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Sermone di domenica 3 ottobre 2010 (Romani 14,17-19)

Testo della predicazione: Lettera di paolo ai Romani 14,17-19

Smettiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; decidetevi piuttosto a non porre inciampo sulla via del fratello, né a essere per lui un'occasione di caduta. Io so e sono persuaso nel Signore Gesù che nulla è impuro in sé stesso; però se uno pensa che una cosa è impura, per lui è impura. Ora, se a motivo di un cibo tuo fratello è turbato, tu non cammini più secondo amore. Non perdere, con il tuo cibo, colui per il quale Cristo è morto! Ciò che è bene per voi non sia dunque oggetto di biasimo; perché il regno di Dio non consiste in vivanda né in bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo. Poiché chi serve Cristo in questo, è gradito a Dio e approvato dagli uomini. Cerchiamo dunque di conseguire le cose che contribuiscono alla pace e alla reciproca edificazione.

 

Sermone

I versi indicati dal nostro lezionario erano limitati ai versetti 17-19, ho voluto allargare la prospettiva per meglio comprenderne il contesto: infatti la questione che l’apostolo pone non è nuova, l’esortazione alla tolleranza reciproca all’interno della chiesa di Roma, pone in luce il persistere di un problema di “convivenza” fra i membri di chiesa.

Infatti nelle chiese fondate da lui stesso e non, uno dei più comuni conflitti interni era dovuto all’atteggiamento da tenere verso il consumo delle carni provenienti dai sacrifici pagani e le relative questioni di purità rituale.

Nelle prime comunità cristiane, una buona parte proviene dal giudaismo, ed il residuo del ritualismo ebraico, vissuto per tanti anni non sembra facile da cancellare.

Gesti cultuali, osservanza di alcuni precetti, in particolare per la purificazione personale, ripetuti per anni ed anni, non sono facili da dimenticare.

Avete mai traslocato? Cambiato disposizione di mobili? O al ritorno di una lunga vacanza, ritrovate subito le precedenti abitudini?

Il gesto abituale di posare le chiavi nel mobile che ora non c’è più; il libro da posare nella libreria che è stata tanto tempo lì; ma qualcuno ha deciso di farti una sorpresa e spostarla.

E se mentre siete in queste difficoltà di ri-ambientamento vi si avvicin a qualcuno e comincia a prendervi in giro, come reagireste? Quale reazione potremmo avere?

 

In una condizione simile, ma ben più pesante, si trovavano quei membri di chiesa che Paolo definisce “deboli nella fede”; che ancora non hanno maturato ed assimilato le conseguenze dalla loro conversione al Vangelo di Gesù e che, in buona fede, si sentono ancora vincolati dalle prescrizioni alimentari del giudaismo. Anche se al contrario dei giudeo-cristiani, non danno assolutamente valore salvifico a questi precetti.

Nella stessa comunità sono presenti altri che in contrapposizione ai primi, possiamo definire “forti nella fede”, che godono del “bene della fede” (v. 16), che hanno acquisito il concetto nuovo che nulla è immondo, impuro in se stesso, perché in Cristo Dio ha reso pura ogni cosa.

Coloro che hanno raggiunto questa consapevolezza possono godere della libertà di mangiare ogni cosa, senza attribuire al cibo un valore sacro in funzione alla “salvezza”.

A questi “forti nella fede”, provenienti in parte anche loro dal giudaismo, l’apostolo Paolo si rivolge con un forte richiamo o con una virtuale “tirata di orecchi”, e li richiama fraternamente, ma con fermezza.

Infatti, con il loro atteggiamento intransigente, sprezzante verso i loro fratelli meno pronti al cambiamento, e, tentati di irridere i loro scrupoli liturgici, possono creare delle fratture all’interno delle comunità, quando di contro i deboli li potranno accusare di usare lo scudo della libertà, della fede per sottrarsi a qualsiasi disciplina morale.

Agli uni ed agli altri Paolo ricorda che sono stati giustificati, riconciliati con Dio, per mezzo della sola grazia, e che uno stesso sentimento, quindi, deve essere alla base della loro convivenza: “l’agape”, perché “Dio li ha accolti” (v. 3) così come sono, ognuno singolarmente per quello che erano senza distinzione di casta o altro merito personale.

Dio quindi ci ha accolti con tutte le nostre differenze, che comunque non riguardano l’essenza dell’evangelo; e allora Paolo può dire: tu, caro fratello o sorella, che ti senti forte nella fede, che hai carisma, che sei anziano di chiesa, che leggi in comunità le mie lettere, non usare questo privilegio della libertà, per trarne motivo di orgoglio e vanto!

Ciò che è bene per voi non deve diventare per altri occasione di biasimo;

perché il regno di Dio non consiste in vivanda né in bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo (vv. 16-17).

Di conseguenza, non puoi vivere, sentire il Regno di Dio, che con Gesù è già tra noi, con l’osservanza di questo o quel precetto; ma praticando la giustizia, cioè adoperandoti per il bene comune, dei più poveri, dei più deboli; adoperandoti per la pace, riconciliato con Dio e con la tua comunità.

Vivendo nella gioia che viene dallo Spirito santo, una gioia che non proviene dalle soddisfazioni di desideri personali, ma che è un dono dello Spirito che ti fa vivere la realtà con animo positivo, supportato dalla fede.

Poiché chi serve Cristo in questo, è gradito a Dio e approvato dagli uomini (v. 18).

