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Sermone in preparazione di Pentecoste (Giovanni 7,37-39)

Testo della predicazione: Giovanni 7,37-39 «Se qualcuno ha sete venga a me e beva chiunque crede in me. Come ha detto la Scrittura: Fiumi d'acqua viva sgorgheranno dal suo seno».

Sermone

Cari ascoltatori, il breve discorso di Gesù relativo ai fiumi d'acqua viva si inquadra nell'ambito della "Festa delle Capanne" che ricordava al popolo d'Israele il periodo in cui aveva vagato per quaranta anni nel deserto prima di raggiungere la terra promessa, dopo che Dio aveva permesso l'uscita dal paese della schiavitù: l'Egitto. Il popolo costruiva delle capanne di canne e di rami di alberi e vi abitava per ricordare, con gratitudine, che il paese della promessa in cui abitavano era dono del Signore e che prima erano erranti nel deserto.

Non solo, ma la Festa indicava anche il trionfo di Dio, per questo il profeta Zaccaria descrive il re Messia che giunge a Gerusalemme vittorioso (12,10) proprio per la festa delle Capanne e sempre in quell'occasione il Signore - riferisce il profeta - farà zampillare una sorgente per purificare Gerusalemme (13,1), la Festa delle Capanne quindi contiene in sé la promessa del Messia.

L'acqua era un simbolo importante della Festa delle Capanne: se durante la settimana della festa pioveva, questo era considerato come una promessa di abbondanti prossime piogge, tanto necessarie per i campi e le messi coltivate dal popolo. Pensate che ancora oggi gli arabi della Giordania, stanno bene attenti a vedere se cade la pioggia durante la celebrazione della Festa delle Capanne in Israele come segno del tempo che farà.

In ciascuna delle sette mattine della Festa, una processione scendeva alla fonte di Gihon sul fianco della collina del Tempio, qui un sacerdote riempiva d'acqua una brocca d'oro, mentre il popolo ripeteva in coro il versetto di Isaia (12:3) che dice: «Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza»; poi la processione saliva al Tempio attraverso la porta dell'Acqua e le persone portavano in mano i simboli della festa: nella mano destra il lulab una fascio di ramoscelli di mirto e salice legati con una palma (i rami usati per costruire le capanne dentro cui abitavano gli israeliti durante i sette giorni della Festa) e nella mano sinistra l'ethrog, un limone che era il segno del raccolto. Anche qui, in questa fase della Festa si cantavano i Salmi da 113 a 118: «Quando Israele uscì dall'Egitto… i monti saltellarono come montoni e i colli come agnelli. Trema o terra alla presenza del Signore che mutò la roccia in lago, il macigno in una sorgente d'acqua (114). Celebrate il Signore perché egli è buono, perché la sua bontà dura in eterno».

Allora la folla festante raggiungeva l'altare degli olocausti che era davanti al Tempio, girava intorno all'altare e agitava i lulab, il fascio di ramoscelli, e cantava alcuni versetti del Salmo 118: «Questo è il giorno che il Signore ci ha preparato, festeggiamo e rallegriamoci. Oh Signore, dacci la salvezza, oh Signore facci prosperare!». Allora i sacerdoti proseguivano: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore; noi vi benediciamo dalla casa del Signore» e il popolo rispondeva: «Tu sei il mio Dio, io ti celebrerò; tu sei il mio Dio io ti esalterò».

Poi il sacerdote saliva gli scalini dell'altare e versava dell'acqua in un imbuto d'argento, e l'acqua scorreva per terra. Poi, il settimo giorno, il popolo girava attorno all'altare per sette volte.

L’evangelista Giovanni colloca proprio qui, all’interno di questo momento solenne, il discorso di Gesù che proclama, altrettanto solennemente, di essere la sorgente di acqua viva: «Se qualcuno ha sete venga a me e beva».

Le preghiere per l'acqua rivolte a Dio durante la festa vengono ora esaudite in un modo del tutto inatteso.

Noi tutti sappiamo quanto sia importante l'acqua per la sopravvivenza umana, tanto che si è pregato e si continua a farlo, perfino per il referendum per l’abrogazione della legge che privatizza l’acqua del prossimo 12-13 giugno. Parliamo dell’acqua come bene comune, bene primario, a cui tutti devono poter accedere anche se non hanno soldi. Diremmo oggi che l’acqua è vita e dove essa scorre, che siano acquedotti o fiumi, là vi è vita.

Con potenti e grandi sistemi di irrigazione, abbiamo fatto rinverdire perfino terre aride e desertiche sulle quali nessuno avrebbe più scommesso; le popolazioni antiche, ma anche quelle moderne, si sono sempre insediate là dove c’erano pozzi d’acqua, fiumi, laghi per poter coltivare la terra, e vivere in modo dignitoso. Questo perché abbiamo la consapevolezza che dipendiamo dall’acqua.

Là dove si invoca l’acqua per la propria sussistenza, allora là il Signore giunge e si presenta come colui che solo può dare acqua viva. Ci insegna, cioè, che la nostra vita e la nostra esistenza dipendano da Dio, dalla sua bontà, dal suo amore.

L’evangelista Giovanni spiega che Gesù parla dello Spirito come dell’anima che fa muovere le nostre esistenze; come della linfa che permette all’albero di essere nutrito, come il respiro che ci permette di restare in vita. Così noi attendiamo lo Spirito, senza di esso la nostra anima è arida, i nostri pensieri insensati e i nostri discorsi incomprensibili.

Quando il Signore invia il suo Spirito, allora la nostra vita prende colore, il nostro orizzonte si allarga, la nostra vista diventa meno miope, il prossimo assume contorni più netti, il dialogo con gli altri si fa intenso, il confronto più serrato, svanisce la paura come vapore all’orizzonte, e una forza sempre più vigorosa rende possibile il nostro impegno per la pace e la giustizia, una pienezza che sovrabbonda di amore che ci radica in modo irremovibile affinché il mondo sia attraversato dall’amore di Dio.

Fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno: si tratta di ricevere ciò che non abbiamo e che non potremmo mai avere senza il dono e l’intervento dello Spirito, un tale vigore e una tale forza che non dipende dal numero dei credenti che lo manifestano, ma esclusivamente dalla forza intrinseca che ogni solo credente riceve e può dare.

Troppo spesso abbiamo pianto miseria a causa delle nostre incapacità umane di essere incisivi nella nostra realtà umana e nelle nostre chiese; troppo spesso abbiamo pensato: «Ah, se Dio lo vuole, un giorno ci sarà una fiumana di persone che porterà avanti, in modo esemplare e proficuo, la testimonianza e la volontà di Dio che io non riesco a portare», oppure «…il discorso ecumenico»; lamentandoci di noi stessi abbiamo tradito la nostra incredulità nell’opera dello Spirito Santo.

Perciò Gesù dice: «Chi crede in me…», perché la fede non è un optional per il credente, ma il fondamento del suo essere, anche quando perde tutte le sue forze, il credente confida nell’azione dello Spirito di Dio che non si basa sulle nostre capacità, e neppure sulle nostre forze.

Per questo noi, chiesa di Cristo, invochiamo lo Spirito, perché esso è quell’acqua che rende possibile la nostra vita e, attraverso noi, la vita del mondo. Amen!

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