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Sermone di domenica 27 giugno 2010 (1 Re,1-16)

 

Care sorelle e cari fratelli,

Il nostro testo parla di un rifugiato, Elia. Perché deve fuggire il grande profeta? Elia viene per fare una dichiarazione di guerra ad Acab, un re cattivo d’Israele. Esce dal nulla, nessuno lo conosce; è un Tisbita, cioè uno che non vive al centro del potere, ma uno della periferia, di questi posti che nessuno va mai a visitare. E arriva lì, al palazzo della capitale strapieno di profeti di Baal. Gezabel, la regina fenicia, la moglie del re Acab, faceva mangiare 400 profeti alla sua mensa e a Samaria, Acab aveva addirittura fatto costruire un tempio a Baal. Loro venerano quel dio della pioggia e dei temporali e Astartea, la dea della fertilità. Secondo lei sono loro che fanno crescere il grano e danno la raccolta di olivi per l’olio.

Credono nella vitalità, nella fecondità. Al re Acab interessa soltanto il proprio potere. Un paese soffre se le classi dirigenti si interessano solamente del loro potere: è una forma d’idolatria. Anche oggi assistiamo a spettacoli del genere.

 

Nella relazione del Quarto Distretto delle nostre chiese nel sud d’Italia che abbiamo discusso alla Conferenza in Calabria due settimane fa possiamo leggere: “Solo per un aspetto l’Italia dimostra la sua unità: nelle mafie. Le mafie meridionali hanno raggiunto anche il Centro ed il Nord del paese, dove riciclano i proventi del malaffare.” Adorare il proprio successo economico a tutti i costi senza badare alle leggi dello Stato, ignorando i diritti altrui è una forma dell’idolatria: una forma dell’adorazione del potere, del paganesimo come nel caso di Astarte o Baal. Anche i fascisti e i nazisti credevano nella fertilità o nel potere ad ogni costo. La criminalità organizzata è in parte basata sullo sfruttamento dei migranti. I senza potere devono lavorare più di 15 ore al giorno, senza contratti, assicurazioni ecc, moderne forme della schiavitù. E noi ne siamo coinvolti se compriamo le arance a prezzo troppo basso, qui al Sud. Per quanto riguarda l’idolatria, il sociologo Jean Ziegler nel suo libro “L’odio per l’Occidente” denuncia il doppio linguaggio dei nostri paesi occidentali che concernano i nobili “obiettivi del millennio” (Millenium goals) che sono stati stilati a New York nel settembre 2000. Uno dei quali dice: “Combattere l’Aids, la malaria e altre epidemie”. Nel 2010 a causa di Aids diciotto milioni di bambini saranno diventati orfani nell’Africa meridionale. “La diffusione dell’epidemia Aids è diventata rapidamente un grosso ostacolo nella lotta contro la fame e la miseria”, che fa emigrare tantissime persone dai propri paesi diventando dei rifugiati. Nessuno degli “obiettivi del millennio” potrà mai essere raggiunto senza che ci si impegni in una negoziazione multilaterale sui prezzi internazionali dei farmaci (per combattere l’Aids), sui termini degli scambi commerciali ecc. Ma i nostri paesi, e anche noi, non sono pronti ad affrontare questi cambiamenti del sistema. Anzi, continuiamo invece ad adorare l’idolo del proprio potere economico. - E’ seducente credere nella fertilità, nel proprio successo. In quale idolo metto la mia fiducia? La mia intelligenza, la mia salute o la mia bellezza? Il nome Elia significa: YHWH è il mio Dio!

Elia si mette nei guai: arriva alla corte di Acab per denunciare nel nome di Dio di Israele l’idolatria del re. Il profeta annuncia la siccità, equivale a preannunciare oggi alla borsa di New York il crollo totale del Dow Jones, una profonda crisi economica, a un re che non ascolta più il Dio d’Israele. Minacciato dal re che non è abituato a essere criticato, Elia deve fuggire in un luogo sperduto, lontano dal controllo di Acab, presso il torrente Querit. Si trova in una grande solitudine, in un luogo deserto. - Pero proprio lì, scoprirà che il suo Dio, il Dio d’Israele, il Signore della vita lo accompagna, gli dà da mangiare. Come ha dato da mangiare al suo popolo nel deserto, e meglio ancora! Il menù del popolo dell’esodo era manna con pane al mattino e carne la sera; il menù di Elia è pane e carne mattina e sera ! Il suo Dio si rivela come un Dio che nutre il suo popolo. Però, Dio gli manda il cibo con i corvi, cioè animali impuri, usati dai popoli vicini come messaggeri divini o nelle pratiche di esorcismi. Accettare di mangiare il cibo dai corvi per Elia è come accettare di contaminarsi, non racchiudersi nel proprio schema di pensiero, nelle sue esigenze di purezza. E’ un esercizio in umiltà per il grande profeta. Elia deve imparare che cosa significhi essere uomo di Dio. Imparare anzitutto che l’uomo vive di ciò che riceve e non di ciò che possiede, come dirà Paolo: “che cosa possiedi che tu non abbia ricevuto?” E impara che le vie della provvidenza divina sono imprevedibili.

