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Sermoni domenicali
Sermone di domenica 11 luglio 2010 (Romani 6,3-8)
| Sermoni domenicali |
Testo della predicazione: Lettera ai Romani 6, 3–8
Ignorate forse che tutti noi, che siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte?
Siamo dunque stati sepolti con lui mediante il battesimo nella sua morte, affinché, come Cristo è stato risuscitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di vita.
Perché se siamo stati totalmente uniti a lui in una morte simile alla sua, lo saremo anche in una risurrezione simile alla sua.
Sappiamo infatti che il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui affinché il corpo del peccato fosse annullato e noi non serviamo più al peccato; infatti colui che è morto, è libero dal peccato.
Ora, se siamo morti con Cristo, crediamo pure che vivremo con lui.
Sermone
Cari fratelli e sorelle, in questo brano della Scrittura, l'apostolo Paolo parla della morte conferendole una connotazione positiva: non parla della nostra morte fisica, ma di una morte che diventa il presupposto per una vita vera, che ha senso, degna di essere vissuta, in altre parole, la vita eterna. L'apostolo parla di una morte che è nascita, culla della vita.
Ma in che senso?
Paolo mette in rapporto la morte di Gesù Cristo con la nostra, parla della nostra morte non come di qualcosa che deve ancora avvenire, ma come di qualcosa che è già avvenuto. Questo concetto mette a fuoco la posizione teologica dell’apostolo sul futuro dei credenti. Egli presenta l'avvenire dei credenti come un cammino alla cui fine non c'è la morte, ma la risurrezione, infatti per Paolo, i credenti hanno già “vissuto la morte”, dunque, ciò che li attende è la risurrezione.
L’apostolo parte dalla consapevolezza che il destino dei credenti è legato al destino di Gesù, per quanto riguarda la sua morte e la sua risurrezione. Noi credenti siamo consapevoli che la morte di Cristo e la sua risurrezione sono il fondamento della fede cristiana, qui prendiamo coscienza che Dio, nonostante la nostra ribellione, sceglie di essere dalla nostra parte, con noi, per noi. Prendiamo consapevolezza del suo abbassamento fino a noi, della sua solidarietà con noi, peccatori/trici, del suo amore che va al di là della nostra comprensione e dei nostri confini.
Davanti alla croce ci riconosciamo tutti peccatori perché essa è stata issata a causa nostra, a causa del nostro peccato, ma allo stesso tempo salvati perché Cristo è morto al posto nostro.
Eccoci al nocciolo della convinzione di Paolo: al posto nostro. Al posto nostro, per l’apostolo, significa che noi, pur vivendo secoli più tardi, eravamo là presenti sulla croce con Cristo; perché quella morte abbraccia tutta la storia umana e non solo un'epoca. Questo significa che in Cristo siamo tutti morti.
Ma cosa vuol dire che in Cristo siamo tutti morti?
Vuol dire che non siamo più in debito con nessuno!
Così è! Chi muore, infatti, non ha più obblighi; lo affermava perfino la legge antica: «il morto è sciolto da ogni vincolo o debito che lo teneva legato». Essere morti con Cristo significa essere sciolti dai nostri debiti, dal nostro peccato che ora non ha più potere su noi perché non ha potere sui morti.
Essere morti al peccato, però, non significa che non pecchiamo più, ma che il peccato non ha più potere su di noi, perché noi non ci siamo più, per lui siamo morti e sepolti e non può vantare alcun diritto su noi.
Ecco, il battesimo a cui fa riferimento Paolo, rappresenta il segno di questa realtà potente di Dio che ci libera dal potere di qualcosa che non ci permetteva di riscattarci dal male. È il segno della nostra non appartenenza al male, quindi il segno della nostra appartenenza a Cristo.
E qui non c’è una via di mezzo, per l’apostolo non esiste una neutralità o una autonomia dell'essere umano. Detto in termini brutali, per poterci capire meglio: l'essere umano ha sempre un padrone cui obbedisce e si rende disponibile. Egli è sempre «servo» di qualcuno.
La grande svolta consiste nell'essere liberati dalla schiavitù e dal potere del peccato, una schiavitù che non abbiamo scelto e dalla quale non potevamo affrancarci da soli. Ma questa libertà dalla schiavitù del male, per l’apostolo Paolo, significa sottomissione totale a Dio.
Infatti l’apostolo spiega che la libertà non equivale a indifferenza, a indipendenza, a sganciamento da ogni punto di riferimento nella vita, ad autonomia individuale ed egoistica. No.
Chi è liberato dal peccato entra nell’orizzonte della libertà. Una libertà che ha sempre un senso, uno scopo, che non è libertà in sé. La libertà è per qualcosa, per qualcuno; per libertà s'intende la libertà per la giustizia, per la pace, per la solidarietà, per contribuire al bene della città, per l’equità, la rettitudine, l’onestà, la salvaguardia del creato, della dignità, dei diritti. Libertà vuol dire: impegno, servizio, non indifferenza.
