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Sermone di domenica 9 gennaio 2011 (Matteo 4,12-17)

Testo della predicazione: Matteo 4, 12–17

Gesù, udito che Giovanni era stato messo in prigione, si ritirò in Galilea. E, lasciata Nazaret, venne ad abitare in Capernaum, città sul mare, ai confini di Zabulon e di Neftali, affinché si adempisse quello che era stato detto dal profeta Isaia: «Il paese di Zabulon e il paese di Neftali, sulla via del mare, di là dal Giordano, la Galilea dei pagani, il popolo che stava nelle tenebre, ha visto una gran luce; su quelli che erano nella contrada e nell’ombra della morte una luce si è levata». Da quel tempo Gesù cominciò a predicare e a dire: «Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, la predicazione di Gesù ha uno scopo particolare: all'umanità viene data una chiave di lettura nuova della vita e della storia, attraverso la quale, ci si può collocare nel contesto umano come uomini e donne che hanno la possibilità di sfuggire a un destino tragico, di paura e di morte. Ci è data la possibilità di essere riscattati dal giogo della vita umana intessuta di fallimenti, di discriminazioni tra esseri umani, tra uomini e donne, di intolleranze, emarginazioni, sopravvalutazione di se stessi, ma aggiungiamo pure, un giogo segnato da guerre, distruzioni e sofferenze, violenze inaudite come la bomba scoppiata il primo gennaio davanti a una chiesa cristiana copta in Egitto.

Ma quale risposta diamo come credenti a coloro che domandano: «perché Dio permette tutto questo?».

 

Gesù si è presentato all’umanità nascendo in una stalla e morendo su una croce, è stato vittima della scelleratezza e della malvagità umana, si è presentato con tutta la debolezza che umanamente ci è propria e l’ha vissuta fino in fondo. Dio non ha fatto improvvisamente irruzione nella storia del mondo con tutto il suo potere e la sua forza, deciso a risolvere lui tutti i problemi dell’umanità. No! Gesù, piuttosto, ci ha insegnato il modo di superarli, di accettarli,di sopravvivere ad essi con dignità e onore.

Dio ha fatto parte della nostra storia, del nostro mondo, della nostra umanità debole, caduca, per dirci che con noi, anche lui è partecipe del nostro destino umano, ma il suo essere presente nella nostra quotidianità è la nostra speranza, il nostro nuovo destino che si delinea con contorni sempre più netti.

È questo il Dio che conosciamo, il Dio che si presenta a noi: colui che è vicino a noi nella sofferenza e nel dolore, colui che si fa solidale con noi, colui che ci accompagna nelle difficoltà, colui che ci tiene per mano quando si fa buio, quando rallentiamo il passo perché non riusciamo a vedere chiaramente dove poggiare in modo fermo il nostro piede. Quando non sappiamo più leggere con chiarezza quanto accade attorno a noi.

Gesù è venuto per annunciare l’avvento di un nuovo Regno, il Regno di Dio. Gesù ha voluto così denunciare la malattia del mondo, degli uomini e delle donne: la loro innata carica di forza distruttiva. Gesù, ma anche i profeti, hanno individuato la guarigione dell'umanità dai suoi mali con l'avvento del Regno di Dio. "Dio asciugherà ogni lacrima e la morte non ci sarà più" profetizza il veggente dell'Apocalisse, e se consideriamo che nella concezione ebraica la morte è causata dal peccato, e che il peccato è la condizione che lega l'umanità ai suoi mali, allora ci rendiamo conto di quale portata teologica e storica può avere il messaggio di Cristo.

Perciò Gesù annunciava: "Ravvedetevi perché il Regno di Dio è vicino". La frase, però, può indurre a una cattiva interpretazione, perché sbagliato sarebbe intendere che bisogna ravvedersi perché il Regno di Dio è vicino: «Sta arrivando il Regno, allora se vuoi farvi parte, se vuoi entrare, devi ravvederti, …altrimenti resti fuori!». Più corretto sarebbe intendere così l’annuncio di Gesù: "Ravvedetevi perché così il Regno di Dio sarà più vicino”. Nel senso che non ci può essere Regno di Dio senza ravvedimento, perché si tratta di un Regno che è conseguenza del ravvedimento, sarà il frutto del ravvedimento.

Gesù, oggi, ci annuncia che il Regno di Dio è vicino, ci annuncia la possibilità di una vita nuova, un mondo diverso.

Ma a questo possiamo domandarci perché questa nuova vita, perché un cambiamento, vengono annunciati con l’immagine di un Regno. Cosa vuol dire regnare? Cosa significa dover gestire e programmare il lavoro di un Regno, di uno Stato?

Così il re Davide aveva individuato il Programma per poter regnare con giustizia ed equità, un po' come fanno i nostri politici prima di essere eletti.

