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Sermoni domenicali

Sermone di domenica 4 luglio 2010 (I Corinzi 1,18-25)

Sermoni domenicali

Testo della predicazione: I Lettera ai Corinzi 1, 18-25

La predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio; infatti sta scritto: «Io farò perire la sapienza dei saggi e annienterò l'intelligenza degli intelligenti».

Dov'è il sapiente? Dov'è lo scriba? Dov'è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza di questo mondo? Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia; ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini.

SERMONE

Care sorelle e cari fratelli, il brano biblico che l’apostolo Paolo scrive e che abbiamo ascoltato è un testo di rottura, un forte testo di contestazione. A noi possono suonare scontate le parole di Paolo: «Noi predichiamo Cristo crocifisso». Ma qui sta accadendo che l’apostolo deve richiamare i credenti di Corinto affinché sia predicato il Cristo crocifisso e non un altro cristo. In realtà, Paolo non sta semplicemente parlando della centralità della fede, ma di una centralità della fede perduta; l’apostolo è critico, pungente, sta cercando di intaccare e frantumare una immagine di Dio distorta che si erano fatta alcuni credenti di Corinto. Paolo sta restaurando la croce, sì, sta facendo un’opera di restauro della croce, ma non nel senso di abbellire un’opera antica, ormai superata, non sta cercando di ripristinare il senso della croce come fondamento della fede.

Nei versetti poco precedenti il nostro brano, l’apostolo parla delle divisioni e delle contese sorte all’interno della chiesa di Corinto, invita, perciò, ad essere uniti e ad avere un unico fondamento. Alcuni si schierano con la teologia di un predicatore, Apollo, altri con quella di un altro Cefa, altri ancora con Paolo stesso. L’apostolo deve ricordare che la fede non si fonda né sulla teologia, né sulla filosofia, né sulla scienza, né su una persona, spirituale o intelligente per quanto possa essere. Una parte dei credenti di Corinto fondava la propria fede nei miracoli (questi erano quelli provenienti dall’ebraismo), annunciava l’evangelo di un Dio che interviene nella storia con opere potenti, che questo Dio c’è dove sono manifeste le sue opere e che non c’è dove non ci sono miracoli. «Dio ha fatto questa guarigione, vedete? Vuol dire che esiste e che è dalla nostra parte».

Altri credenti si stupivano davanti a tale ingenuità e fondavano il loro cristianesimo su una filosofia che razionalizzava la fede spiegando perché aveva senso credere nel Dio di Gesù Cristo. In fondo questi credenti avevano delle carte valide nelle proprie mani per evangelizzare a indurre gli increduli a credere. Ma anche oggi c’è chi gioca queste carte. La sensibilità dell’ebreo che credeva solo se i segni di Dio erano evidenti, era appagata dall’annuncio di tante opere potenti che Dio aveva compiuto, e la sensibilità dei greci, che necessitava di razionalizzare scientificamente anche la fede, era compiaciuta. Oggi diremmo che si trattava di una comunità con delle buone prospettive e un buon futuro di crescita numerica.

Ma a scompigliare le posizioni dei due gruppi giunge l’apostolo Paolo il quale critica e contesta con forza quelle tesi o quel tipo di cristianesimo che rende vana la croce di Cristo. Per Paolo l’annuncio dell’Evangelo non può essere fondato su altro fondamento che su Cristo crocifisso, non sul Cristo glorioso, o sul Cristo terapeuta e guaritore, non sul Cristo che pronuncia discorsi altamente filosofici: «Quando venni da voi, non venni ad annunciarvi la testimonianza di Dio con eccellenza di parola o di sapienza; poiché mi proposi di non sapere altro fra voi fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso… affinché la vostra fede fosse fondata non sulla sapienza, ma sulla potenza di Dio» (2,1.5).

Ma per i credenti di Corinto era semplicemente follia l’annuncio di un uomo morto di morte violenta, era pazzia fondare la fede su un segno ignominioso quale la croce; più ovvio era fondare la predicazione e la fede sull’immagine di un Dio glorioso, che è presente ovunque, che guarisce, che si propone come fondatore della sapienza e della scienza stessa, anzi, che tutto ciò che è comprensibile e intelligibile fa parte di Dio stesso che è sapienza.

