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Testo della predicazione: Romani 14,1-9
Accogliete colui che è debole nella fede, ma non per sentenziare sui suoi scrupoli. Uno crede di poter mangiare di tutto, mentre l'altro che è debole, mangia verdure. Colui che mangia di tutto non disprezzi colui che non mangia di tutto; e colui che non mangia di tutto non giudichi colui che mangia di tutto, perché Dio lo ha accolto. Chi sei tu che giudichi il domestico altrui? Se sta in piedi o se cade è cosa che riguarda il suo padrone; ma egli sarà tenuto in piedi, perché il Signore è potente da farlo stare in piedi. Stima un giorno più di un altro; l'altro stima tutti i giorni uguali; sia ciascuno pienamente convinto nella propria mente. Chi ha riguardo al giorno, lo fa per il Signore; e chi mangia di tutto, lo fa per il Signore, poiché ringrazia Dio; e chi non mangia di tutto fa così per il Signore, e ringrazia Dio. Nessuno di noi infatti vive per se stesso, e nessuno muore per se stesso; perché, se viviamo, viviamo per il Signore; e se moriamo, moriamo per il Signore. Sia dunque che viviamo o che moriamo, siamo del Signore. Poiché a questo fine Cristo è morto ed è tornato in vita: per essere il Signore sia dei morti sia dei viventi.
Sermone
Una collettività umana è una comunità di persone che solitamente è formata da individui che si differenziano l’uno dall’altro. Ognuno con la sua specificità fisica, culturale ed etnica, col suo modo di essere e di pensare, col suo modo di atteggiarsi e di comportarsi. Ognuno con le sue abitudini e le sue tradizioni, con la sua sensibilità e i suoi punti di vista. Una collettività è formata da una pluralità di uomini e donne, di persone che, appunto, in quanto tali posseggono una loro personalità che è diversa in ognuna di loro e che ognuna tende a esprimere liberamente.
Vi sono delle collettività in cui le differenze di comportamento vengono annullate e tutti sono costretti a comportarsi secondo dei rigidi schemi prefissati. È il caso dei reclusi nelle carceri o dei soldati nelle caserme. Vi sono altre collettività in cui sono uniformi non solo i comportamenti, ma anche le idee e persino i sentimenti. È il caso delle società rette da regimi totalitari, dove la propaganda, la censura e la paura della repressione provocano un conformismo generalizzato che spesso viene scambiato per adesione convinta e spontanea.
Ma a parte questi e altri possibili casi particolari, a meno che non si dimostri che l’individualità e la pluralità siano di nocumento alla collettività, tale che essa possa esserne turbata e danneggiata, è bene che le differenze tra gli individui siano rispettate e che la varietà non si trasformi in uniformità. Tanto più se la collettività alla quale ci riferiamo è una collettività cristiana, una comunità di credenti, di discepoli di Gesù Cristo, quale è la comunità di Roma a cui l’apostolo Paolo scrive, rivolgendo le esortazioni del brano che stiamo meditando.
Nel nostro brano infatti l’apostolo Paolo non esorta la comunità a un’indistinta uniformità, non dice ai credenti che, dal momento che sono membra di un unico corpo, che hanno un’unica fede nell’unico Signore, devono avere anche un unico modo di pensare e di agire. Non dice che nella comunità tutti devono mangiare gli stessi cibi o considerare i giorni della settimana nello stesso modo. Non dice che si devono disprezzare coloro che hanno degli scrupoli, dei pregiudizi; o che si devono condannare coloro che tali scrupoli e tali pregiudizi non hanno. Non dice in definitiva che bisogna essere tutti uguali sia spiritualmente che materialmente. Ma dice che quel che più conta non è che ognuno sia uguale all’altro, ma che ognuno sia nel suo modo di essere in buona fede, che agisca e pensi con piena convinzione, senza finzioni o ipocrisie, rendendo grazie a Dio.
Certo, Paolo in altri contesti (Filippesi 2) ha esortato ad avere «un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento», ma lo ha fatto per evitare il pericolo di tensioni e rotture, per scongiurare tentazioni eretiche e per rendere la testimonianza univoca e credibile. Nel nostro brano, invece, il pericolo è rappresentato dalle tensioni e dalle rotture che possono essere provocate da una forzata uniformità, da una innaturale uguaglianza, soprattutto da una contrapposizione tra coloro che hanno opinioni diverse su determinate questioni, una contrapposizione tra quelli che Paolo chiama «forti nella fede» e quelli che chiama «deboli nella fede».
Intendiamoci, le differenze riguardano questioni tutto sommato secondarie, perché qui l’apostolo non si riferisce ai fondamenti della fede evangelica, non ritiene che sia messo in questione il principio della giustificazione per fede e sia affermato quello della giustificazione per opere, perché egli è sicuro che tutti hanno accettato l’annunzio della salvezza per grazia mediante la fede, altrimenti non esiterebbe a condannare una tale deviazione dal messaggio evangelico. Ma chiama «deboli nella fede» coloro che ritengono di aver bisogno di sostenere la loro fede con l’osservanza di determinate regole comportamentali come, ad esempio, astenersi dal mangiare carne o dal bere vino, oppure preferire per il digiuno o per la preghiera certi giorni della settimana anziché altri.
