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Testo della predicazione: Salmo 104
Sermone
Care sorelle e cari fratelli,
quella piccola parte del nostro mondo evangelico che si occupa di ecologia – una minoranza nella minoranza – per una volta è riuscita a far giungere al Sinodo la propria voce e il Sinodo ha risposto con un atto che dice:
Il Sinodo, di fronte all'aggravarsi della situazione dell'ambiente e in particolare agli eventi estremi dovuti a squilibri naturali e legati in certa misura ai cambiamenti climatici già in atto, invita le chiese ...
Alla buonora! Se ci fosse qui qualche rappresentante di Legambiente o di Greenpeace o del movimento dei Verdi, potrebbe dirci: era ora che voi cristiani vi accorgeste che c'è una situazione ambientale che si sta aggravando. E' da un bel po' che noi lo gridiamo nel deserto, denunciando che gli squilibri naturali che generano « eventi estremi » sono anche dovuti – questo l'atto sinodale non lo dice – alla dissennatezza di una economia che saccheggia e avvelena la natura.
Ecco: la prima parola da dire, in questo ambito, deve essere una parola di umiltà, il riconoscere che nella denuncia ecologica le chiese cristiane sono state precedute dal mondo laico, o almeno da quella parte del mondo laico che si batte per la giustizia economica e ambientale. Non è la prima volta, del resto. Pensate alla lotta per l'abolizione della schiavitù, alla lotta per l'emancipazione della donna... Le chiese cristiane, quando non sono state un freno, sono arrivate dopo.
Eppure – e questa è la seconda parola – c'è stato un prima della fede biblica.
Abbiamo oggi di fronte a noi il Salmo 104 che è una illustrazione poetica di straordinaria intensità di questo «prima». È una delle molte pagine bibliche che dipingono la creazione.
Qui il Dio creatore, raffigurato come un monarca orientale dell'antichità,
- è vestito di splendore e maestà e fa della luce il suo manto regale;
- dispiega i cieli come fa il beduino con il telo della sua tenda;
- le nuvole sono il cocchio con cui attraversa i cieli facendo dei venti e del fuoco dei lampi i suoi messaggeri che lo precedono.
E cosa ha fatto questo maestoso Creatore? Con il linguaggio del suo tempo il salmista dopo aver descritto il Creatore descrive la creazione.
Ha fondato la terra – che altrimenti fluttuerebbe come una zattera – sulle sue basi, come dire su dei piloni talmente stabili che la terra non vacillerà mai.
Certo le acque dell'abisso, che stanno sotto la terra, hanno invaso la terra, salendo fino a scavalcare i monti, ma alla minaccia del Creatore si sono ritirate spaventate fino al luogo a loro assegnato: «Tu hai posto alle acque un limite che non oltrepasseranno, esse non torneranno a coprire la terra».
E poi, ecco: a partire da questa sistemazione ordinata, le acque, come addomesticate, diventano l'acqua delle sorgenti, l'acqua della pioggia che dà vita alle bestie della campagna. Con la benedizione dell'acqua cresce l'erba per il bestiame e la vegetazione « per il servizio dell'uomo », che ne riceve il nutrimento, il vino, l'olio, il pane.
Ancora: è il Creatore che ha fatto la luna e il sole per stabilire le stagioni e per separare la notte, in cui si muovono le bestie delle foreste, e il giorno in cui l'uomo esce per il suo lavoro.
E si arriva al mare, dove brulicano innumerevoli creature, viaggiano le navi e nuota l'enorme Leviatano.
Tutto questo dipende da colui che risponde alla richiesta di tutti, che dona a tutti il cibo di cui hanno bisogno e anche alterna la morte («ritiri il loro fiato e muoiono») e la vita («mandi il tuo spirito e sono creati», rinnovando continuamente la faccia della terra.
Ecco il «prima»: non la descrizione idilliaca e un po' idealizzata della natura, ma la desacralizzazione della natura mediante la netta separazione tra il Creatore e il creato. Perché quest'antichissima pagina della fede di Israele è stata scritta in un tempo in cui le forze della natura erano divinizzate e incombevano minacciose sulla vita degli esseri umani. L'abisso era Tiamat, la divinità negativa della religione babilonese; il sole e la luna erano divinità che esigevano il culto; il Leviatano era uno dei temibili mostri primigeni. E invece qui le acque del caos primordiale sono domate, il sole e la luna sono parte del creato e hanno semplicemente un compito in funzione dell'ordine del creato, e il Leviatano è solo un innocuo giocattolo nelle mani del Creatore.
E' questa divisione tra il Creatore e il creato ciò che ha consentito di considerare la natura non come fonte di sacro terrore, ma come oggetto aperto alla curiosità dell'uomo, come oggetto investigabile. E questa liberazione è il «prima» della fede biblica che sta all'origine dello sviluppo occidentale. Se la scienza si è sviluppata in modo incredibile è perché la fede biblica – con tutti i suoi ritardi e le sue contraddizioni, pensiamo a Galileo, a Giordano Bruno – ha permesso di considerare la natura come oggetto investigabile anziché come oggetto di adorazione.
Questa parola di libertà nei confronti della natura, contenuta nel messaggio della creazione, è il contributo che possiamo offrire a quanti si sono svegliati prima di noi per denunciare l'irresponsabilità ambientale della nostra società. La possiamo offrire con un monito: che quando si abbandona la fede biblica si corre il rischio di una nuova servitù nei confronti della natura, di un nuovo «spirito di servitù per ricadere nella paura», come dice l'apostolo Paolo, rischio di ricadere in una servitù in cui domina la magia e ogni sorta di superstizioni.
E insieme a questa parola di liberazione, possiamo anche offrire una parola di speranza.
La creazione non è la carica iniziale che il Grande Orologiaio ha dato all'universo che poi viaggia per conto suo. Per la fede biblica la creazione è inserita in un progetto di redenzione concepito ancor prima dal Padre – ricordiamo che nel Credo il « Dio Padre onnipotente » viene prima del «creatore del cielo e della terra» – un progetto misericordioso, un impegno di redenzione che ha il suo centro nella croce e risurrezione del Cristo; e ha il suo compimento in quella pagina profetica dell'apostolo Paolo che abbiamo riletto, in cui la creazione, decaduta a causa dell'essere umano, «geme ed è in travaglio», anelando a quella redenzione a cui aneliamo anche noi e che Paolo chiama «la manifestazione dei figli di Dio».
Anche questa parola di speranza ha da essere il nostro contributo, speranza malgrado ogni evidenza contraria. Ma può essere un contributo forte e reale nella misura in cui noi viviamo questa speranza, la accogliamo come una molla che ri-orienta la nostra vita personale, familiare e comunitaria.
Come?
Menziono il primo e l'ultimo dei suggerimenti dell'atto sinodale ricordando che l'informazione è la base dell'azione:
- il materiale prodotto dalla GLAM, tra cui un periodico «Ecomanuale» scaricabile dal sito della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (www.fcei.it), ma anche quello di Legambiente;
- le indicazioni sulle « chiese verdi » in Europa, che qui in Italia possono essere fornite dalla Chiesa valdese di Milano.
Umiltà, liberazione e speranza ci guidino in questo cammino. Amen!