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Predicazione di Natale 2010 (Michea 5,1-4)

 

Testo della predicazione: Michea 5,1-4

«Ma da te, o Betlemme, Efrata,sebbene tra le più piccole città principali di Giuda, da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni.Perciò egli li darà in mano ai loro nemici, fino al tempo in cui colei che deve partorire partorirà; e il resto dei suoi fratelli tornerà a raggiungere i figli d’Israele».Egli starà là e pascolerà il suo gregge con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore, suo Dio. E quelli abiteranno in pace, perché allora egli sarà grande fino all’estremità della terra.Sarà lui che porterà la pace.Quando l’Assiro verrà nel nostro paese e metterà piede nei nostri palazzi, noi gli opporremo sette pastori e otto prìncipi del popolo.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, un proverbio ebraico dice così: «Non sprezzare alcun uomo e non svilire alcun oggetto, poiché non vi è uomo che non abbia la sua ora e non vi è cosa che non trovi il suo posto» (Trattato dei princìpi). Betlemme era un villaggio tanto insignificante e così privo di importanza che quando i profeti dell'Antico Testamento lo nominavano la gente si domandava: «Ma cosa può venire di buono da Betlemme? Cosa c'è di tanto significativo a Betlemme. Perché il profeta pone l'accento sull’insignificanza del luogo da cui sarebbe venuto un re tanto importante che avrebbe cambiato le sorti di Israele?

Facciamo un piccolo passo indietro di 2700 anni, e andiamo al 720 a.C. Israele vive sotto l'incubo dell'invasione degli Assiri, il Regno del Nord, Israele appunto, è già caduto nel 722 sotto i pesanti colpi inferti dall'Assiria; «A chi toccherà adesso?», si domandava con inquietudine il popolo.

 

«Toccherà a noi», risponde il profeta Michea, proclamando il giudizio di Dio e il suo duro castigo. Toccherà ad Israele che non pratica più il diritto e la giustizia! « I suoi Capi giudicano per ottenere regalie (3,11); opprimono gli uomini e le loro famiglie, li privano delle loro proprietà» (2,1); E altrove: «Strappate le vesti addosso a chi passa tranquillo… cacciate le donne dalle case che sono a loro care, togliete per sempre la gioia ai loro figli. Voi capi e magistrati del popolo: non dovreste occuparvi della giustizia? Ma voi odiate quel che è bene e amate quel che è male, spellate la gente, anzi le strappate la carne dalle ossa. Voi divorate il mio popolo… lo fate a pezzi… come se fosse carne da buttare nella pentola» (2,8-9; 3,1-3).

Michea non solo condanna le ingiustizie inflitte a poveri e ai deboli, ma tuona contro la sicurezza di chi si illude di non perdere mai la protezione di Dio. Infatti la gente dice a Michea: «Zitto, non sparlare, smettila di annunziare che saremo colpiti dal Signore! Chi l'ha detto che sarà così! Sarebbe questo il modo paziente di agire di Dio?» (2,6).

Il profeta tuona anche contro quei falsi profeti, ben pagati, che promettono la pace e si fanno scudo della religione affermando: «Il Signore è con noi, non ci verrà addosso nessun male!» (3,11). E così, annuncia la sciagura: il rilassamento acceca la vista, non permette di scorgere i pericoli, l'attenzione su se stessi non permette di rendersi delle minacce che incombono e che vengono sottovalutate, rischiando così di scivolare irrimediabilmente.

Il profeta Michea invita i capi del popolo e i falsi profeti a rendersi conto del proprio operare, della propria incoscienza, invita a non essere indulgenti verso se stessi e le proprie mancanze, verso le proprie debolezze, ma invita a considerare quanto queste possano causare ingiustizie, oppressione e malgoverno.

Michea spiega che chi si fa forte della propria poltrona invocando Dio dalla sua parte, lo fa proprio perché non ha altri argomenti, perché sa che sta operando male causando ingiustizia e oppressione ai più deboli, ai poveri, ai malati, agli stranieri.

Perciò il profeta annuncia che non sta parlando di un re, ormai termine squalificante e sinonimo di infedeltà, ma di “colui che governerà Israele”, che non proverrà dai ricchi proprietari, dai dirigenti del paese, dai magistrati o dai sacerdoti. Egli verrà da dove nessuno se lo aspetta, da un clan, Efrata, che vive a Betlemme, una città insignificante, nascerà nel luogo della povertà e dell'umiltà. Perciò verrà riconosciuto per primo da umili pastori, da gente povera e da stranieri, i Magi.

