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Testo della predicazione: Marco 4,26-29
Diceva ancora: «Il regno di Dio è come un uomo che getti il seme nel terreno, e dorma e si alzi, la notte e il giorno; il seme intanto germoglia e cresce senza che egli sappia come. La terra da sé stessa dà il suo frutto: prima l'erba, poi la spiga, poi nella spiga il grano ben formato. Quando il frutto è maturo, subito il mietitore vi mette la falce perché l'ora della mietitura è venuta».
Sermone
Cari fratelli e care sorelle, la parabola del seminatore ci insegna che l’annuncio del Regno di Dio passa attraverso strumenti sicuramente deboli, quasi che il Regno annunciato fosse “debolezza”. Dio non ha voluto essere che un Seminatore. Ha accettato, cioè, i limiti e i rischi che sono caratteristici della condizione umana.
Dio ha accettato che la sua Parola fosse sottoposta alle limitazioni in cui s'imbattono tutte le parole umane: ha accettato che gli uccelli la divorassero, che il sole la inaridisse, che le spine la soffocassero. In altri termini, Dio ha accettato che la sua Parola fosse anche una parola umana. Questo comporta delle conseguenze.
Innanzitutto occorre comprendere che la Bibbia non è un libro magico i cui poteri investono tutti coloro che la leggono o l’ascoltano. Al contrario, per altri, la Bibbia potrà essere una raccolta di storielle per bambini o tutt’al più, di storia di due religioni, quella ebraica e quella cristiana.
Dando però importanza alla Parola di Dio, dobbiamo stare attenti a non «divinizzare» la Bibbia, a non farne una parola indiscutibile e tassativa, dai valori non negoziabili. Lasciamo questo alle altre parole, a quelle umane che, anche nei dibattiti politici vogliono presentarsi come parole «divine», parole che debbano convincere tutti. Queste parole hanno bisogno di credersi infallibili.
La Parola di Dio non è così, ce lo insegna la parabola di oggi.
Ciò significa che non tocca a noi dimostrare la veridicità della Parola di Dio, a noi tocca solamente annunciarla, seminarla.
Tuttavia, la semina che ci è stata affidata non può essere fatta alla meno peggio. A noi è affidata anche la responsabilità e la cura con cui la Parola è annunciata, con cui il seme è sparso. Questo significa dare importanza alla preparazione di ognuno che getta il seme, perché rinunciare alla preparazione, alla formazione, rinunciare a capire e a metterci la propria convinzione e il proprio cuore significa sminuire il senso della vocazione e idealizzare la Parola di Dio, divinizzarla.
Lo Spirito Santo non soffia, come per magia, perché un versetto biblico viene pronunciato, ma la Parola di Dio diventa Spirito e vita attraverso la nostra partecipazione con l’anima e il cuore.
Ma sorge qui una domanda: «Il seme della parola che spargiamo non dipende, così, soltanto da noi, dai nostri sforzi, dalla nostra vigilanza, dalle nostre cure e dalle nostre opere? Non diventa così una parola unicamente umana? Può essa germogliare, spuntare, maturare senza di noi? Non dobbiamo cacciare gli uccelli che vengono a beccarla, trasformarci perfino in spaventapasseri?».
«Non dobbiamo noi procurare l'ombra alle piante quando il sole picchia? Non dobbiamo estirpare le spine? Non ci tocca operare incessantemente, giorno e notte, feste, domeniche e giorni feriali, affinché il seme possa spuntare?».
La parabola del Seminatore ci induce a interrogarci in questo senso e dopo averci spiegato che il Regno di Dio è debole al momento della semina, Gesù ci mostra quanto sia forte al momento della crescita. Nell’annuncio, il Regno di Dio sembra alla mercé del seminatore, ma poi questo Regno non dipende dalle nostre opere. Noi non abbiamo motivo di preoccuparci e inquietarci per esso.
Il Seminatore, qui nella parabola di Marco, è Gesù Cristo, ma oggi è la Chiesa, cioè tutti i credenti. La Chiesa getta il seme. Tutti i credenti sono chiamati ad annunciare la Parola di Dio.
Ma cosa accade a questa parola una volta annunciata? Essa non ci appartiene più, non riguarda più il nostro affannarci, né il nostro adoperarci perché cresca e maturi.
Noi impariamo qui una lezione di vita. Il nostro compito, la nostra vocazione di credenti è quella di gettare il seme, di testimoniare con parole e gesti di coerenza la fede che abbiamo ricevuto e che ha permesso di porci all’interno dell’orizzonte del Regno di Dio che coinvolge e determina il nostro presente.
