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Sermone di domenica 3 aprile 2011 (Giovanni 12,20-26)

 

Testo della predicazione: Giovanni 12, 20-26

Or tra quelli che salivano alla festa per adorare c’erano alcuni Greci.
Questi dunque, avvicinatisi a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, gli fecero questa richiesta: «Signore, vorremmo vedere Gesù».
Filippo andò a dirlo ad Andrea; e Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù.
Gesù rispose loro, dicendo: «L’ora è venuta, che il Figlio dell’uomo dev’essere glorificato.
In verità, in verità vi dico che se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto.
Chi ama la sua vita, la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà in vita eterna. Se uno mi serve, mi segua; e là dove sono io, sarà anche il mio servitore; se uno mi serve, il Padre l’onorerà.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, Gesù pronuncia queste parole nella consapevolezza di ciò che lo attende, la sua morte in croce. Cerca di rivelarlo ai suoi discepoli e qui ricorre all’immagine del seme, un seme che è secco, senza vita, morto, quando lo si sotterra, ma poi produce il suo frutto, un frutto abbondante.

Gesù vuole rendere attenti i suoi interlocutori sul fatto che la sua morte è necessaria perché essi vivano, perché l’umanità viva di una vita vera. Un gesto gratuito sul quale sembra prevalere solo la morte e la distruzione di un corpo, mentre esso rivive non per se stesso, ma per dare una nuova speranza a tutti.

 

Il granello di frumento, fintanto che resta tale, resta solo, ma se muore porta frutto, come dire che nel portare frutto c’è una relazione con l’altro, con l’altra persona, una relazione che rende vivi e senza la quale non ci si può considerare che morti. Questa è la vita per Gesù, una vita nella quale condividiamo con l’altro/a la propria esistenza, una vita nella quale ci può essere dialogo, comunicazione, confronto, incontro.

Questo è il maestro Gesù che incontra i suoi discepoli, questo è il Gesù che incontra noi, il Cristo che vuole incontrare il mondo. Nell’incontro si esprime il proprio amore, il proprio donarsi all’altro/a, la vita è tale perché è portatrice di frutti, frutti che portano speranza, frutti che portano fiducia, comprensione reciproca, rispetto, diritti, solidarietà, libertà.

Si tratta di servizio vicendevole!

A questo sono chiamati i credenti, che Gesù chiama qui diakonoi, diaconi, ministri, coloro che si pongono al servizio degli altri in un rapporto costruttivo di incontro e di dialogo.

Questa è la chiesa che si fonda sulle parole di Cristo.

Se il seme non muore… significa contrapporre una vita vera ad una vita senza senso, vuol dire essenzialmente avere la capacità di donarsi, e donarsi significa far morire il nostro egoismo, la nostre esigenze personali, il nostro continuo bisogno, illusorio, di auto-realizzazione o auto-affermazione; è questo il senso dell’odiare la propria vita. L’odio di cui Gesù parla, non va inteso in senso letterale, ma nel senso che la vita di ciascuno non ha valore in sé, ma acquista valore se l’individuo esce da se stesso, dalla propria area protetta, dalla solitudine per incontrare l’altro e il mondo intero. Diversamente, ci dice Gesù, la vita sa’ di tomba, di nulla, di vuoto, di arido.

Se il seme non muore… rimane solo.

Gesù vuole, sen’altro, insegnarci che la vita è bella, che è meravigliosa, ma che va vissuta con lo sguardo che va oltre la vita umana, con uno sguardo rivolto alla definitiva vittoria di Dio, a una vita vera definitiva. Oggi possiamo vivere una realtà provvisoria, una vita che non va idolatrata: Gesù dice che bisogna essere disposti a rinunciarvi se necessario. E non si trattava, allora, di una proposta accettabile, non era questa la visione della vita secondo l’antica Grecia, e non lo è neanche quella dei nostri contemporanei, prigionieri del consumismo o dello spasmodico desiderio di affermarsi.

Gesù ci invita a seguirlo, a seguire le sue orme, ci propone il suo ideale di vita e il suo orizzonte che era quello del servizio vicendevole che fonda le premesse per una umanità fraterna e solidale, una società in cui c’è posto per tutti e dove tutti sono accolti per quello che sono e non per quello che dovrebbero essere, secondo la teoria del pensiero unico e della cultura monolitica.

