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Testo della predicazione: Romani 3, 21-28
Ora però, indipendentemente dalla legge, è stata manifestata la giustizia di Dio, della quale danno testimonianza la legge e i profeti: vale a dire la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti coloro che credono - infatti non c'è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio - ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù.
Dio lo ha prestabilito come sacrificio propiziatorio mediante la fede nel suo sangue, per dimostrare la sua giustizia, avendo usato tolleranza verso i peccati commessi in passato, al tempo della sua divina pazienza; e per dimostrare la sua giustizia nel tempo presente affinché egli sia giusto e giustifichi colui che ha fede in Gesù.
Dov'è dunque il vanto? Esso è escluso. Per quale legge? Delle opere? No, ma per la legge della fede; poiché riteniamo che l'uomo è giustificato mediante la fede senza le opere della legge.
Sermone
Care sorelle e cari fratelli, la Riforma protestante del ‘500 ha sottolineato esattamente questa parola dell’apostolo Paolo: «Siamo giustificati gratuitamente per la Grazia di Dio mediante la fede».
La grazia è quindi il presupposto della nostra salvezza, ne è il fondamento, il fulcro attorno a cui ruota l’esistenza umana. Ma dobbiamo domandarci che cosa è questa grazia di cui parla l’apostolo!
Per noi protestanti è il punto di partenza di un cammino di fede, non il punto di arrivo, non la meta, non il nostro obiettivo. Non accade che dopo una serie di buone opere arriviamo a guadagnarci l’agognata grazia, dopo una serie di sacrifici e di rinunce riusciamo a meritarci quella grazia che ci porta in salvo. Al contrario, consapevoli che la grazia è un dono di Dio, che ci è data gratuitamente senza averla meritata, possiamo incamminarci portando i frutti che essa produce in noi.
Certo, che gli oppositori dicevano all’apostolo: “Troppo comodo, non fare nulla per meritarsi una fettina di Paradiso. Il Paradiso va sudato, non si giunge al successo senza sacrifici”. Anche se negli affari umani le cose funzionano così, per quanto riguarda la nostra vita di fede, noi dobbiamo rendere ragione alla Parola di Dio ascoltandola e ricevendola come una Parola per noi.
Grazia vuol dire, appunto, dono gratuito, non meritato, perché diversamente diventa baratto, scambio, acquisto.
Ma se allora è solo un dono gratuito, che cosa comporta nella mia vita questo dono della grazia? Da dove ci proviene?
La grazia è quella per la quale Gesù ha dato la sua vita, affinché l’umanità potesse avere la possibilità di riscatto dal proprio peccato, dalla paura che questo comportava; l’opportunità di scoprire, attraverso la croce, l’amore di Dio per noi che rendeva capaci di amare, accogliere, essere solidali, partecipi e liberi dai condizionamenti delle pochezze umane.
Eppure c’è chi vive come se la grazia non esistesse, mentre altri cercano concretamente, con molti fallimenti, a vivere secondo un criterio di vita che questa grazia comporta, o chiama a vivere.
Il pastore Dietrich Bonhoeffer definiva due modi diversi per vivere la grazia: grazia a buon prezzo e grazia a caro prezzo.
La grazia a buon prezzo è intesa come principio: “siamo salvati per grazia”. Qui la gente vede cancellati, a poco prezzo, i peccati di cui non si pente e dai quali tanto meno vuole essere liberata. Grazia a buon prezzo è annunzio del perdono senza pentimento. Si può dire: «Visto che la grazia fa tutto da sé, tutto può andare avanti come prima. È inutile che ci diamo da fare. Il mondo è così, non cambia, noi dobbiamo vivere nel mondo così come esso è, senza cambiare, senza essere diversi». Grazia a buon prezzo è giustificazione non del peccatore, ma del peccato; è quella grazia che noi concediamo a noi stessi. Grazia a buon prezzo è grazia senza che si segua Cristo, è una grazia senza croce.
Grazia a caro prezzo è il tesoro nascosto nel campo, per amore del quale l’uomo va e vende tutto ciò che ha, e con gioia compra tutto il campo; è la perla preziosa, per il cui acquisto il commerciante dà tutti i suoi beni; è la chiamata di Gesù che spinge il discepolo a lasciare le sue reti e a seguirlo. È cara perché condanna il peccato, è grazia perché perdona il peccatore.
La grazia è a caro prezzo, soprattutto perché è costata cara a Dio, a Dio che ha preferito, per amor nostro, rinunciare a se stesso e diventare un uomo la cui vita gli è costata cara: il prezzo della croce. Per questo l’apostolo Paolo può dire: “Siete stati comperati a caro prezzo” (I Cor. 6,23). La grazia è a caro prezzo perché è un pressante invito di Dio a seguire Gesù, a seguire la sua Parola, ma è grazia perché Gesù dice “Il mio giogo è dolce e il mio peso è leggero”. La grazia a caro non dispensa dall’agire, anzi, rende infinitamente più rigoroso l’invito a seguire Gesù. Ecco il segreto dell’Evangelo della Riforma, il segreto della giustificazione del peccatore: quando Lutero parlava della grazia, il riferimento dell’obbedienza, della sequela, del seguirlo era scontato. Ma la giustificazione del peccatore nel mondo presto divenne giustificazione del peccato. La grazia a caro prezzo presto divenne grazia a buon prezzo, senza la necessità di seguire il Signore.
