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Sermone di domenica 5 settembre 2010 (Romani 8,14-17)

 

Testo della predicazione: Romani 8, 14–17

Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio.

E voi non avete ricevuto uno spirito di servitù per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridiamo: «Abbà! Padre!»

Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio.

Se siamo figli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo, se veramente soffriamo con lui, per essere anche glorificati con lui.


Sermone


Care sorelle e cari fratelli, tutti sapete che, in modo particolare, la Riforma protestante del ‘500 ha sottolineato la gratuità della grazia di Dio e del suo perdono. Una certa interpretazione della Bibbia imponeva ai credenti un peso insopportabile da portare, tutto il peso del proprio peccato la cui pena non sarebbe mai stata cancellata neppure con il pentimento e il perdono di Dio, una pena da scontare con atroci sofferenze, anche se potevano essere eliminate in parte con l’istituto delle indulgenze, ma che però prevedeva una grande partecipazione umana a livello di sacrifici e di denaro che non tutti potevano permettersi. Il credente era quotidianamente posto davanti al suo peccato di cui si rendeva schiavo perché non intravedeva il modo di esserne liberato. La paura di un futuro di dannazione, di un inferno eterno o di un purgatorio troppo lungo, restavano le cause di una vita oppressa da tristezza e alienazione.

Certo che i Riformatori alla luce della Parola di Dio dovevano sottolineare con efficacia che lo Spirito di Dio è donato a tutti i credenti e non soltanto ai chierici. Il capitolo 8 della lettera ai Romani da cui abbiamo letto alcuni versetti dà la chiave di interpretazione dell’opera di Cristo nel mondo. Infatti l’apostolo Paolo dice che «Non c’è più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù perché lo Spirito di Cristo mi ha liberato dal peccato e dalla morte». In modi diversi, la realtà sociale dell’epoca dell’apostolo non era tanto diversa da quella del ‘500. Forte era la paura della morte, dell’aldilà, ma anche della vita stessa che riservava prove e sofferenze.

 

Ma l’apostolo Paolo proclama un messaggio che voleva essere liberatorio rispetto alla paura, all’angoscia di una vita senza futuro e allo sgomento nel vedere vite spezzate e distrutte lungo la propria strada. L’apostolo proclama la possibilità di una dimensione di vita nuova, senza paura.

Egli afferma che Dio ci dona il suo Spirito; lo Spirito è per noi una possibilità, nuova, un dono che ci permette di vivere in una dimensione diversa, che ci dà la possibilità di superare la nostra debolezza umana, i nostri limiti, le nostre parzialità.

Tutti noi, persone umane siamo vittime di una logica egocentrica che ci domina e ci sottomette, questo è il nostro peccato; come esseri umani abbiamo la tendenza a considerarci il centro, a pretendere tutto per noi: beni, risorse, attenzioni, amore. Ma con il dono lo Spirito riceviamo una nuova e un nuovo dinamismo che ci orienta verso una direzione alternativa all’egoismo e ci fa camminare in sentieri di vita vera e di pace, incontro agli altri con la capacità di donare noi stessi, noi per gli altri, per la dignità del prossimo, per la sua libertà, per la sua umanità.

Questo è il miracolo che Dio compie! Da questo miracolo di Dio noi siamo trasformati veramente, ogni giorno. È qualcosa che ci rende liberi dal nostro egoismo, dalla schiavitù del peccato. Questo significa per l’apostolo «appartenere a Cristo». Questa è l’azione dello Spirito che orienta i credenti e li conduce per sentieri di libertà, di vita nuova e di pace per tutti.

Ecco, scoprire che possiamo vivere liberi da noi stessi e dai nostri egoismi (essere cioè figli di Dio) significa porsi in cammino verso gli altri, non fermarsi perché siamo finalmente arrivati. Essere figli di Dio non è una qualità acquisita, ma significa essere persone che intraprendono un cammino di vita aperto e sostenuto dall’azione dello Spirito di Dio.

Siamo in cammino verso il Regno di Dio, è Dio stesso che costruisce il suo Regno attraverso il nostro impegno, la nostra dedizione, la nostra testimonianza, il nostro incontrare gli altri nella loro solitudine, nel loro smarrimento, nel loro grido di aiuto.

Questo significa «essere condotti dallo Spirito», non significa esilio beatificante da questo mondo e dalla storia, non è raggiungimento felice di uno stato di pacifico possesso della salvezza. Essere condotti dallo Spirito vuol dire, invece, avere la possibilità di creare uno spazio di impegno in una esistenza libera dalla paura, libera dall’angoscia del peccato e della morte.

Significa che ci è data la possibilità di costruire qualcosa, di costruire la speranza, di costruire la solidarietà, di costruire la pace, i sogni stessi di Dio attraverso l’opera delle nostre mani.

È di noi che sta parlando l’apostolo in questo capitolo 8 della lettera ai Romani; non possiamo non sentirci chiamati in prima persona come credenti beneficiari del più grande miracolo della nostra vita. Ci sono, però, tanti credenti che se ne vanno per la loro strada, pochi tornano indietro per dichiarare la propria riconoscenza al Signore, come l’unico lebbroso che tornò indietro per riconoscere in Cristo colui che gli aveva offerto in dono una nuova vita.

Un racconto di saggezza orientale narra che «Un uomo traversò terre e mari per verificare personalmente la straordinaria fama di un maestro. Chiese a un discepolo: “Che miracoli ha operato il vostro maestro?”. Il discepolo rispose: “Be’, c’è miracolo e miracolo. Nel tuo paese è considerato un miracolo che Dio faccia la volontà di qualcuno. Nel nostro paese è considerato miracolo che qualcuno faccia la volontà di Dio”».

Davvero saggio questo racconto: l’apostolo Paolo questo ci rivela: la possibilità che ci è data di essere strumenti della volontà di Dio attraverso l’azione dello Spirito. Il miracolo più grande non è essere esauditi da Dio per una richiesta di guarigione o di altri simili cose, ma ricevere il miracolo della possibilità nuova dello Spirito che supera la nostra pochezza, la nostra parzialità, la nostra miseria, che pure rimangono in noi, ma che, nonostante tutto, ci permette di essere semi di pace per chi è vittima di conflitti e di violenza, semi di speranza per i poveri che attendono un riscatto, semi di solidarietà concreta per i senza-terra, i senza-voce e per chi subisce discriminazione, respingimento. Siamo chiamati a essere semi in mezzo all’indifferenza di fronte al dolore umano, di fronte all’omofobia che esclude e separa; di fronte allo sfruttamento della natura e delle persone.

Questo fa lo Spirito: trasforma le nostre priorità, liberandoci dalle nostre fobie, dai nostri egocentrismi. Non ci assicura una vita lontana dal mondo per vivere finalmente in pace, ma ci impegna in una maglia di relazioni umani in cui la presenza silenziosa e discreta di Dio rende possibile il miracolo dell’incontro con l’altro in modo autentico, sincero, costruttivo di una società più umana. Amen!

 

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