Ecco perché il Messia non verrà dalla gloriosa Sion né da Gerusalemme, ma da Betlemme, non dalla Torre murata o da magnifici palazzi, ma da un villaggio privo di importanza. Fin dai tempi antichi Dio ha scelto i deboli e i piccoli: Gedeone è il più piccolo dei figli della famiglia più povera di Manasse, ma è chiamato a salvare Israele dal nemico (Giudici 6,15); anche Davide, il più giovane dei suoi fratelli, è solo un pastore, ma è chiamato a diventare re d'Israele (I Sam. 16); Isaia annuncia il piccolo germoglio che sopravvive al disboscamento di alberi eccelsi (cap. 11). Elisabetta, sterile e vecchia, è chiamata ad essere la madre di Giovanni, il precursore del Messia, come anche Maria che, non essendo sposata, ed essendo quindi uno strumento inadeguato, è chiamata a dare alla luce il Figlio di Dio (Luca 1). Mosè stesso era inadeguato allo scopo: era balbuziente; e Geremia era troppo giovane.

Il profeta Michea afferma che ancora una volta Dio sceglierà ciò che c'è di più piccolo ed esiguo per essere lo scrigno del re promesso. La stalla dei Vangeli è la logica di Dio, come i pastori che ricevono per primi il lieto annunzio e sono chiamati a diventarne gli ambasciatori e i messaggeri. Quel banale bambino così uguale agli altri bambini, che nasce nella periferia di Betlemme, in una stalla, lontano dai palazzi in cui si esercita il potere, perseguitato dai potenti a cominciare da Erode, è la risposta di Dio alle nostre attese.

In questa storia sono gli ultimi che diventano protagonisti: i poveri, coloro che non hanno possibilità né diritti da far valere, coloro che sono discriminati dai potenti e dai ricchi; sono loro, a cui non resta altro che pregare. Perciò Maria canta: «Il Signore ha buttato giù dai troni i potenti e ha mandato a mani vuote i ricchi» (Luca 1,52-53). Tutti questi "piccoli" sono chiamati a essere coinvolti nel disegno di salvezza di Dio, della sua grazia e del suo amore; sono chiamati al gran banchetto.

È la legge di Dio, la sua logica che chiama a godere dei suoi doni chi ne è stato privato, che chiama chi non ha meriti e lascia fuori chi ritiene di averne e pretende di ricevere un trattamento speciale. Qui è annunciata la tua liberazione, fratello, sorella, la liberazione da ogni potere oscuro che ti costringe a vivere nella paura, nell’ombra, nell’ansia, nell’angoscia di ciò che ti minaccia. Qui il Signore si mostra benevolo e misericordioso nei confronti di chi subisce l’odio e il male da parte di chi esercita impropriamente un potere ricevuto.

Ecco perché il Dio dell'emarginato, del reietto, del povero e del malato diventa lui stesso tale in Cristo. Egli decide di diventare come la gente che vuole egli stesso amare, decide di vivere tra la gente per dare tutto il suo amore e la sua solidarietà. Non c'è amore più grande di colui che si pone nella stessa condizione delle persone che ama. Tanto è grande per noi l'amore di Dio: che Egli ama ciò che non è amabile. È questo che ci ricorda il Natale: che siamo beneficiari immeritevoli dell'amore di Dio.

Il Natale ci ricorda che c’è speranza, anche se viviamo in un periodo difficile economicamente e politicamente; in un periodo di declino spirituale, etico, senza punti di riferimento chiari, in cui si “predica” da un pulpito improprio e non credibile, si spiega, cioè, una cosa e se ne fa un’altra.

La voce del profeta Michea, oggi grida forte nella coscienza di tutti noi che viviamo a distanza di 2700 anni, ci annuncia che Dio intende stabilire un mondo di giustizia per tutti, una liberazione di chi vive l’angoscia e la paura di un presente e un futuro adombrati dall’incertezza e da dalle prospettive dubbiose.

Allo stesso tempo il profeta annuncia che il Messia, nato a Betlemme, il liberatore degli oppressi, è anche colui che, a Natale, ci ricorda che intende rinnovare le sue promesse in un mondo che è diverso, che cambia ogni giorno. Egli è il Signore che valuta la nostra fede e la nostra coerenza alla luce delle scelte spiazzanti di Dio che preferisce la periferia, l’umiltà, la piccolezza.

Il profeta Michea ci annuncia che veramente Dio è in mezzo a noi, non per appoggiare e stare dalla parte dei ricchi e dei potenti, ma è con noi per impegnarci nei suoi progetti di vita, nei suoi progetti di pace. Siamo invitati a mettere a disposizione la nostra piccola esistenza nelle grandi mani di Dio perché, come Gedeone o Davide o Mosè o Elisabetta o Maria, Egli ci chiama, nella nostra inadeguatezza, a servirlo nei modi più diversi e impensabili. Ognuno è chiamato a rispondere all’amore di Dio con la propria fede, con il proprio amore, con i propri doni, quelli che Dio gli ha donato e che invita a mettere a disposizione del prossimo.

Non importa chi sei e da quale umile luogo tu provenga: colui che viene da un posto insignificante e da una squallida stalla ti invita a rendere il mondo in cui vivi più umano e migliore da come l’hai trovato.

Buon lavoro fratelli e sorelle, buon lavoro nel luogo e nel tempo in cui darete la vostra disponibilità affinché l’amore di Dio porti la pace sulla terra. Buon Natale! Amen!

 

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