Che cosa significa infatti parlare di perdono se non rinunciare a se stessi, alla propria volontà, al proprio egoismo? Sì, limitatamente alle nostre possibilità. La grazia resta un serio invito a seguire il Signore.
Ecco i due modi di intendere la grazia.
La grazia può essere un presupposto, un principio della vita cristiana: «I miei peccati sono giustificati in partenza, allora, in base a questa grazia posso peccare».
Ma la grazia può anche essere un risultato. Il risultato di una vita che segue il Signore.
Faust, alla fine della sua vita spesa nello sforzo di conoscere, disse: «Riconosco che non possiamo sapere nulla». Questo è un risultato, e questo risultato detto da Faust dopo una vita di studi ha un senso, ma assume un altro senso se uno studente di primo anno si arroga la frase di Faust per giustificare la sua ignoranza e la sua pigrizia.
Come risultato la frase è vera, “Non possiamo sapere”, ma come presupposto può essere un inganno perché non seguirà una seria e fondata ricerca. La grazia come presupposto è una grazia di nessun valore; la grazia come risultato è una grazia a caro prezzo. Solo chi si trova al seguito del Signore, dopo aver rinunciato a tutto ciò che aveva, può affermare di essere giustificato per sola grazia. Perché possiamo riconoscere nell’invito stesso a seguire il Signore la grazia, e nella grazia questo invito. Chi però pensa di essere dispensato, per via della grazia, dal seguirlo inganna se stesso.
In questo senso Lutero pronunciò la frase “pecca fortiter”, cioè «confessa pure coraggiosamente di essere peccatore, ma credi ancora più coraggiosamente». Ma a chi può essere rivolto questo invito se non a colui che ogni giorno cerca di seguire la Parola del Signore, rinuncia a se stesso, ai propri privilegi, alla propria ricchezza, al proprio egocentrismo, che ricusa ciò che gli impedisce di seguire il Signore e che pure è sconsolato perché nonostante tutto si sente infedele a causa del suo peccato? Così la frase di Lutero intesa come risultato, diviene la grazia a caro prezzo, la sola vera grazia. Intesa come presupposto “pecca fortiter” diventa una giustificazione del peccato.
Dunque la grazia non è un cesto natalizio che si riceve a Natale, ma è la possibilità nuova che si apre davanti a noi di dare un senso alla vita. Perché il risultato della vera grazia di Dio sarà un cammino sulla via della giustizia, della pace, della solidarietà, della fraternità, della comunione, della condivisione, dell’amore concreto verso coloro che si incontreranno lungo la nostra strada. Si tratta di una vita protesa a realizzare non noi stessi, ma l’opera di Dio che vuole il bene di tutti gli uomini, le donne, e tutta la creazione.
Grazia in effetti significa “essere liberati” dalla nostra ansia di essere all’altezza, efficienti, capaci. Grazia significa capacità di affidare a Dio la nostra pochezza; significa permettere a Dio di agire perché il mondo cambi. Grazia significa imparare a guardare oltre i limiti e le pochezze umane, nostre e degli altri. Significa avere la capacità di guardare con gli occhi di Dio, significa realizzare il suo amore che non guarda le differenze, ma pone tutti sullo stesso piano davanti a Dio: non più distinzioni dovute al sesso, all’etnia, al colore della pelle, alle inclinazioni affettive.
Stiamo parlando di GRAZIA! Stiamo parlando di dono gratuito di Dio, un dono che non dipende da noi, dalle nostre condizioni sociali.
La grazia è donata a chi ha subìto una condanna, se è per tutti, vuol dire che tutti siamo rinchiusi nella condanna dovuta al peccato. Rispetto alla grazia non c’è chi pecca di più e chi meno perché «Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza per far misericordia a tutti» (Rom. 11,32)scrive l’apostolo Paolo. Nessuna differenza quindi, ma tutti “uno in Cristo” (Gal. 3,28), nessuna religione, nessuna confessione, nessun peccato, nessuna condizione umana, possono condizionare la grazia di Dio.
Essa, dove giunge, impegna, impegna a una vita attiva e partecipe.
Ogni giorno siamo chiamati ad accettare la sfida che la grazia di Dio ci propone: la possibilità, sempre nuova, di offrire gratuitamente, senza nulla in cambio, quella proposta di libertà che rompe le catene dell’egoismo del mondo per permettergli di essere più umano. Amen!