Ma per Paolo è la croce di Cristo la sapienza di Dio, Paolo spiega che la predicazione non è un annuncio filosofico o teologico, non è l’annuncio miracolistico delle opere di Dio, ma è semplicemente l’annuncio della nuda croce dove Dio ha dato se stesso. La croce è il luogo dove Dio si presenta al mondo, ma è anche il luogo dove nessuno era mai andato e dove nessuno si sogna di andare. La croce è una brutta parola, evoca violenza e brutalità. Cicerone diceva di non nominarla mai perché porta male.

Eppure è la croce il centro della rivelazione di Dio, è sulla croce che Dio si rivela nel suo essere più profondo come il Dio d’amore.

Paolo qui è energico, abbatte tutte le costruzioni teologiche dei corinzi che si erano impadroniti di Dio attraverso la sapienza e la filosofia o attraverso un Dio terapeuta e guaritore. Il messaggio della croce è un altro, Dio dice: «Io sono qua, eccomi, nell’umiliazione e nello scherno della croce: non nelle filosofie o nelle saggezze umane, non negli eventi miracolistici in cui accorrono le masse per essere guarite nel corpo, non potrete possedermi con le vostre risorse umane, con la vostra intelligenza e la vostra sapienza; Io sono nel luogo dove l’amore si fa rinuncia a se stesso, e diventa dono per l’altro».

La croce è il luogo dove Dio ha rinunciato a se stesso per amare e salvare gli esseri umani. L’unica predicazione possibile di Dio, dunque, è la croce, la croce è il luogo della rivelazione dell’amore di Dio.

Predicare Dio lontano dalla croce, significa rendere inefficace la croce di Cristo, significa sostituirla con qualcos’altro, significa darle un altro senso. Non predicare Cristo crocifisso significa predicare un altro Cristo, significa predicare se stessi, cioè un altro dio.

Eppure, può sembrarci strano, ma l’apostolo Paolo parla a dei credenti per i quali predicare Cristo crocifisso significava sminuire, svalutare il suo messaggio e la sua opera, ma a loro Paolo spiega che non hanno capito che la predicazione del messaggio evangelico non è non si configura all’interno della nostra logica umana, anzi, ci appare follia. Perché Dio non realizza il suo Regno soppiantando con la sua potenza tutti i regni del mondo, distruggendo i malvagi e annientando i nemici. Questa è la nostra logica. Infatti i corinzi annunciavano un Cristo che era sceso giù di croce con l’ausilio delle miriadi di angeli che avevano distrutto e soppiantato i suoi persecutori.

La potenza di Dio sta nel non imporsi, ma nel proporsi. Sta nell’umiliazione piuttosto che nella gloria, nella nonviolenza piuttosto che nella violenza. Tutto ciò è pazzia perché contrario alla logica umana.

Molti cristiani anche oggi non fondano la loro fede sul Cristo crocifisso e sulla croce che ci permette di comprendere la totalità dell’amore di Dio che si dà per ciascuno di noi, molti si illudono che surrogati come la filosofia e la teologia possono riempire i vuoti dell’esistenza umana e annunciano e credono, parlano di Dio appoggiandosi a una impostazione scientifica della fede per spiegare tutti i dubbi e le domande. Come anche per molti, Dio c’è se esaudisce la loro richiesta di guarigione, Dio esiste perché fa miracoli, Dio è il mio Dio perché ha compiuto un miracolo per me. Come se Dio avesse bisogno di essere legittimato da loro per essere Dio, o dovesse per forza imporsi con opere miracolistiche per essere creduto.

Costoro credono che Dio sia facilmente individuabile e soprattutto sanno dove Dio non è!

Ma Dio non si lascia legare, non si lascia dominare dalle nostre logiche umane, dai nostri bisogni di divino e di ultraterreno.

Dio ci attende alla croce, nel posto della rinuncia a se stessi, nel luogo dove l’amore si compie nella sua più profonda espressività. Là anche noi saremo capaci di donarci a Dio e al prossimo, questo è l’effetto della croce.

È questo restauro della croce che l’apostolo sta portando ai corinzi, e oggi anche a noi: dobbiamo partire da un fondamento certo, la croce, la sola che può fondare la nostra fede, che dal messaggio del Cristo crocifisso riceve il suo senso e il suo valore.

E tu, fratello, sorella, dove fondi la tua fede e l’annuncio dell’Evangelo a cui il Signore ti chiama? In un dio che è là per esaudire tutti i tuoi desideri, in un dio che si lascia inglobare dalla sapienza umana, o nel messaggio della Croce che è il luogo dove nessuno può appropriarsi di Dio, ma può ricevere da lui l’assicurazione del suo amore? Amen!

 

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