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Sermone del Giovedì Santo 2011 (Marco 14,17-25)

 

Testo della predicazione: Marco 14, 17-25

Quando fu sera, giunse Gesù con i dodici. Mentre erano a tavola e mangiavano, Gesù disse: «In verità io vi dico che uno di voi, che mangia con me, mi tradirà». Essi cominciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l’altro: «Sono forse io?». Egli disse loro: «È uno dei dodici, che intinge con me nel piatto. Certo il Figlio dell’uomo se ne va, com’è scritto di lui, ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo è tradito! Meglio sarebbe per quell’uomo se non fosse mai nato!».

Mentre mangiavano, Gesù prese del pane; detta la benedizione, lo spezzò, lo diede loro e disse: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, e tutti ne bevvero. Poi Gesù disse: «Questo è il mio sangue, il sangue del patto, che è sparso per molti.

In verità vi dico che non berrò più del frutto della vigna fino al giorno che lo berrò nuovo nel regno di Dio».

Sermone

Oggi è Giovedì santo, cioè quel momento dell’anno liturgico in cui si ricorda l’ultima cena che Gesù ha fatto con i suoi discepoli, seguita dal tradimento di Giuda e dall’arresto di Gesù.

Giuda fa parte dei discepoli di Gesù e riceve degli incarichi come altri. Incontreremo Giuda insieme agli altri inviati in missione da Gesù, a scacciare i demoni, a guarire i malati, ad andare in giro per i villaggi per annunciare il Regno; a lui Gesù affida la cassa, è l’amministratore del gruppo dei discepoli.

Come cassiere, economo, è lui che procura il nutrimento e gli abiti necessari, che distribuisce le elemosine. In viaggio, tocca a lui il compito di cercare asilo per la notte, di procurare vitto e alloggio.

 

Eppure il percorso e le scelte di Giuda saranno diversi da quelli degli altri discepoli, che pure, per certi versi, non sono da meno di Giuda.

Giuda “tradisce” Gesù, però poi si impicca, dunque è cattivo.

Ma anche Pietro tradisce Gesù e poi piange, dunque è puro.

Noi preferiamo aderire, per semplicità, alla vecchia antitesi del bene e del male, tutto o niente, nero o bianco, che sta alla base della retorica di una certa religiosità.

Mentre invece il comportamento di Pietro, sul piano morale è altrettanto condannabile, come quello di Giuda. In entrambi i casi, c’è stato un “tradimento”. Chi può dire che chi consegna Gesù sia più colpevole di chi lo rinnega?

In realtà, sono i sommi sacerdoti che proposero a Giuda una retribuzione, non lui a chiederla. Giuda non chiede denaro per tradire Gesù. Giuda è semplicemente deluso da Gesù, come lo saranno i suoi discepoli dopo l’arresto e, soprattutto, dopo la sua morte quando ognuno torna al proprio lavoro. Giuda è deluso prima che lo siano i suoi compagni, probabilmente a motivo della passione per la giustizia e per la libertà che desidera profondamente per il suo popolo.

Il tradimento di Giuda è espressione del rifiuto di un Messia sofferente che offre la propria morte per la salvezza del mondo, si tratta di una realtà molto lontana e diversa dalla visione di un Re Messia, liberatore d’Israele, sognato dai discepoli e dal popolo.

Gesù è il crollo della speranza politica di Giuda. Gesù invita ad amare i nemici, e poi quell’ingresso a Gerusalemme, Gesù non approfitta per scatenare la rivoluzione, come avrebbe dovuto. I discepoli di Emmaus diranno: «Noi speravamo che doveva essere lui a liberare Israele» (Luca 24,21); e il malinteso tra Gesù e i suoi discepoli cresce di giorno in giorno, perché Gesù parla della sua prossima morte, saluta i suoi discepoli.

