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Sermone di domenica 16 gennaio 2011 (Esodo 33,18-23)

Testo biblico della predicazione: Esodo 33, 18–23

Mosè disse: «Ti prego, fammi vedere la tua gloria!» Il Signore gli rispose: «Io farò passare davanti a te tutta la mia bontà, proclamerò il nome del Signore davanti a te; farò grazia a chi vorrò fare grazia e avrò pietà di chi vorrò avere pietà». Disse ancora: «Tu non puoi vedere il mio volto, perché l’uomo non può vedermi e vivere». E il Signore disse: «Ecco qui un luogo vicino a me; tu starai su quel masso; mentre passerà la mia gloria, io ti metterò in una buca del masso, e ti coprirò con la mia mano finché io sia passato; poi ritirerò la mano e mi vedrai da dietro; ma il mio volto non si può vedere».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, un filosofo francese degli anni ’60 scriveva che “senza viso non si è”; non si è nei confronti della società, del mondo, nei confronti di tutti, perché senza viso non si può mostrare la propria identità, il proprio umore, i propri pensieri, non si potrebbero instaurare dialoghi, rapporti, e questo in effetti è, in alcune popolazioni, il senso del coprirsi il viso, o del portare il burka: significa rinunciare a instaurare rapporti, a costruire dialoghi, confronti, amicizie; significa mantenere distanza, restare anonimi, impersonali, senza nome. Senza il viso non c’è sorriso, pianto, gioia, dolore che si possano condividere.

Nella Bibbia ci aspetteremmo che la richiesta di Mosè di vedere il volto del Signore sia presto esaudita, invece Dio dice: «chi vede il mio viso non può vivere, muore». Perché Dio si nega?

Il brano biblico dell’Esodo, che abbiamo ascoltato, è preceduto dall’episodio del vitello d’oro; il popolo costruisce un vitello d’oro da adorare, da considerare come proprio dio; ha bisogno di vedere il proprio dio, il suo corpo e il suo volto. Mentre il popolo costruisce in dio da vedere, Dio si rivela a Mosè come un Dio da ascoltare, attraverso le dieci parole scritte sulle tavole.

Il popolo non vuole sentire, ma vuole vedere e toccare, non vuole la proposta di una scelta di fede o di non-fede; non vuole alternative, non vuole la libertà di scegliere, di coscienza, vuole che l’evidenza dei fatti, dell’immagine lo costringa a credere; vuole che la fede diventi qualcosa di visibile e che la presenza di Dio non diventi un elemento di ambiguità che rende possibile la non-fede.

Tutto ciò però, Dio non lo può permettere perché un senso del suo mistero deve essere preservato. Dio rifiuta di essere usato, ridotto e ridimensionato a proprio uso: un dio nel cassetto, prevedibile, orientabile, che non inganni le attese, che non deluda mai il bisogno di segni e miracoli e alimentano una fede distorta, monca, più rivolta a se stessi che a Dio.

Dopo l’episodio del vitello d’oro Dio si dice tradito e decide di non partire con il popolo d’Israele verso la terra promessa, ma decide di restare nel Sinai. La presenza di Dio con Israele era individuata nella costruzione dell’arca che avrebbe contenuto le dieci parole di Dio; il tabernacolo. Ma ora il popolo ha scelto quale dio lo avrebbe accompagnato, in quale tabernacolo avrebbe dimorato: nel vitello d’oro.

La domanda che Mosè e il popolo ora si pongono è: Dove andremo senza Dio, una volta partiti?

Dunque la Bibbia propone un dialogo tra Mosè e Dio che stupisce per il tono insistente di Mosè che arriva a domandare a Dio: «Ti prego, fammi vedere la tua gloria». Anche Mosè vuole vedere Dio. Pensa forse di poter racchiudere nella sua piccola mente Dio? Pensa forse di conoscere così Dio da comprenderlo nella sua totalità? Pensa forse Mosè che conoscere Dio impegni Dio stesso poi a seguire Mosè e il popolo come un genio della lampada?

È qui che Dio ricorda a Mosè che il suo viso non si può vedere. Non si tratta di un Dio che si nega o che si nasconde, neppure di un Dio che non permette di essere conosciuto. Si tratta di un Dio che ci ricorda che non possiamo possederlo come si possiede un oggetto né identificare con una qualche forma umana o animale. Dio rimane Colui che è totalmente altro, libero, che permette la libertà dell’essere umano.