Di nuovo viene messo in strada da una parola del Signore. Questa volta bisogna attraversare la frontiera per andare nel territorio di Sidone, a Sarepta. Questo è il territorio del nemico, dei Fenici, è la patria di Gezabel la cacciatrice di profeti, la terra di Baal. Elia perde la patria, come tanti di noi qui nella chiesa! Elia, il rifugiato, che chiede a Acab di rispettare il patto con il Signore e di abbandonare il culto di Baal, si ritrova nel territorio di Baal, a chiedere aiuto a una donna pagana. Questa donna, anche lei una dei margini, dei suburbi. Vedova, senza protezione, poverissima, senza futuro, esclusa.

Un uomo minacciato, in esilio, che deve incontrare e chiedere aiuto a una donna esclusa. Che umiliazione per il profeta della purezza! Elia, colui che incarna nel proprio corpo la relazione tra Dio e il suo popolo subisce una dura formazione. Ecco, la dura lezione: i discepoli di Dio, i credenti non sono eroe autonomi ma persone che dipendono gli uni dagli altri. Hanno bisogno di solidarietà.

Cosa succede in questo incontro tra questi due personaggi ? Tra lui, cacciato via, minacciato di morte, e lei convinta che non sopravvivrà un giorno in più. Lui chiede a la donna che sta per morire: dammi da mangiare! Una domanda inaudita! E lei fece come Elia le aveva detto, e infatti loro due ebbero di che mangiare per molto tempo. Sì, c’è un miracolo, si moltiplica il pane. Però il miracolo vero è che tutti e due credono in qualcosa che pare impossibile. Riescono ad alzare il naso dal fondo delle preoccupazioni. La fede delle due è l’impegno totale delle loro vite, l’ubbidienza a Dio. Con quale conseguenza? Per la donna: se tu condividi con lui, lo sconosciuto, il poco che hai, il Signore ti promette: “la farina nel vaso non si esaurirà e l’olio nel vasetto non calerà…”. Il Signore provvederà per te. Per il rifugiato Elia: Se tu ubbidisce la parola del Signore ad andare nell’esilio, nel paese dei nemici, Dio provvederà per te. Fidarsi di Dio anche nella miseria! Seguono l’esempio di Dio che si impegna, per noi, si è dato per noi in Gesù Cristo. Le due rappresentano con la loro fede una visione di vita alternativa, solidale. Rendendosi conto della propria indigenza e fidandosi di Dio.

Per tutti i migranti della terra Dio promette: tutti riceverete il necessario - non l'abbondanza del palazzo di Samaria del Acab – ma quello che è necessario per vivere. Non adoriamo il Dio del potere, della fertilità e del successo, ma il Dio liberatore della solidarietà che ci rende consapevoli della nostra esigenza e ci rende capaci di fidarci di Lui e del prossimo che è bisognoso come me, ma nel suo modo diverso. Così deve essere nella chiesa: è una comunità dei bisognosi che si fidano di Dio e che si impegnano gli uni per gli altri. Portate i pesi gli uni gli degli altri e adempirete così la legge di Cristo. Galati 6,2.

Ogni persona ha qualcosa da dare e qualcosa da ricevere. I rifugiati tra di noi non sono soltanto i poveri bisognosi ma possono diventare portatori di un messaggio profetico, essendo maturati nella suola dura dell’esilio: per esempio la fiducia radicale in Dio, nonostante tutto. Essere accoglienti non vuol dire soltanto dare in modo magnanimo, significa anche lasciarsi cambiare dall’ospite. Ricordiamoci di Abramo che nella sua vecchiaia riceve tre ospiti (Genesi 18) e tutta la sua vita cambia.

Se portiamo i pesi gli uni degli altri, se capiamo di dipendere solo dalla grazia di Dio, se viviamo come dei servi di Dio, diventiamo leggeri diventiamo felici e diventiamo liberi!! Liberi dall’idolatria, dall’adorazione di noi stessi, liberi dalla paura e dalla disperazione. Saremo liberi! - Ma sarà un battaglia fra i miei idoli e il Dio d’Israele, anche oggi. Credi nel Dio della misericordia che innalza gli umili e che nutre i bisognosi, il Dio che mi esamina attentamente e che mi vuole plasmare secondo il suo immagine o rimani fedele al Dio del benessere e del proprio successo ad ogni costo? Dio ci dà tanto da imparare, ci manda nelle circostanze difficili, talvolta all’estero per farci maturare, per farci diventare dei discepoli veri, come ha fatto nel caso di Elia. Due sono le condizioni perché il miracolo dell’incontro con l’aiuto di Dio avvenga: una è accettare di spostarsi, di cambiare prospettiva. L’altra è di dare, e soprattutto di dare fiducia all’altro, allo sconosciuto, che può essere mandato da Dio a me. Allora siamo chiamati a credere in questa grande promessa del Dio della vita: la farina e l’olio, la vita, non mancheranno mai nei nostri vasi. Per noi che non siamo rifugiati: Lasciamoci contaminare dalla presenza dei nostri fratelli e sorelle che sono rifugiati, proviamo ad accogliere i doni che ci fanno. Tramite i quali possiamo riconoscere questo Dio che viene, che ci apre nuovi orizzonti. E rivolto ai rifugiati: credete che Dio vi sosterrà, anche nella precarietà. A noi qui nella chiesa che è composta da rifugiati e non rifugiati: abbiamo il coraggio a testimoniare insieme: noi lottiamo insieme per il Dio della vita contra i baalim di questo mondo! - In fin dei conti: con gli occhi della fede: tutti i credenti in Cristo sono migranti in questo mondo: "Non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura" (Eb 13,14; cf Eb 11,10-16). Il nuovo Gerusalemme dove alla fine tutti troveranno rifugio. Amen!

 

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