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Sermone di domenica 23 gennaio 2011 (Giovanni 4,46,53)

Testo biblico della predicazione: Giovanni 4, 46-53

Gesù dunque venne di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un ufficiale del re, il cui figlio era infermo a Capernaum. Come egli ebbe udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, andò da lui e lo pregò che scendesse e guarisse suo figlio, perché stava per morire. Perciò Gesù gli disse: «Se non vedete segni e miracoli, voi non crederete». L’ufficiale del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli disse: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detta, e se ne andò. E mentre già stava scendendo, i suoi servi gli andarono incontro e gli dissero: «Tuo figlio vive». Allora egli domandò loro a che ora avesse cominciato a star meglio; ed essi gli risposero: «Ieri, all’ora settima, la febbre lo lasciò». Così il padre riconobbe che la guarigione era avvenuta nell’ora che Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive»; e credette lui con tutta la sua casa.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, l’evangelista Giovanni ci permette oggi di partecipare a un miracolo: il figlio di un ufficiale del re Erode è guarito. Diverse volte i nostri studi biblici hanno trattato l’argomento dei miracoli nella Bibbia o dei segni, come li chiama l'evangelista Giovanni. Parlando di questo argomento si scopre di quanto diverse siano le nostre interpretazioni circa l’evento miracoloso. Oppure di come diversi sono i nostri modi di intendere l'intervento di Dio nelle persone, nella chiesa o nella società, oppure nella storia. C'è chi pensa che nulla avvenga senza una precisa volontà di Dio e chi pensa che Dio lasci che le cose avvengano indipendentemente dalla Sua volontà, ma secondo delle situazioni di causa ed effetto come leggi della natura.

Certo che in tutti e due i casi si rischia di cadere ora da una parte, ora dall'altra dimenticando che noi siamo chiamati a vivere la nostra parte nella storia del mondo dando il nostro contributo di fede e di amore a prescindere da come vadano le cose e se ciò che accade è volontà di Dio oppure no!

Nella chiesa antica questo problema era già stato affrontato. Spesso, nei Vangeli, ci stupisce che Gesù proibisca di divulgare la notizia di un miracolo, o che cerchi posti isolati perché non sia raggiunto da folle in cerca di miracoli. Nel periodo del suo annuncio del Regno di Dio, Gesù fu turbato continuamente dal timore che i suoi miracoli potessero fare ombra al potente messaggio di redenzione e grazia di Dio, dell’annuncio dell’avvento del suo Regno.

Diverse volte Gesù accusa i suoi ascoltatori, come nel brano alla nostra attenzione oggi, dicendo: «Se voi non vedete segni e miracoli, voi non credete» (Giov. 4,48). Gesù si indigna alla richiesta di fare un miracolo perché ha la sensazione che sia cercato non perché la sua predicazione dell’annuncio dell’amore di Dio converta i cuori e le menti, ma per ricevere una guarigione del corpo.

Gesù teme che della sua missione rimanga il ricordo di un uomo capace di guarire: un medico, uno stregone, un guaritore qualunque che si guadagnava da vivere.

Gesù mette in discussione la fede, vuole che la gente capisca che è in gioco il destino del mondo non dell’unghia incarnita di una persona. Qui entra in gioco la fede. Una fede che sappia riconoscere in Cristo la presenza del Dio vivente sulla terra. Gesù non aveva bisogno di essere legittimato dai miracoli e neppure che riponesse la propria fiducia nella Sua potenza miracolosa. Gesù sa bene che la fede esiste a prescindere dalle guarigioni e da gesti miracolistici, Gesù sa che la fede non si fonda su atti prodigiosi.

Gesù protesta contro un fede fondata sul miracolo e sul prodigio perché non è fede, ma un modo di credere fondato non sul Cristo, ma nella sua potenza miracolosa, non sulla Parola del Dio vivente, ma su un evento straordinario quanto equivoco dal momento che può sempre subire diverse interpretazioni alla luce di eventi scientifici e naturali.

Si tratta di un credere che chiede sempre conferme, nuovi miracoli, nuove guarigioni, una fede dubbia che crollerà non appena sarà delusa nelle sue aspettative. Gesù si mostra contro una fede basata sulla superficialità del miracoloso.

Gesù vuole condurre ad una fede autentica non fondata sull'aspetto prodigioso dei suoi segni, ma su ciò a cui il segno rimanda, al Cristo figlio di Dio e all’annuncio della grazia di quel Dio che vuole salvare, perdonare, amare, lenire le ferite dell’anima, guarire l’umanità dal male che la rende schiava di se stessa, del proprio peccato, della violenza e della brutalità che divide, respinge, uccide, che genera disumanità.

