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Testo della predicazione: (Luca 17,7-10)
Se uno di voi ha un servo che ara o bada alle pecore,gli dirà forse,quando quello torna a casa dai campi:”Vieni subito a metterti a tavola”? Non gli dirà invece: ”Preparami la cena, rimboccati le vesti e servimi finché io abbia mangiato e bevuto, poi mangerai e berrai tu”? Si ritiene forse obbligato verso quel servo perché ha fatto quello che gli era stato comandato? Così, anche voi, quando avrete fatto tutto ciò che vi è comandato, dite: ”Noi siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare”.
Sermone
Sorelle e fratelli soffermiamoci a pensare ad una delle tante nostre giornate lavorative, chi in ufficio, chi in fabbrica, in cantiere, a scuola… e poi proviamo ad immaginare il così detto “dopolavoro” che non è un circolo ricreativo o un club ma è la corsa a far la spesa, a mettere in ordine la casa, a stirare, spolverare, pulire i pavimenti, cucinare…
Pensiamo al momento in cui stiamo quasi per crollare dalla fatica e vorremmo ascoltare la voce di qualcuno/a che ci gratificasse con parole di approvazione per il nostro operato, qualcuno/a che ci dicesse: ”Bravi,complimenti, ce l’avete fatta!” Ed invece ci venga ricordato che siamo “servi inutili” che “abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare”.
Immaginiamo quando ci sentiamo degli eroi, delle eroine per essere usciti incolumi dal caos del traffico cittadino, per essere riusciti a controllare i nostri istinti contro chi avrebbe voluto sorpassarci nelle lunghe code al supermercato, in banca, alla posta o in farmacia, pensiamo a quando ci sentiamo dei “superman” per aver trovato il tempo di accompagnare i figli in palestra, al calcetto o a danza, dei semidei per esserci ricavati un momento, nelle nostre giornate caotiche, per ascoltare lo sfogo del figlio o della figlia adolescente in lacrime per la prima delusione amorosa e a quel punto vorremmo un ringraziamento, un riconoscimento per quelle nostre doti sovrumane ed invece dobbiamo ripeterci che “siamo servi inutili, abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare”.
Noi non abbiamo fatto nulla di straordinario, normale routine, noi non abbiamo meritato alcuna medaglia nell’espletare tutte quelle mansioni, nel rendere i nostri servizi; non c’è un pubblico ad applaudirci come pensiamo di meritare, dei “fans” in delirio per aver assistito alle nostre giornate rocambolesche!
Deludente, frustrante, deprimente!!! Ma è così: non abbiamo fatto né più né meno del compito che ci è stato affidato: padri e madri di famiglia ma anche single, donne e uomini che quotidianamente riescono a lavorare fuori e dentro casa.
A questo punto credo sia lecito chiederci chi ci abbia messo sotto questo giogo, chi ci abbia caricati di tutti questi pesi sì da rimanerne schiacciati! Chi ci ha ridotti schiavi, servi? Non è stato nessuno, è stata la nostra scelta di crearci una famiglia o meglio la scelta di Dio di darci una famiglia; è la vostra, la nostra, la mia condizione.
Tutti siamo servi, ciascuno/a di noi è al servizio di qualche altro/a, siamo servi del nostro prossimo; ciascuno/a di noi rende, più o meno consapevolmente,un servizio al singolo, alla società, alla Chiesa, a Dio. A ciascuno/a di noi è affidata una missione, più o meno impegnativa, ma ugualmente importante.
Sorelle e fratelli, è necessario che noi tutti prendiamo coscienza di avere un ruolo più o meno oneroso, che ci permette di essere utili gli uni agli altri, di renderci un servizio reciproco, di essere servi, serve. Servo, indica ogni rapporto di dipendenza, dello schiavo, del suddito… ma anche del dignitario, del ministro che, dovrebbe (ed oggi più che mai uso il condizionale) essere al servizio del cittadino. Il ministro quando agisce correttamente, rispettando le leggi, svolgendo il suo
servizio in maniera ineccepibile, non ha fatto altro che quello che era in obbligo di fare e non può rivendicare alcun diritto, alcun merito.
Come nella politica, anche nella Chiesa, di ministri ce ne siamo tanti, tutti svolgiamo il nostro servizio, esercitiamo la nostra diaconia, sia i diaconi istituzionalizzati (membri del consiglio di chiesa, anziani, pastori, monitori, predicatori…) sia tutti i singoli membri di chiesa che, compatibilmente con le loro capacità fisiche, intellettive, disponibilità finanziaria, collaborano alla vita della comunità.
Siamo tutti operai nella vigna del Signore, inviati nella sua messe, collaboriamo tutti all’avanzamento del suo Regno che viene, con la nostra testimonianza anche se talvolta timida, con le nostre parole spesso incerte,con i nostri pochi mezzi a disposizione.