E questi sono increduli, non possono accettare che tutto finisca con una morte. E quando vi sarà l’ultima Cena, Gesù si presenta perfino come “non violento”, e Giuda non comprende, ci vuole la forza per fare una rivoluzione, Giuda perde la fede in Gesù perché ha la sensazione di essere imbrogliato, pensa che sia suo dovere consegnarlo alla giustizia perché se Gesù non è il salvatore atteso, allora significa che è un pericoloso bestemmiatore, un impostore che viola quanto c’è di più sacro nel credo del suo popolo e, allora, conviene eliminarlo.

In fondo Giuda tradisce perché anche Gesù l’aveva tradito. Gesù tradisce le attese di Giuda, ma anche quelle dei discepoli che diranno: «Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele» (Luca 24,21).

Dall’altra parte, per i sacerdoti la popolarità di Gesù è un attentato alla oro autorità religiosa e politica. Gesù capovolge per loro non soltanto le credenze ma anche l’ordine stabilito. Infatti dicono «È meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera» (Giov. 11,50).

I sacerdoti hanno la preoccupazione di conservare il proprio potere, i privilegi e i beni. Hanno paura che Gesù potesse conquistare il potere politico e religioso, che porterebbe immancabilmente alla rivoluzione, mentre essi dovevano garantire l’ordine pubblico, per l’interesse di tutti. Si tratta dunque di un tradimento giusto e necessario dettato dal superiore interesse della nazione. La morte di Gesù è il prezzo necessario dell’unità ebraica: alla fine di un conflitto interiore, Giuda si rende conto di tale certezza lacerante.

Gesù annuncia che sarà tradito proprio durante l’ultima cena con i discepoli. Appare forte qui l’ammonimento di fronte a una falsa fraternità, una fraternità traditrice. Ma non è così chiara, non così evidente sempre. Anche noi abbiamo nella nostra testa, in fondo, un Gesù che ci libera, che è venuto per noi, che fa i nostri interessi, che si occupa e difende la nostra identità, la nostra causa, la nostra propria famiglia, la nostra chiesa, la nostra nazione.

Un tale Gesù è colui che ci delude e dal quale ci sentiremo traditi non appena sentiamo venir meno i nostri interessi, ci sentiamo sommersi di problemi, di difficoltà, di prove, di malattie. Allora ci fermiamo, ci sediamo, cadiamo nell’incredulità anche se non lo ammettiamo.

Il Giuda che è in noi è smascherato quando non siamo noi l’oggetto della benedizione e non sopportiamo quando altri ne sono i destinatari. Così Giuda è smascherato quando la donna unge Gesù sprecando un alabastro di olio profumato preziosissimo: «Si poteva vendere e dare il ricavato ai poveri». Niente di più giusto, ma Gesù è di un altro parere, ognuno di noi è chiamato a donare tutto, in modo totale e disinteressato, anche per qualcuno su cui aleggia la condanna a morte, anche per qualcosa destinato a finire. Anche i discepoli hanno avuto momenti di incredulità e ripensamenti, anche loro avevano travisato il loro maestro, nonostante lo avessero ascoltato parlare del Regno di Dio.

In fondo quell’ultima cena era una cena di increduli, di gente che nulla aveva compreso di Gesù, e nulla continuava a comprendere mentre Gesù diceva «Questa è la mia carne, questo è il mio sangue»; la morte di Gesù, cioè il suo donarsi per loro, e per l’intero mondo incredulo come loro e come Giuda stesso, ha permesso la reale comprensione della portata e della dimensione della liberazione e della salvezza di Dio. Una liberazione e una salvezza da vivere nella nostra realtà quotidiana che deve sempre fare i conti con la nostra incredulità, i nostri tradimenti e i nostri rinnegamenti nei confronti di un Gesù che vorremmo come nostro partner per esaudire i nostri desideri.

Ma egli ci indica la strada dello spezzare il pane e del condividere il vino, una indicazione che non tiene conto dei nostri desideri, ma vive nella dimensione della fraternità vera che ha come obiettivo non noi stessi, ma l’altro. Amen!

 

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