Per questo nel Vangelo di Giovanni i miracoli di Gesù sono chiamati shmeion, (segni) proprio per sottolineare che l'apparenza rimanda ad una realtà ben più diversa e concreta che è quella di Dio e della sua decisione di mandare suo Figlio affinché il mondo possa essere riscattato e salvato dalla sua brutalità.

Nel nostro racconto della guarigione del figlio dell'ufficiale alle dipendenze del re Erode, Gesù mette alla prova l'uomo che gli dice «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia», infatti la risposta di Gesù «Va', tuo figlio vive» presuppone che l'ufficiale del re creda veramente che così avverrà.

L'uomo credette nella parola di Gesù.

È questo il centro del racconto: Va', tuo figlio vive. Ed egli credette. Credette senza verificare prima, credette senza vedere. Ciò che qui conta è la fede alla Parola pronunciata da Gesù, non al miracolo. Gesù non diceva "Va', la tua fede ti ha guarito". Semmai: «Va' la tua fede ti ha salvato», proprio per sottolineare che la fede era fondata non sulla guarigione ricevuta, ma sulla Parola ascoltata dal Cristo.

In questo racconto, si evidenzia una fede nel Cristo che porta una Parola attraverso la quale il mondo puù cambiare in modo radicale. Cambiare significa permettere che vinca la vita sulla brutalità, la violenza e la morte.

In questo racconto Gesù è il datore della vita. «Tuo figlio vive». Per l'evangelista la potenza di Gesù non è determinata dal miracolo che compie, ma è determinata dal fatto che Gesù doni la vita. Qui il termine vita ha un duplice significato, vuol dire guarire, ristabilirsi in salute, ma rimanda anche alla vera vita che Gesù è capace di donare.

La vita che Gesù dà al fanciullo è una vita biologica, ma la vita che Gesù dà come segno è quella eterna. Il segno riporta alla vita eterna. Infatti Gesù è anche colui che dà l'acqua della vita, colui che è il pane della vita, la luce della vita.

Gesù è colui che dà alla nostra vita qualcosa di nuovo, di soprannaturale, che arricchisce la nostra vita biologica di un senso di eternità. Non sempre la “vita eterna” nella Bibbia intende richiamare l’attenzione alla durata della vita, una vita che vuole essere senza fine; in realtà la vita eterna è una vita senza inizio e senza fine, come il Signore che è eterno. Vita eterna quindi più che indicare una vita senza fine ci indica una vita che ha valore, una vita riempita di significato, di senso per cui vale veramente la pena vivere.

In Cristo noi possiamo fare questa scoperta: il Signore dà un valore di eternità alla nostra vita, un valore che si aggiunge alla nostra vita biologica. Questo valore aggiunto è qualcosa che la Bibbia associa alla perfezione: è l’amore, la capacità che ci viene data di amare. Un pezzo di cielo raggiunge la terra, ci coinvolge, ci impegna, ci avvolge, ci trasforma perché il nostro agire diventi altruistico, per il bene comune non più per se stessi, per la fraternità non più per l’ostilità, per l’amicizia non più per l’inimicizia, la riconciliazione non più per la discordia.

Gesù annuncia l'importanza di dare un valore all'esistenza, alla nostra vita e alla nostra storia umana, un valore come quello che ha la vita eterna. Egli ci dice che nell'oggi ci viene data la possibilità di vivere in modo non superficiale, vuoto, arido, sterile, ma in modo pieno, fecondo, utile, ricco e che tutti possano essere partecipi di questa stupenda possibilità.

Fratello, sorella, in Cristo il Signore, attraverso la sua Parola di libertà, di amore, di pace, hai la possibilità di una vita nuova carica di quella forza vitale e di quell’entusiasmo che ti sosterranno nelle tante difficoltà e negli affanni che la vita ti riserva.

Gesù è colui che dà la vita, che ti permette di vivere in modo autentico la tua umanità, in modo pieno la tua partecipazione nella chiesa, nella società, nella città, nel tuo impegno per il bene comune.

Il Signore che dà la vita è colui che ti impegna per la vita. Affidarsi al Signore della vita, non significa rinunciare alla propria vita, ma ricevere un valore che rende la nostra vita ricca di risorse, una vita riempita di umanità, dei valori della pietà, della misericordia, della condivisione, della riconciliazione, dell’accoglienza, della solidarietà. La “Vita eterna”. Amen!

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