza: tutte queste sono declinazioni e conseguenze del peccato.

Immaginate i nostri antenati nella fede che stanno per essere sterminati. Già soffrono, già subiscono ingiustizie, già subiscono violenze di ogni tipo. Ora il peccato sembra avere la meglio. Le tenebre si ingigantiscono, una grande ombra incombe sulle Valli Valdesi. È quale fu la loro risposta, come hanno capito quel che stava succedendo secondo la loro fede? Così: “La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno sopraffatta”.

Non hanno trovato conforto anzitutto nel messaggio pasquale, ma nel messaggio natalizio, non nella distruzione delle tenebre, ma nell’eterna sconfitta delle tenebre davanti a una luce seppur piccola e fioca. Quella luce piccola e fioca è la luce emanata da quella stalla di Betlemme: la nascita di un bambino, lontano da casa, in un luogo precario, circondato non dai suoi cari, ma da sconosciuti. Non i grandi palazzi del potere, ma una stalla. Non un uomo potente, ma un neonato indifeso, totalmente dipendente da chi gli è vicino. Questa è luce che splende nelle tenebre.

La speranza viene da lì, dall’onnipotente Dio che si fa “debol fanciullo”. È lì che noi, nel momento dell’estrema vulnerabilità, troviamo conforto. Se Dio non sceglie di esercitare il potere per sé ma di vivere la nostra vita, con tutti i rischi del caso, non ultimo il rischio di morire, allora la nostra vita acquista un senso.

Con la Resurrezione il Signore ci promette che ci porta con sé, sconfiggendo la morte, verso la vita eterna. Ma è con l’Incarnazione, alla nascita di Cristo, col Natale, che il Signore comincia a prenderci per mano. Quando noi vediamo un neonato tendiamo a dargli la mano, per farcela prendere e tirare, in quel giochino meraviglioso che fanno i bambini appena nati. Con Gesù è proprio così: facciamoci prendere per mano e condurre dove vuole Lui, senza paura, perché “La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno sopraffatta”. Amen.


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