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Sermone di domenica 1 maggio 2011 (Giovanni 21,15-19)

 

Testo della predicazione: Giovanni 21, 15-19


Care sorelle e cari fratelli,

abbiamo fatto una visita a Roma. Sotto il fondamento della Basilica di San Pietro visitavamo anche la tomba di Pietro. Giovanni 21 parla della morte violente dell’apostolo. E’ senz’altro probabile che Pietro fu giustiziato a Roma. La tradizione della tomba in questo luogo data comunque dalla fase iniziale del cristianesimo. Dall’altro lato: il vaticano ha bisogno di questa tomba. E’ il fondamento del papato. La chiesa cattolica-romana fonda la sua dottrina della successione apostolica sul ministero di Pietro. L’argomentazione cattolica va così: Gesù conferì su Pietro l’episcopato; e da allora i vescovi romani, come successori di Pietro, hanno trasmesso questo ministero in una successione ininterrotta.

A pasquetta il professore Ricca ci ha dimostrato in modo vivace come l’antico culto pagano dell’imperatore fu proseguito dal papato successivo. Come l’imperatore nella Roma antica il papa più tardo fu considerato il garante di un’unità globale. E’ al di sopra della legge, è infallibile e la sua immagine è presente dappertutto – come il ritratto di Giovanni Paolo II in occasione della sua beatificazione nella Roma contemporanea. Per noi protestanti è proprio sconvolgente vedere quanto viene alzata una persona in questa maniera. E specialmente i morti: con ardore i credenti stavano in ginocchio davanti alla lapide sepolcrale di Giovanni Paolo II. Rosari e altri oggetti venivano messi sulla lapide per farli appropriare una forza particolare.

Si nota che pure Valdo fu chiamato Pietro 150 anni dopo la sua morte: Pietro Valdo. Così i valdesi volevano sottolineare: Valdo è il vero Pietro. La chiesa non va costruita sulla base del papato romano, ma sul predicatore dei poveri.

E’ interessante gettare uno sguardo sull’apostolo Pietro oggi, come la bibbia lo disegna. Tutti gli evangelisti raccontano: ciò che faceva Pietro lo faceva pienamente. Quando Gesù chiedeva i dodici una volta: “Non volete andarvene anche voi?” Pietro faceva una confessione forte: “Signore, da chi andremmo noi? Tu sei il Santo di Dio.” In occasione dell’arresto Pietro proteggeva Gesù con la spada (Giov. 18,10) e la sera precedente aveva promesso di seguire Gesù dovunque egli vada. Voleva pure dare la sua vita per lui. Gesù gli rispose: “Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico che il gallo non canterà che già tu non mi abbia rinnegato tre volte.” E poi cantò il gallo e lo aveva rinnegato tre volte.

Dunque Gesù chiedeva dopo la sua risurrezione quel Pietro, che è sempre il primo: “Simone di Giovanni, mi ami più di questi?” I bambini chiedono: “Mi vuoi bene?” Ma quando un adulto chiede continuamente “Mi vuoi bene?”, questo di solito dà più fastidio che gioia. Cristo domanda qui perfino: “Mi ami più di questi?” Un uomo che non si sente amato già dall’infanzia fa una domanda così. Non può ricevere mai abbastanza affetto, perché è stato ferito e respinto troppe volte. Quando le persone sono ferite interiormente, devono rassicurarsi dell’amore, sempre di nuovo. Sembra che ci sia in loro un buco che non può essere tamponato. Per loro non basta essere amati, devono essere amati più degli altri: “Mi ami più di questi?”

Ma perché chiede così proprio il Cristo risorto?

La conversazione inizia con il discorso di “volere amare di più”, lì, dove aveva iniziato Pietro. Cristo si collega a quell’immagine che Pietro ha di sé stesso: “Sono Pietro, la roccaforte, voglio essere perfetto, il primo nella sequela, nella fede, il più fervente di tutti. Io, Pietro, ti amo più degli altri.” Mi colpisce che Cristo chiama il suo discepolo non con il nome Pietro, bensì col nome della sua origine: “Simone, Simone figlio di Giovanni, mi ami più di questi?” Cristo interroga Pietro sul suo voler amare sempre di più, sulla sua promessa di non tradirlo mai. Il suo tradimento, il suo rinnegamento, il suo fallimento vengono impietosamente portati alla luce. Mi immagino: il discepolo va nei suoi pensieri di nuovo nel cortile del sommo sacerdote dove sente la domanda bruciante: “Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?” La sua triplice risposta adesso gli risuona negli orecchi, la sua menzogna, il suo rinnegamento: “Non lo sono...” La roccaforte Pietro non c’è più.

