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Pastore: Giuseppe Ficara
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Testo della predicazione: Genesi 50,15-21
I fratelli di Giuseppe, quando videro che il loro padre era morto, dissero: «Chi sa se Giuseppe non ci porterà odio e non ci renderà tutto il male che gli abbiamo fatto?». Perciò mandarono a dire a Giuseppe: «Tuo padre, prima di morire, diede quest’ordine: "Dite così a Giuseppe: Perdona ora ai tuoi fratelli il loro misfatto e il loro peccato; perché ti hanno fatto del male". Ti prego, perdona dunque ora il misfatto dei servi del Dio di tuo padre!» Giuseppe, quando gli parlarono così, pianse. I suoi fratelli vennero anch’essi, si inchinarono ai suoi piedi e dissero: «Ecco, siamo tuoi servi». Giuseppe disse loro: «Non temete. Sono io forse al posto di Dio? Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene: per conservare in vita un popolo numeroso. Ora dunque non temete. Io provvederò al sostentamento per voi e i vostri figli». Così li confortò e parlò al loro cuore.
Sermone
Care sorelle e cari fratelli, questo racconto in cui i fratelli di Giuseppe chiedono di essere perdonati, è direttamente collegato con il capitolo 37 della Genesi, in cui Giuseppe rivela un sogno ai suoi fratelli e al padre Giacobbe.
Disse Giuseppe: «Ascoltate, vi prego, il sogno che ho fatto. Noi stavamo legando dei covoni in mezzo ai campi, ed ecco che il mio covone si alzò e restò diritto; i vostri covoni si radunarono intorno al mio covone e gli s'inchinarono davanti». Allora i suoi fratelli gli dissero: «Regnerai forse tu su di noi o ci dominerai?» E l'odiarono ancor di più a causa dei suoi sogni e delle sue parole (Genesi 37,7-8).
Conoscete il resto della storia in cui Giuseppe è prima gettato in una cisterna e poi venduto a una carovana di commercianti provenienti da Madian e diretti in Egitto, dove verrà venduto come schiavo. Giuseppe, con le sue capacità di interpretare i sogni, riuscirà a prevedere una grande carestia. Tale dote di Giuseppe gli permetterà di diventare vicerè d’Egitto.
Sarà la carestia di sette anni prevista da Giuseppe a condurre i suoi fratelli e il padre in Egitto dove erano state conservate delle notevoli scorte di grano. Ed è così che la famiglia si incontra e si riunisce.
Ma il senso di colpa dei fratelli di Giuseppe è grande. E ora che è morto loro padre, Giacobbe, la paura si ingigantisce, l’equilibrio della famiglia è compromesso. Giuseppe potrebbe dar libero sfogo al suo rancore, prima represso dalla presenza del padre. I fratelli di Giuseppe vivono ancora all’interno di una spirale di male che li fa temere. Così implorano perdono a Giuseppe, il solo che può spezzare il loro orizzonte di terrore e paura.
Letteralmente è detto che i fratelli “Caddero con la faccia a terra davanti a lui” dicendo “Siamo tuoi servi”, come a rimarcare il sogno di Giuseppe in cui i covoni dei fratelli si inchinavano davanti all’unico covone rimasto in piedi.
Ma il sogno ha voluto rivelare semplicemente che nella storia che accade vi essere un lato di essa che nessuno riesce a vedere, ma che la plasma, la modella affinché ne fuoriesca il bene, perfino da male che accade. I fratelli non capiscono che dietro alla loro colpa vi è un orizzonte più vasto che è un progetto e un orizzonte che Giuseppe vuole loro spiegare. Essi sono ancora presi dalla morsa dei loro inganni, vivono ancora il senso distruttivo della loro malizia e chiedono a Giuseppe di essere risparmiati dalla vendetta.
Ma non è questa l’ottica di Giuseppe. Anzi la sua risposta è chiara: «Non temete. Sono forse io al posto di Dio?». Giuseppe vede il piano di Dio per la vita e può affermate: «Non temete», una parola di cui è certo, una parola di salvezza. Ma allo stesso tempo, non è a lui che devono render conto per aver ostacolato il progetto di vita di Dio in un mondo di morte, segnato dalla terribile carestia.
Giuseppe è certo, tuttavia, che la spirale del male può essere spezzata. Perciò dice «Non temete!».
Non temete è, nella Bibbia, una parola di liberazione di fronte a un pericolo imminente: è quella pronunciata dai profeti Isaia e Geremia rivolta al popolo in esilio, è quella pronunciata dagli angeli ai pastori alla nascita di Gesù e alle donne davanti alla tomba vuota del Signore.
Ma ecco l’orizzonte all’interno del quale si muove Giuseppe:
Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene: per conservare in vita un popolo numeroso (v. 20).
«Voi avete pianificato del male, ma Dio aveva pianificato del bene», eccolo il lato invisibile della storia, ovvero quello che i fratelli di Giuseppe non erano mai riusciti a vedere e a capire. Un piano di vita in un mondo di morte che nessuno è riuscito a ostacolare. Di tutto questo, Giuseppe ne è testimone, la sua vita è stata teatro della lotta tra due opposti progetti: di morte e di vita. Ed egli è certo che, anche ora, trionferà il progetto di vita di Dio.
È chiaro che l’autore pensa già al’Esodo, alla liberazione dalla schiavitù d’Egitto, ma appunto il libro della Genesi non è la fine, Genesi vuol dire “inizio”, è dunque l’inizio di una storia che continua, una storia che vuole essere trasmessa nel segno della vita.
È significativo, il realismo che emerge dal racconto, l’autore non si perde nella disperazione che produce spesso la realtà perché vive nella certezza (che non è bigottismo o mero romanticismo, ma vocazione che viene accolta con gratitudine.
Giuseppe è l’uomo che all’interno della sua realtà storica comprende qual è la sua vocazione. Egli vi partecipa pienamente comprendendo qual è il suo posto in questa storia: è quello di permettere che una famiglia, e poi un popolo intero, viva, affinché possa trasmettere alle generazioni future la promessa di Dio. Una promessa di vita e non di morte.
Giuseppe quindi si rimette a Dio, nel suo progetto, ma allo stesso tempo, è consapevole che ne è suo strumento.
Il messaggio è dunque chiaro, semplice: Dio vuole il bene, i piani maligni degli uomini non vanificano il piano di Dio anzi, inconsapevolmente, lo favoriscono. Così Dio si è servito anche delle vie perverse dei fratelli di Giuseppe per condurre la sua creazione al bene.
Nella Bibbia, la vocazione di Giuseppe è quella affidata a coloro che hanno a cuore il bene dell’umanità. Là dove i piani di morte si intensificano i credenti rispondono con la loro vocazione, scaturita dal piano di Dio, che è quello di dare la vita.
Giuseppe ha rassicurato i suoi fratelli dicendo «Non temete», e parlando al «loro cuore». Si tratta di un fermo riconoscimento del proposito di Dio, della parola affidata a coloro che hanno chiaro, davanti a sé, l’orizzonte di Dio, ciò che è Dio stesso. Contro le tendenza autolesioniste che colpevolizzano Dio di tutti i mali dell’umanità.
Entrare nell’orizzonte di Dio significa, comprendere che siamo chiamati ad annunciare il bene che Dio vuole realizzare dal male; un male che il mondo pianifica e compie contro se stesso, contro i poveri, contro gli ultimi, contro i potenti che sottomettono e schiavizzano. Amen!