In quelle comunità, dove sono presenti, vissuti questi tre aspetti, giustizia, pace e gioia al servizio di Cristo, là sarà riconosciuta chiaramente l’assurdità di rischiare di distruggere, scandalizzando la fede e la partecipazione alla vita comune di un fratello per il gusto di mangiare un cibo particolare, e quindi la loro condotta non permetterà ad altri di biasimare l’annuncio dell’evangelo di Gesù, a causa di atteggiamenti egoistici o narcisistici, ma saranno stimati ed apprezzati dagli uomini; ed allora: cerchiamo dunque di conseguire le cose che contribuiscono alla pace e alla reciproca edificazione.

Questo è l’invito che l’apostolo Paolo in conclusione di questo ragionamento, sul cibo puro e non, fa alla chiesa di Roma.

Se Dio è impegnato nell’edificazione della sua Chiesa, altrettanto lo siano gli apostoli, i ministri di culto, gli anziani di chiesa, i diaconi, membri e simpatizzanti, avendo principalmente cura ed attenzione a fare quelle azioni che contribuiscono alla pace, ad una agape vera all’interno di una comunità; l‘amore per il fratello e la sorella, che, come noi, sono stati accolti da Dio, deve farci vivere ed agire nell’interesse e per il bene comune.

Care sorelle e cari fratelli, sembra che una volta tanto un testo della Bibbia, oggetto di predicazione, non possa essere attualizzato.

Il riferimento ai rituali alimentari circa la purezza del cibo in ambito liturgico non trova oggi un riscontro nella nostra comunità.

Tranne che qualche fratello e sorella che ne fa parte da poco tempo, non si sia scandalizzato per un uso eccessivo di stigghiole, pane con milza e castrato alla brace in occasione di qualche agape enogastronomica.

Ma ad oggi al Concistoro non sono pervenute lettere in dissenso, anzi aumentano le richieste di moltiplicare gli incontri!

Purtroppo, anche se manca l’oggetto specifico del tema della lettera, (il cibo impuro) nulla è cambiato nella sostanza a distanza di secoli.

Anzi se nelle prime comunità cristiane, la provenienza dei credenti poteva limitarsi a due settori, quello giudaico e quello pagano, oggi le chiese, a qualsiasi confessione appartengano, si sono radicalmente modificate nella loro composizione; la nostra ne è un valido esempio.

Come accade a livello nazionale, le nostre comunità sono formate, nel ricambio generazionale, non più principalmente da membri provenienti da famiglie storicamente valdesi, ma da persone con esperienze di fede vissute in altre chiese cristiane, come la cattolica e la pentecostale, e principalmente nelle chiese presbiteriane dell’Africa, come testimoniano i qui presenti fratelli ghanesi.

Tutto questo per noi è un dono del Signore, ma è anche una sfida che Egli ci lancia, che mette alla prova la nostra capacità di “praticare la giustizia”, la pace e la gioia dello Spirito santo.

Noi che siamo forti, dobbiamo sopportare le debolezze dei deboli e non compiacere noi stessi.

Così continua Paolo al capitolo 15,1: Noi che siamo forti, o ci riteniamo tali, pastori, predicatori, anziani di chiesa diaconi, siamo stati e siamo attenti a non scandalizzare i nostri fratelli o le nostre sorelle, così denominate “deboli nella fede”? Espressione che, tra l’altro, oggi non mi piace utilizzare.

Credo sia offensiva nei loro riguardi, con il significato che noi diamo oggi alle parole, come se noi avessimo il potere di poter misurare il livello o il peso della “fede” mia o di altri! Preferisco parlare di modo diverso di vivere la fede in Dio, in relazione alla propria esperienza e storia personale, da vivere integrandosi in un nuovo contesto al fine di “essere chiesa insieme”; non è stato facile, non lo è adesso, e non lo sarà in futuro, ma quella rimane comunque l’unica prospettiva realizzabile.

Non ci sono state le carni sacrificate agli idoli a creare inciampi, ma ci sono tanti altri elementi che possono sostituirli anche più significativi e, badate, non si limitano solo al rapporto fra europei ed africani, ma all’interno delle nostre stesse chiese valdesi.

Questi elementi potranno, anzi hanno già cominciato a creare fratture nelle nostre chiese, a creare difficoltà alla realizzazione di quel modello di “essere chiesa insieme” che in molte città italiane si apprestava a diventare realtà.

Vogliamo citarne alcuni?

Preghiera, canto, etica, omosessualità, benedizioni di coppie omosessuali,

diaconia, politica, e altri che lascio a voi inserire.

Per ognuno di questi temi, sono tante le opinioni divergenti all’interno delle nostre chiese.

Le Assemblee distrettuali, il Sinodo appena concluso ne hanno discusso ampiamente.

La mia impressione, però, è che in alcune decisioni fratelli e sorelle “forti nella fede” abbiano corso ad una velocità tale, da non permettere ai “deboli nella fede” di prendere lo stesso tempo di corsa, di avere il tempo di “allenarsi” per essere alla pari nella valutazione degli elementi che citavo prima.

Questi problemi, che comunque hanno creato tante reazioni, sapremo affrontarli con serenità e con la preghiera, o saranno occasione di inciampo per fratelli e sorelle, deboli o forti che siano?

Non lo so, voglia il Signore mandarci il suo Spirito a ricordarci sempre che ci ha chiamati, forti o deboli, a far parte della sua Chiesa e non delle nostre confessioni di fede o delle nostre discipline ecclesiastiche storicamente contingenti. Amen.

 

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