Senza la memoria precisa non c’è un nuovo inizio, senza la rivelazione del fallimento non c’è cambiamento.

E Simone non risponde: “Sì, ti amo più degli altri”; dice semplicemente: “Sì, Signore, tu sai che ti voglio bene”. Viene liberato dal voler amare sempre di più, viene liberato dal voler essere perfetto. In questo momento Simone ha imparato la lezione del paradosso dell’amore. L’amare è più dell’amare di più!

Però la prova di Pietro non è ancora finita: “Gli disse di nuovo, una seconda volta: ‘Simone di Giovanni, mi ami? Egli rispose: ‘Sì, Signore; tu sai che ti voglio bene?’. Gli disse così anche la terza volta. Pietro fu rattristato che egli avesse detto la terza volta: ‘Mi vuoi bene?’” Deve bere il calice fino in fondo. Tre volte aveva rinnegato Gesù; tre volte viene chiesto adesso. La sua ora più buia viene alla luce. Magari conosciamo anche noi delle ore buie: quali abissi possono aprirsi in noi – l’ansia può rendere l’amore molto piccola.

Cristo fa la domanda dolorosa, in modo preciso e inesorabile. Qui non si parla di conversione – ma non si può essere invitato più chiaramente alla conversione come Pietro qui da Gesù. Qui non si parla del perdono, e tuttavia l’intera conversazione respira proprio il perdono puro. Il perdono guarisce una comunità. Con Cristo non c’è divisione senza riconciliazione, nessuna frattura senza guarigione, nessuna fine senza un nuovo inizio. Cristo rafforza Pietro, lo benedice con fiducia, lo incarica nuovamente: “Pasci le mie pecore!”

Cristo non incarica un uomo infallibile, bensì incarica un uomo ovviamente fallibile di essere pastore. Le persone che Dio chiama al servizio non sono mai grandi eroi della fede o dei santi, bensì delle persone tentate, non senza contraddizioni, difetti o dubbi interiori. Pure Dietrich Bonhoeffer domandava nella sua cella: “Io, in realtà sono ciò che gli altri dicono di me? O sono solo ciò che io so di me stesso? …Chi sono io? Domandare solitario che m'irride; chiunque io sia tu mi conosci, tuo sono io, o Dio!” Dio si basa su persone come noi, che falliscono come Pietro, che vengono interrogati da Cristo, e che vengono incaricati di nuovo dal Signore crocifisso e risorto: Pasci le mie pecore!

C’è chi pensa che pascere le pecore sia una cosa romantica: c’è il gregge che mastica pacificamente sui prati verdi, e poi il pastore, appoggiato sul bastone di legno, si gode del sole, gettando uno lungo sguardo sulla valle, seguendo le nuvole con i propri pensieri…

I valdesi sanno dalla loro storia: la realtà è diversa. Pascere le pecore significa essere vigilanti, sapere allevare con cura, essere levatrici, conoscere le malattie, sapere usare i rimedi, ripulire la stalla dal letame, costruire e demolire, sopportare il freddo, affrontare i pericoli della notte e gli animali selvatici.

I valdesi si sapevano da sempre incaricati da Cristo, come Pietro: “Seguitemi!” E spesso morirono come Pietro, per amore di Cristo. Cristo incarica le persone, affinché essi riconoscano la voce del loro signore, così che riescano a percepire il tono del su vangelo, differenziandolo dal brusio della folla. E questo vale anche per le sfumature.

Alla fine vorrei concentrarmi su una sfumatura: Quando Cristo pone la prima domanda a Pietro, il discepolo riceve l’incarico: “Pasci i miei agnelli.” Gli agnelli sono delle piccole pecore. E, sì, i piccoli si possono pure amare di più. Però, nota bene, non perché sono così carini, ma perché sono i più deboli, i più fragili e i più vulnerabili. Per esempio come i rifugiati, che approdano in questi giorni in Italia, venendo dall’Africa. Noi cristiani dobbiamo amare queste persone vulnerabili particolarmente. Voi valdesi siete già su questa strada da tanto tempo. “Pasci i miei agnelli!”

Il Signore crocifisso e risorto, egli, che è entrato nella notte per noi, e che ci entra ancora oggi, vuole essere il nostro pastore su questa strada. E la pace del Signore, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri. Amen

 

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