E Paolo ci tiene a dirlo forte e chiaro.
Il battezzato sottratto al dominio del peccato non entra in una terra di nessuno. L'Esodo ne è anche la prefigurazione: l'uscita dalla terra dei Faraoni è anche l'ingresso nella terra della promessa, non è solo deserto. L'esistenza cristiana, la libertà dei credenti è obbedienza a Cristo, accettazione della sua signoria che esclude qualsiasi altra signoria.
Perciò Dio dice a Israele: «Io sono il Signore Dio tuo, non avrai né altri dèi né altri signori al mio cospetto». Si passa cioè da una servitù a un'altra. Infatti, dal Signore siamo considerati suoi servi, persone disponibili all'ubbidienza affinché si compia la sua volontà.
Con Dietrich Bobhoeffer si può parlare di grazia a caro prezzo. Egli definisce grazia a buon prezzo quella di chi pensa di poter vivere la sua libertà come nel deserto, in una terra di nessuno, con i suoi egoismi e la sua centralità. Bonhoeffer definisce grazia a caro prezzo quella di chi passa al servizio del Signore e scopre che la fede non è immobilismo, ma movimento verso l'altro, relazione, dialogo, apertura, incontro; che la fede è vivere per la causa del Signore - che è quella per il prossimo – perché l’amore di Dio raggiunga gli esseri umani nella loro parzialità, nei loro conflitti, nella loro confusione, nella loro ostilità. La grazia, dunque, è una realtà che impegna.
Dunque la nostra morte “in Cristo” non corrisponde al nulla, al deserto, all’autonomia, ma corrisponde ad una nuova vita che corrisponde alla risurrezione di Cristo. Dunque anche noi siamo risuscitati, siamo entrati all’interno di una vita nuova, ne percorriamo la strada, il cammino.
Il testo biblico di oggi ci chiama a rinnovare il nostro impegno battesimale. Liberati dal peccato ci è dato di camminare nella dimensione di una vita nuova autentica che significa dirigersi verso una meta, assumere uno scopo, vivere per, muoversi all’interno di un servizio e di un impegno.
La libertà fa nascere altra libertà, impegna affinché non vi siano schiavi, ma persone libere, impegna affinché la giustizia trionfi sull’illegalità e sull’abuso, perché la pace vinca il caos dell’ignoranza e si instauri la realtà del diritto sulle ceneri della violenza e della brutalità. Affinché abbia termine l’ipocrisia che nasconde arroganza e disumanità contro i miseri e gli ultimi in cerca di una vita nuova lontano dalla persecuzioni e guerre.
Proprio in questi giorni che ci apprestiamo a ricordare l’importanza del diritto e della legalità con l’anniversario della morte del giudice Paolo Borsellino e della sua scorta (19 luglio 1992) una notizia quasi del tutto taciuta dai Media parla di 245 eritrei detenuti in condizioni disumane nel Sud della Libia, nel deserto del Sahara, le cui vite sono a rischio di morte. Per noi sono un appello forte alle nostre coscienze anestetizzate.
Il Servizio rifugiati e migranti della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), ha spiegato gli questi eritrei rischiano il rimpatrio, e quindi torture, maltrattamenti e per molti la morte.
Come chiese evangeliche e singoli bisogna chiedere trasparenza sugli accordi intercorsi tra il nostro Governo e la Libia e sulle conseguenze che hanno sulle vite di chi, nonostante divieti, respingimenti, torture, continuerà a partire per sfuggire alla miseria e alla guerra.
Franca Di Lecce, presidente del Servizio rifugiati e migranti scrive: «Il “successo storico” per aver posto fine agli sbarchi di cui si vanta il Governo italiano, che continua a definire quell'accordo una svolta strategica per gli equilibri di tutta l'aerea mediterranea, è invece il successo della cultura della morte e della guerra. Noi vogliamo ascoltare quel grido, perché quel grido ci appartiene: ogni vita umana a rischio, umiliata e maltrattata, parla di noi, della nostra disumanità, della nostra indifferenza. E continueremo a chiedere alle istituzioni italiane ed europee di farsi carico delle responsabilità di ogni paese democratico che ha il dovere costituzionale di accogliere dignitosamente le persone che fuggono in cerca di protezione”».
Siamo chiamati al servizio nella nostra quotidianità, con la denuncia, con la richiesta di chiarimenti nei confronti di chi governa, con tanti piccoli o grandi gesti di attenzione, di cura, di accoglienza, senza aspettare che qualcuno lo faccia per noi. Ognuno di noi è chiamato a rendere gli spazi in cui vive, luoghi di servizio e di accoglienza, di offerta della propria disponibilità, della propria apertura, luoghi in cui l’amore può diventare visibile e condiviso.
Essere morti con Cristo significa che Dio ci dà nuove possibilità, ci rende cioè capaci, di aprire i nostri occhi e individuare le forme di violenza e di schiavitù per annunciare la liberazione degli oppressi.
Questo è l’Evangelo. Amen!