(Salmo 101 - TILC)

Camminerò sulla via giusta… Terrò una condotta leale negli affari di corte. Non degnerò di uno sguardo i progetti del malvagio.

Odio chi diventa infedele; non mi lascerò corrompere. Voglio evitare chi vive d'intrighi, non mi legherò al disonesto.

Ridurrò per sempre al silenzio chi calunnia di nascosto. L'uomo arrogante e ambizioso non posso tollerarlo. Sceglierò per miei consiglieri gente di fiducia, uomini onesti e leali per miei ministri. Non abiterà nella mia reggia colui che inganna, non avrà posto alla mia presenza chi dice menzogne.

Giorno per giorno ridurrò al silenzio ogni mal fattore del paese. Voglio espellere tutti i disonesti dalla città del Signore.

Già umanamente apprendiamo che i propositi per un buon regno debbano essere la giustizia, la condotta leale, la fiducia, la legalità. Di contro bisogna lottare contro l’illegalità, la corruzione, gli intrighi, la disonestà, l'arroganza, l'inganno, il falso.

In realtà tutti noi siamo chiamati a fare un programma per la nostra vita, per la nostra comunità e per la nostra società. Anche noi siamo chiamati a essere di questo Regno non certo dei sudditi passivi, ma attivi che partecipano con passione al processo di guarigione e di cambiamento della nostra umanità. Siamo noi chiamati oggi a proporre l'annuncio del Regno di Dio come possibilità che ci è data per un cambiamento reale del mondo, a partire da noi, a partire dal ravvedimento; a partire cioè dalla consapevolezza della nostra debolezza, dei nostri errori, dei nostri fallimenti.

La fede che ci è donata e che ci permette di credere che c’è speranza è una fede che ci impegna ad annunciare questa speranza. La speranza di un futuro attraverso il ravvedimento, attraverso il messaggio di amore, di umiltà, di giustizia, di equità, di accoglienza, di pace, di lealtà, di solidarietà; questo messaggio deve essere anche il nostro programma di vita, perché questi frutti, che sono frutti del ravvedimento ci danno la possibilità di cominciare a vivere e a vedere in un Regno, che è già realtà, nascosta, ma che comincia a radicarsi e a portare i suoi frutti.

So che molti di voi ritengono che questo annuncio di Dio è senz’altro quello che la chiesa deve dire, ma che poi il mondo resta com’è perché non si può rivoltare come un calzino, e che il processo di cambiamento sarà veramente lungo e, quindi, lontano.

Ma basta solo che scatti un piccolo ingranaggio perché tutto cambi, non è necessario distruggere e ricostruire tutto il mondo.

Vi racconto una storiella cinese che alcuni di voi conoscono perché l’ho citata già qualche volta. La storiella narra di «Un mandarino che un giorno fece un viaggio nell'aldilà.

Prima arrivò all'inferno. C'erano lì molte persone sedute davanti a dei piatti pieni di riso, ma tutti morivano di fame perché, per prendere il riso, avevano solo dei bastoncini lunghi due metri, e non potevano servirsene per nutrirsi.

Poi andò in cielo. Anche lì c'erano molte persone sedute davanti a dei piatti pieni di riso, ma tutti erano felici e in piena salute; anche loro avevano dei bastoncini lunghi due metri, ma ciascuno se ne serviva per nutrire l’altro che era di fronte a lui».

Non pensiamo che servano dei rivolgimenti cosmici perché il Regno di Dio possa avere il suo avvento, è necessario che scatti un piccolo ingranaggio nella nostra testa che produrrà un dietrofront della nostra esistenza, la rinuncia a considerare se stessi d'importanza primaria e il centro della vita. Se ognuno di noi ha cura del prossimo e scopre il valore della solidarietà, allora anch’egli riceverà allo stesso modo la cura dagli altri.

Questo è per noi oggi il Regno di Dio: la nuova possibilità che ci viene data in Cristo: la possibilità di amare perché abbiamo ricevuto il suo amore; sentirsi amati e benvoluti fa aprire le braccia verso altri da amare e accogliere; la nuova possibilità dei credenti in Cristo è la capacità e la gioia della solidarietà, del condividere tutto con gli altri: l’amore è la forza che ci spinge a essere accoglienti, aperti e ospitali. Amore non è fare tante cose giuste e belle, ma essere giusti, essere belli, non è fare cose buone, ma essere buoni, non è sforzarsi di praticare l’onestà, ma essere onesti, non è fare accoglienza, ma essere accoglienti, ospitali, comprensivi, rispettosi, aperti… Essere dentro di noi, diversi, rinnovati, che rendono il regno di Dio presente.

Ci dia il Signore la capacità di essere fedeli e coerenti con la sua Parola, nella quale abbiamo riposto la nostra fede. Amen!

 

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