Paolo non impone a nessuno un determinato modello di vita, ma a coloro che sono forti nella fede, che si sentono cioè liberi da ogni tradizione e da ogni convenzione e che non hanno bisogno d’altro se non della grazia del Signore, Paolo rivolge l’esortazione ad accogliere coloro che sono deboli, e ciò per la fondamentale ragione che questi ultimi sono stati accolti da Dio. Vale a dire che Dio è al di sopra di tutte le differenze e non tiene conto delle caratteristiche degli uomini, dei loro modi di pensare e di essere, perché, come lo stesso Paolo ha già detto in altra occasione, «Dio ha rinchiuso tutti nella disubbidienza per far misericordia a tutti» (Romani 11). Quindi, le differenze non devono essere messe in risalto, non devono diventare oggetto di aspre discussioni o di dure prese di posizione, con conseguenti reciproci anatemi, ma devono essere comprese e intese come modi diversi di porsi al servizio del Signore: «Poiché nessuno di noi vive per sé stesso, e nessuno muore per sé stesso; perché, se viviamo, viviamo per il Signore; e se moriamo, moriamo per il Signore. Sia dunque che viviamo o che moriamo, siamo del Signore».
Dunque, all’interno di una comunità di credenti, non è pensabile che qualcuno possa ritenere il proprio modo di pensare e di essere più importante o migliore di quello degli altri e perciò guardare gli altri con un atteggiamento di condanna o di disprezzo. Perché i singoli differenti modi di essere e di pensare, se frutto di sincera convinzione, sono tutti ugualmente adatti a rendere testimonianza a Cristo, il quale è morto per tutti, per i forti nella fede e per i deboli nella fede, per chi è vegetariano o astemio e per chi non rinuncia a magiare carne o a bere vino. Cristo è morto sia per chi osserva con rigore determinate regole tradizionali e tende a giudicare chi non le osserva, sia per chi invece si sente libero da ogni tradizione, da ogni pregiudizio e da ogni conformismo e tende a disprezzare chi libero ancora non è. Come dice l’apostolo Paolo: «Cristo è morto ed è tornato in vita per essere il Signore dei morti e dei viventi».
Ora, questa fondamentale affermazione di Paolo, che può essere considerata una sintetica confessione di fede, deve essere assunta nella nostra vita di credenti non solo all’interno della nostra comunità, ma anche e soprattutto all’esterno, nei confronti degli altri uomini e le altre donne della nostra società. Di questa nostra società in cui il diverso, colui che ha un modo di pensare e di essere dissimile dalla maggior parte degli altri, è guardato con sospetto, con pregiudizio e con disprezzo; in cui il debole, cioè chi è senza un aiuto e un sostegno ed è, nell’indifferenza e nell’abbandono generale, in balia della prepotenza dei potenti, lungi dall’essere accolto, è respinto e, in ogni caso, emarginato.
Questa fondamentale affermazione di Paolo deve essere sempre presente nella nostra mente e deve stare alla base della nostra testimonianza evangelica. Perché il Cristo che vogliamo annunciare non è quello che risponde di più ai nostri criteri, alle nostre idee e alle nostre valutazioni, non è quello che sta dalla nostra parte, che ci conferma nelle nostre convinzioni e nelle nostre aspirazioni, ma quello che è morto e risuscitato per tutti; per gli uomini e per le donne, per i poveri e per i ricchi, per i bianchi e per i neri, per i cristiani e per i mussulmani, per i cattolici e per i protestanti, per gli eterosessuali e per gli omosessuali; cioè, come dice appunto Paolo, per i morti e per i viventi.
Questa fondamentale affermazione di Paolo assume una rilevanza particolare, soprattutto in un tempo come quello che stiamo attraversando, in cui la crisi economica, politica e morale, in cui è immersa la nostra società, ha messo a dura prova tutte le sicurezze, ha sconvolto tutti i progetti, ha reso vane tutte le buone intenzioni. In un tempo in cui si è tentati di attribuire la colpa dei propri disagi e delle proprie angosce a chi è diverso, a chi è straniero, cioè agli extracomunitari, ai rom, agli islamici, come sta succedendo non solo in Italia, per opera dei leghisti, ma anche in alcuni paesi europei recentemente attraversati da pericolose ondate di xenofobia e di vero e proprio razzismo.
In questo tempo, appunto, affermare con voce chiara e forte che Cristo è morto e risuscitato per tutti significa non solo accettare e diffondere i valori del pluralismo, dell’accoglienza, della solidarietà e della collaborazione, ma anche rifiutare ogni tentativo di strumentalizzazione delle differenze e delle identità particolari per alimentare rancori e rivalità, per creare contrapposizioni e divisioni.
Se questo è vero, allora siamo tutti chiamati in quanto discepoli di Gesù Cristo, «ciascuno secondo il dono che ha ricevuto» (1 Pietro 4,10), ad assumerci, proprio in questa nostra società e in questo nostro tempo, l’impegno e la responsabilità di una coerente e puntuale testimonianza che metta al primo posto l’annuncio dell’evangelo di Gesù Cristo come messaggio di accoglienza e di collaborazione contro ogni tipo di espulsione o di respingimento, come messaggio di pace e di riconciliazione contro ogni tipo di guerra e di inimicizia, come messaggio di unione e di fraternità contro ogni tipo di separazione e di divisione, come messaggio di liberazione contro ogni tipo di prevaricazione e di imposizione, come messaggio di amore e di perdono contro ogni tipo di odio e di vendetta.
Questo impegno e questa responsabilità ci competono certamente se siamo forti nella fede, così come l’apostolo Paolo, ma ci competono anche se siamo deboli nella fede, sapendo che Dio ci ha accolti e che in qualsiasi circostanza, «sia che viviamo o che moriamo, noi siamo del Signore». Amen.