Noi siamo tentati, invece, di andare a vedere se il seme spunta bene o male, siamo tentati di studiare i modi per far crescere la pianta in modo sano, di creare le condizioni per un raccolto migliore. Questo non è compito nostro, ci insegna Gesù, questo dipende da Dio.
Certo, non bisogna disinteressarsi delle persone deboli e dei loro problemi perché un buon giardiniere non può rimanere indifferente davanti a un giardino sterile, ma la nostra tentazione è quella di metterci al posto di Dio, in altri ambienti questo atteggiamento si chiama “delirio di onnipotenza”.
Lutero, nei “Discorsi a tavola”, diceva: «Mentre io sono qui a bere birra, la parola di Dio scorazza per il mondo e converte (abbatte il Papa!)»
Tutto ciò intende sottolineare il fatto che prioritaria per noi è la semina. La parabola di Gesù, del seme che cresce da sé, in fondo, ci vieta di cadere nell’angoscia. Nel senso che non saranno le nostre opere a permettere al seme di germogliare, né il fatto di non riuscire a dormire, né i nostri tormenti. «Il seme cresce da sé, senza che il seminatore sappia come», il suo compito è stato assolto con la semina.
Molti di noi, nelle nostre chiese, hanno l'angoscia dei giardinieri disperati dall'aspetto dei loro giardini: «Le piante crescono male. Che fare affinché le cose cambino?».
Allora c'è chi comincia a recintare con muretti per isolare ciascuna specie. Altri cercano di spostare le stagioni, rimandando la confermazione, le ammissioni... e così via.
Non ho nulla contro questi tentativi, purché non provengano dalla nostra angoscia, e non si pongano come una terapia miracolosa. Poiché è un'illusione credere che il Regno di Dio si realizzi in virtù delle nostre opere, che la Chiesa sia come un giardino pulito privo di spine, di rovi e gramigna. Il Regno di Dio è qui e ora all’interno della nostra umanità contraddistinta da parzialità, limiti e peccato.
Dio si serve della chiesa, il seme non può gettarsi da se stesso, e noi siamo chiamati a gettare questo seme, ma, tuttavia, è senza di noi, automaticamente e da sé stesso, che spunta, che cresce, germoglia e porta frutto. Ecco allora quello che la parabola del seminatore dice a noi oggi: annuncia il Vangelo del Regno di Dio e attendi con fiducia e pazienza l'opera di Dio.
Non drammatizzare se fa freddo e tutto gela. Rispetta l'autonomia del seme: è un modo di rispettare gli altri e l’azione dello Spirito Santo.
Nella parabola una frase chiave: «Senza che egli sappia come». In fondo si tratta dell’amore di Dio, della sua rassicurazione, del sorriso di Dio sulla Chiesa, un sorriso che deve anche essere il nostro perché non possiamo mai entrare nel merito dell’opera di Dio, non ci capiremo nulla. Non riusciremo mai a capire perché quel dato seme che doveva germogliare non sia germogliato e quell'altro che non poteva germogliare abbia dato frutti generosi. Non riusciremo mai a capire perché in questo terreno cattivo un seme mal gettato e mal curato è riuscito a spuntare, e perché altrove, nonostante prediche sublimi e preghiere appassionate tutto sia andato male. Non riusciremo mai a capirlo perché la cosa non ci riguarda. In definitiva, questo testo ci mostra la straordinaria potenza del seme, della Parola di Dio.
Essa può germogliare là dove nulla dovrebbe crescere. Scopriamo allora che vi è una ragione della potenza, ma anche della debolezza di questa Parola: è l'Amore di Dio. Infatti è proprio per amore che Dio diventa debole, ma, allo stesso tempo, è l’amore ciò che egli ha di più forte.
L'amore è ciò che può trasformare il deserto in una regione verde e rigogliosa, è ciò che rende possibile l'impossibile. Questo amore possiamo solo riceverlo e scoprire che ci è dato anche di praticarlo, di donarlo, ma non ci appartiene, non ci è connaturato, ci resterà sempre incomprensibile, noi non sapremo mai né da dove viene né dove va né come agisce.
Siamo chiamati ad aver fiducia nell'oggi, mentre gettiamo il seme, e nel domani di Dio, mentre il seme germoglia. Ciò vuol dire vivere senza agitazioni e angosce. Il seme crescerà, diventerà adulto, maturo. Poi arriverà il tempo della raccolta, ma ciò non dipende da noi, perché nell'attesa noi siamo chiamati ad aver fiducia nell’azione e nell’opera che Dio compie. Amen!
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