Se uno mi serve, mi segua…

Al servizio di Gesù lo siamo tutti, ma essere credenti, dice Gesù, significa essere discepoli, cioè porsi al suo seguito, eppure seguire il Signore non è facile come può essere dirlo. Seguire il Signore non significa seguire un personaggio carismatico che fa audience, e neppure appoggiare una persona che afferma la verità. Seguire il maestro ci fa protagonisti di scelte coraggiose, impopolari, che non destano approvazione perché spesso turbano la quiete e impegnano le persone.

Seguire il maestro significa diventare attori di una storia che riguarda noi e gli altri, significa proiettarsi all’interno di un orizzonte di solidarietà, di accoglienza e di fraternità e permettere che questo orizzonte coinvolga gli altri, coloro che ci circondano perché solo a partire da questa visione, il mondo può guardare avanti con speranza.

Guardate cosa sta accadendo attorno a noi! Ve lo espongo con una riflessione di Gustavo Zagrebelsky, presidente onorario di “Libertà e giustizia”:

«Navi affollate di esseri umani alla deriva, immense tendopoli circondate da filo spinato, come moderni campi di concentramento, ogni avanzo di dignità perduta, i popoli che ci guardano allibiti, mentre discettiamo se siano clandestini, profughi o migranti, se la colpa sia della Tunisia, della Francia, dell’Europa o delle Regioni.

L’assenza di pietà per esseri umani privi di tutto, corpi nelle mani di chi non li riconosce come propri simili. L’assuefazione all’orrore dei tanti morti annegati e dei bambini abbandonati a se stessi. Si può essere razzisti passivi, per indifferenza e omissione di soccorso. La parte civile del nostro Paese si aspetta – prima di distinguere tra i profughi chi ha diritto al soggiorno e chi no – un grande moto di solidarietà che accomuni le istituzioni pubbliche e il volontariato privato, laico e religioso, fino alle famiglie disposte ad accogliere per il tempo necessario, chi ha bisogno di aiuto.

Avremmo bisogno di un governo degno d’essere ascoltato e creduto, immune dalle speculazioni politiche e dal vizio d’accarezzare le pulsioni più egoiste del proprio elettorato e capace d’organizzare una mobilitazione umanitaria».

La voce di chi diventa migrante si fa forte e dice anche a noi: «Tutti gli esseri umani hanno pari dignità e devono avere la possibilità di vivere la vita e di superare la povertà». Guardare il futuro con speranza è il messaggio che Gesù è venuto a portare, in una società che guardava solo al presente e cercava di sopravvivere ad esso.

Guardare al futuro con speranza significa allargare il nostro orizzonte personale, allargare la propria tenda, spostare i picchetti, cioè far posto ad altri perché la terra è di tutti. Non ce ne possiamo appropriare quando è tolta ad altri.

Qui e ora, davanti alla tragedia umana di persone che vivono indigenza e minaccia di morte, il nostro seguire Cristo si fa più concreto che mai. Molti pensano, come ha detto un deputato italiano, “fora d’le bal”.

Noi invece da che parte stiamo? Quale Cristo seguiamo? Per quale strada? Verso quale futuro indirizziamo la nostra e la speranza degli altri… e del mondo nel quale viviamo?

Ci dia il Signore la lucidità di fare le nostre scelte alla luce delle sue parole che sono vita per noi e per il mondo. Amen!

 

Commenti  

 
#1 RE: Sermone di domenica 3 aprile 2011 (Giovanni 12,20-26)Elisa mondino 2011-04-03 22:38
mentre ascolto Atom heart mother dei Pink Floyd, rileggo il tuo sermone, ci chiedi noi da che parte stiamo? Io sto dalla parte
di chi non pensa che tutto possa ricadere sulle spalle dei siciliani già poveri per tradizione.Hai detto bene che il Signore illumini le menti dei governanti degli altri stati europei affinché i libici non siano solo un nostro problema, ma per il principio della solidarietà(utopia?) sia di tutti. Ti abbraccio. Elisa
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