Il non poter vedere Dio non ci allontana da lui, ma ci permette di comprenderlo come colui che nella sua libertà prende delle decisioni. Dio, in questo modo, spiega che non è colui che viene dietro ai tuoi desideri, che ti segue, ma che, se vuoi, sarai tu a seguirlo. Dio è colui che ti sta davanti, tu stai al suo seguito, alle sue spalle.

Dio è colui che non segue Israele, ma lo chiama a seguirlo. Noi vorremmo che sia Dio a venire dietro a noi, che sia Dio al nostro seguito, mentre risponderà così a Mosè: «Io ti coprirò con la mia mano finché io sia passato, poi ritirerò la mano e mi vedrai da dietro, ma il mio volto non si può vedere».

Mosè vedrà Dio, ma solo alle spalle, quando Dio sarà passato davanti a lui. Dio passa davanti a colui che voleva relegarlo dietro a sé, al suo seguito. Vedere Dio alle spalle invece significa porsi al seguito del Signore perché Dio è colui che ti sta davanti, tu stai alle sue spalle, fratello, sorella. Mosè vede Dio dalla posizione in cui lo vedrà il popolo, dalle spalle quando Dio gli starà davanti accompagnandolo lungo il deserto.

Il Signore riporta le cose in ordine, ognuna al suo posto: «sono io che sto davanti a te», ti dice Dio. In questo dialogo tra Mosè e Dio anche tu, fratello, sorella, sei chiamato a riconoscere la presenza di Dio nella tua esistenza, nei travagli e nella fatica della vita, nella storia che ti coinvolge e ti conduce lungo il tuo cammino.

Forse anche tu hai pensato che quando Dio non risponde alle tue preghiere, ai tuoi comandi, è un Dio ingiusto e arbitrario che non comprendi e da lui a volte, proprio per questo, ti sei allontanato, allontanata.

Dio invece ti dice che è Colui che sta davanti a te, questo significa che quando hai bisogno di lui devi solo metterti al suo seguito e lasciarti guidare. Questo brano della Bibbia invita tutti noi a riconoscere il bisogno di Dio e dire: «Ho bisogno di te, Signore, e sono disposto a seguiti».

Dio dice a Mosè: «La mia presenza andrà con te e io ti darò risposo», si tratta di una promessa di Dio, il riposo si identifica con la risposta di Dio, è la pace che Dio concede, la giustizia, è la terra promessa. Una promessa che ha una valenza escatologica, cioè rivolta al futuro, una promessa che resta valida anche quando Israele prenderà possesso della terra. Un promessa che è impegno per Dio e missione per il popolo.

Da questa promessa è nata la ricerca di Mosè nei per una missione che lo ha coinvolto per tutta la vita, fino alla sua morte.

Spesso noi, le nostre chiese, non ci poniamo alla ricerca perché pensano di avere tutto: Gesù Cristo, la Bibbia, la fede. Non ci rendiamo conto che ci manca quella ricerca continua, e forse anche estenuante, che è caratteristica della fede a partire dalla promessa di Dio: Io sarò davanti a te”.

Questa parola di Dio “Io sarò davanti a te” dà a noi tutto il senso della nostra provvisorietà di cui non abbiamo più consapevolezza. È il bisogno che abbiamo di essere condotti, guidati a motivo di una missione che è stata affidata a tutti i credenti: essere di benedizione per il prossimo, secondo la promessa di Dio fatta ad Abramo: «In te saranno benedette tutte le nazioni della terra» (Genesi 12,3). Questa era la missione di Mosè e di Israele.

A noi, invece, manca l’ansia per il compito che ci è stato chiesto di compiere. La promessa del “riposo” di cui parla Dio, in realtà, paradossalmente, non è assenza di fatica; il riposo che Dio ci promette è proprio il vivere la fatica nella missione che ci affida, alla luce della presenza del Signore, è la fatica della ricerca, non sempre facile, della comunione con i fratelli e le sorelle, non sempre facile, del dialogo, del confronto, della solidarietà, dell’amore. Si tratta della fatica di una vita consacrata alla missione che Dio affida.

È la fatica di chi non si assenta, non si estranea dalle contraddizioni della vita e del mondo rinchiudendosi nel proprio piccolo mondo sicuro, nel suo vitello dorato, è la fatica di chi ha compreso che si tratta della vocazione a costruire ponti, relazioni, a stringere legami, a permettere incontri che producono unione, sostegno, fraternità, riconciliazione.

Il Dio che affida ad ogni credente la missione di essere testimone fedele del Dio d’amore e di libertà è lo stesso Dio che non abbandona ognuno al proprio destino, ma cammina con quel credente, davanti a lui, a lei, promettendogli un futuro di speranza.

Amen!

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