In questo racconto dell’evangelista Luca, sottoposto oggi alla nostra attenzione dal lezionario “Un giorno una parola”, Gesù pone una domanda retorica: «Se uno di voi ha un servo che ara o bada alle pecore, gli dirà forse, quando quello torna a casa dai campi: ”Vieni subito a metterti a tavola”? Non gli dirà invece: ”Preparami la cena, rimboccati le vesti e servimi finché io abbia mangiato e bevuto, poi mangerai e berrai tu”? Si ritiene forse obbligato verso quel servo perché ha fatto quello che gli era stato comandato?» (Luca 17,7-9). La risposta è dunque scontata: Il dovere del servo è quello di preparare la cena al suo padrone che non si sentirà obbligato verso di lui, ”perché ha fatto ciò che gli era stato comandato”.
Sorelle e fratelli, quello che fa il servo è il suo compito, non ha bisogno di essere ringraziato, egli ha fatto il suo servizio, è la condizione normale ma che può apparire un paradosso: il servo che torna stanco dai campi per aver arato e badato alle pecore, non può mettersi a tavola a mangiare, ma deve prima servire il suo padrone, preparargli la cena e non ricevere da questi alcun elogio. Un paradosso per noi che, dopo le nostre pesantissime giornate, vorremmo avere un ringraziamento particolare, un premio.
Gesù ci invita a cambiare questa mentalità, una mentalità “commerciale” nel nostro rapporto con Dio, una concezione del “do ut des”. ”Noi siamo servi inutili” ci dice il nostro testo. È necessario chiarire l’aggettivo “inutile”.
Inutile non è da intendersi come se il nostro servizio fosse vano, nel senso che se ne può anche fare a meno, ma in-utile (in-utilis) nel senso che non produce un utile, un reddito, infatti il termine greco adoperato è “akreìos” che sta a significare: senza guadagno; è lo stesso termine adoperato dall’evangelista Matteo per indicare quel servo che va a nascondere il talento che gli era stato affidato, non mettendolo a frutto, non avendo prodotto un reddito, un utile, dunque in-utile.
Noi siamo servi inutili in questo senso, tutto ciò infatti che facciamo a favore della società, della Chiesa, di Dio non ci fa accumulare meriti o guadagni. Nel racconto de ”I lavoratori delle diverse ore” che abbiamo ascoltato, coloro che sono arrivati prima alla vigna, per il fatto di aver lavorato più a lungo e di aver sopportato il caldo, rivendicano una paga maggiore di coloro che sono arrivati per ultimi, non rendendosi conto che nessuno può acquistarsi meriti per aver fatto quello a cui è stato chiamato per aver svolto il proprio servizio.
Lavorare nella vigna del Signore, care sorelle e fratelli, è già la nostra ricompensa, la ricompensa al servizio è il servizio stesso. Prendere coscienza di essere “servi inutili” è capire di essere liberi, liberi dall’idea del servizio retribuito, è servire nella fede.
Nei versetti immediatamente precedenti questo testo, quando gli apostoli chiedono a Gesù di aumentare loro la fede, il Signore risponde: «Se aveste fede quanto un granel di senape potreste dire a questo sicomoro: ”sradicati e trapiantati nel mare”». Ed è proprio quella fede, che può spostare le montagne e sradicare gli alberi, che deve far capire a loro come a noi di essere dei semplici servi, uomini e donne posti da Dio nel mondo per servire, uomini e donne investiti da una missione da portare avanti nella gioia e nella riconoscenza.
Siamo tutti servi! Tutta la Bibbia è popolata da figure di servi, fedeli, infedeli, utili, inutili… e Dio si serve di loro, spesso di quelli ritenuti meno adatti, inadeguati, per entrare nella nostra vita, per manifestarsi nella nostra storia, di generazione in generazione.
Pensiamo a Mosè “lento di parola e di lingua” (Esodo 20,10) al quale viene affidata la missione di liberare gli Israeliti dagli Egiziani, a Davide il più giovane tra i figli di Isai, che viene unto re a tutti i profeti molti dei quali, troppo giovani come Geremia o Samuele, recalcitranti come Giona, usati da Dio per annunciare al popolo il ravvedimento.
Ricordiamo Maria, la madre di Gesù, una ragazza troppo giovane, una fanciulla umile, scelta per dare alla luce il Messia dirà: «Io sono la serva del Signore; mi sia fatto secondo la sua parola» (Luca 1,38) e Gesù stesso, il servo dell’Eterno! Gesù, venuto tra di noi “non per essere servito, ma per servire” (Marco 10,45) Gesù servo, Gesù diacono.
Sorelle e fratelli, voglia Dio continuare a servirsi di noi, “servi inutili” che non debbono mai avanzare pretese, rivendicare diritti, ostentare meriti per aver fatto soltanto “quello che eravamo in obbligo di fare”. Amen!