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Sermone di domenica 10 luglio 2011 (Luca 15,1-7)

 

Testo della predicazione: Luca 15,1–7

Tutti i pubblicani e i «peccatori» si avvicinavano a lui per ascoltarlo. Ma i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, avendo cento pecore, se ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta finché non la ritrova? E trovatala, tutto allegro se la mette sulle spalle; e giunto a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: "Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora che era perduta". Vi dico che così ci sarà più gioia in cielo per un solo peccatore che si ravvede, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di ravvedimento.

Sermone

Care sorelle, cari fratelli, tante volte mi sento ripetere da diverse persone che vengono raramente in chiesa che la pecorella smarrita si è fatta vedere. Oppure quando visito una persona che non può venire in chiesa per motivi di malattia, anche lì mi sento ripetere: «Pastore, è venuto a trovare la pecora smarrita?».

Gesù si rivolge ai farisei e agli scribi, dottori delle Scritture, che ritenevano il sconveniente il comportamento di Gesù il quale si presentava come Rabbi, maestro. Per costoro, ma anche per tanti di noi oggi, era necessaria una separazione netta tra buoni e cattivi, diversamente si sarebbe perso il senso della giustizia perché le due categorie non vanno trattate allo stesso modo: i buoni sono ricompensati, i cattivi puniti. È importante mantenere tale separazione, soprattutto riguardo all’educazione dei giovani.

 

Un maestro che invece va a mangiare a casa di malfattori, disonesti, prostitute, peccatori e pubblicani (gli esattori delle tasse), non testimonia certo il suo senso civico e non educa per nulla i giovani a una morale poi così alta. Agli occhi dei farisei, che avevano l’incarico di educare alla fede e a una corretta morale, Gesù doveva sembrare pericolosamente distruttivo, infatti legittimava le persone moralmente dubbie sedendosi a tavola con loro, condividendo così la loro vita e la loro storia e i loro malaffari.

Gesù risponde con tre parabole: con quella della pecora smarrita e ritrovata, con quella della moneta perduta e ritrovata e con quella del figlio perduto e ritrovato (il figliol prodigo).

Oggi abbiamo alla nostra attenzione la prima parabola.

«Chi di voi non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta finché la ritrova?». Nessuno! La risposta è che nessuno lo farebbe, nel senso che si andrebbe alla ricerca della pecora perduta solo se le novantanove sono al sicuro, dentro un ovile, non certo nel deserto! Questo suggerisce il buon senso.

Cos’è che spinge, invece, un pastore a rischiare, lasciando il gregge in una situazione di pericolo, per una sola pecora perduta?

Potrebbe essere considerato un pazzo, oppure ama a tal punto la pecora smarrita che decide di rischiare tutto per lei, finché non l’abbia ritrovata.

Così il brano conclude il suo messaggio invitando a rallegrarsi per un solo peccatore che si converte, piuttosto che per novantanove giusti che non hanno bisogno di ravvedimento.

Mi sono reso conto che noi possiamo trovare diversi posti all’interno di questo brano. Possiamo collocarci, ora accanto a Gesù che critica i farisei e gli scribi, ora accanto ai farisei stessi contro i quali Gesù si rivolge. Chi siamo veramente noi per Gesù?

Possiamo predicare questo brano, cioè porci di fronte a coloro che si reputano persone perbene, e lo sono davvero, ma non hanno comprensione e misericordia nei confronti di chi è traviato o è su una strada di ricerca, o è diverso da loro; che vede davanti a sé una chiesa e una società di persone come lui, come lei, uguali senza differenze, perché le diversità culturali sono solo delle minacce, dei pericoli che distruggono la realtà umana o ecclesiale.

Possiamo porci contro di loro con forza invitandoli ad aggiornare le loro posizioni a favore di un’accoglienza e una solidarietà opportune per camminare insieme verso un orizzonte sempre più ampio. Per testimoniare concretamente questa convinzione, possiamo anche assumere un carattere dirompente come le dichiarazioni radicali ufficiali a favore degli omosessuali, dei migranti, del testamento biologico, della ricerca sulle staminali, dell’aborto, del profilattico, ecc…

Oppure, al contrario, possiamo sentirci criticati da Gesù perché, in fondo, agiamo da farisei quando facciamo le dovute distinzioni fra buoni e cattivi, quando appoggiamo le realtà di tolleranza e rispetto e condanniamo, senza mezzi termini, quelle violente e aggressive senza capirle, senza fare un’analisi approfondita, quando siamo superficiali nel giudicare delle realtà che vedono anche noi corresponsabili, in qualche modo, del male e della violenza.

Chissà, forse la migliore collocazione per noi non è né con Gesù, né con i farisei, ma è insieme ai peccatori, alle prostitute, agli esattori delle tasse che si ritrovano accolti e perdonati da Gesù. Noi siamo senz’altro tra coloro che hanno bisogno delle attenzioni di Gesù per essere guariti dal nostro egoismo, dalla ricerca dei nostri interessi personali, dal nostro individualismo che ci fa restare in disparte, sicuri di farcela da soli senza la solidarietà e la condivisione, senza la partecipazione alle decisioni, senza la società, senza la comunità.

Spesso ci è più facile vivere senza gli altri, senza le novantanove, perché facciamo fatica a trovare il nostro spazio, c’è sempre chi viene a brucare nel nostro spiazzo, chi ci toglie l’aria parlando e respirando rumorosamente, chi ci riempie la testa di chiacchiere, chi non si comporta come noi ci aspetteremmo e ci alieniamo, criticando le novantanove che sono pettegole, o che non ci riservano un posto speciale.

Il Signore viene dentro il nostro spazio isolato e ci porta nel luogo della condivisione, della fraternità, del dialogo rispettoso, del confronto sereno, nel luogo in cui possiamo crescere e maturare, nel luogo in cui la nostra anima può sentirsi accolta e amata e il nostro cuore riscaldato dall’abbraccio delle novantanove che esprime l’amore e la gioia di Dio.

Una gioia che nel Vangelo di Luca è determinante, è quella che prova Zaccheo quando Gesù si autoinvita a casa sua, è quella che prova il padre del figlio che ritorna a casa, la stessa gioia della donna che trova i suoi risparmi prima perduti, la gioia del pastore che porta sulle spalle la pecora smarrita e ritrovata.

La gioia è incontenibile, tanto è grande che va condivisa e non tenuta per sé, va data una festa.

Gesù invita a unirsi alla sua festa per la gioia del ritrovamento di ciò che era perduto.

Questa gioia è il cuore dell’Evangelo. È il senso della venuta di Gesù sulla terra, è il senso della chiesa nel mondo, è il senso del nostro essere credenti, è il senso della testimonianza. È la gioia di ritrovarci insieme dopo uno smarrimento per condividere il perdono e l’amore di Dio. Amen!

 

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