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Testo della predicazione: Isaia 29,17-24
«Ancora un brevissimo tempo, e il Libano sarà mutato in un frutteto, e il frutteto sarà considerato come una foresta. In quel giorno, i sordi udranno le parole del libro e, liberati dall’oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno; gli umili avranno abbondanza di gioia nel Signore e i più poveri tra gli uomini esulteranno nel Santo d’Israele; poiché il violento sarà scomparso, il beffardo non sarà più, e saranno distrutti tutti quelli che vegliano per commettere iniquità, che condannano un uomo per una parola, che tendono tranelli a chi difende le cause alla porta e violano il diritto del giusto per un nulla. Perciò così dice il Signore alla casa di Giacobbe, il Signore che riscattò Abraamo: «Giacobbe non avrà più da vergognarsi e la sua faccia non impallidirà più. Poiché quando i suoi figli vedranno in mezzo a loro l’opera delle mie mani, santificheranno il mio nome, santificheranno il Santo di Giacobbe, e temeranno grandemente il Dio d’Israele; i traviati di spirito impareranno la saggezza e i mormoratori accetteranno l’istruzione».
Sermone
Cari fratelli e care sorelle, il profeta lancia una sfida al popolo a cui rivolge il suo annuncio. La sfida è quella di credere che la parola profetica non si è realizzata soltanto nel passato, che non riguarda tempi lontani, ma continua ad annunciare una trasformazione della società umana e del mondo come una promessa rivolta al futuro, un futuro che sta per arrivare, tra poco, che non si farà attendere.
Abbiamo letto: «Ancora un brevissimo tempo», affinché accada che cosa? Affinché tutto il Libano sia trasformato in frutteto, un frutteto grande come una foresta. A noi oggi può sembrare un cambiamento un po’ misero quello annunciato; quale cambiamento può portare un frutteto in più, benché grande? Forse un po’ di frutta in più a tavola?
Non è questo il punto, perché il frutteto indica una trasformazione, una svolta: una terra arida, desertica diventa produttiva. Qui si fa riferimento a una fertilità, come quella dell’Eden, del Paradiso terrestre, che non può essere separata dalla trasformazione dell’essere umano. Così la trasformazione del Libano corrisponde alla trasformazione della società umana, nel caso dell’Autori biblico, di Israele, ma senz’altro, oggi possiamo parlare del mondo intero.
Nella Bibbia la giustizia e la salvezza non sono due realtà lontane e scisse, salvezza e giustizia non si possono mai separare perché la giustizia porta con sé la salvezza di Dio e allo stesso modo non potrà esserci salvezza senza giustizia.
Ciò che il profeta annuncia quindi è un profondo rinnovamento umano. L’opera di Dio è rivolta al cambiamento dei violenti, al ravvedimento di chi pensa alla distruzione delle nazioni, di chi viola il diritto degli ultimi. Così afferma: «I sordi udranno», «Gli occhi dei ciechi vedranno» perché saranno «liberati dall’oscurità delle tenebre».
Dio permette la fede nella sua Parola perché essa sarà confermata dagli eventi. Egli è presentato come colui che ci libera dalla nostro congenita incapacità di sperare un mondo che cambia, un mondo migliore. Nessuno potrà dire: «Non vedo nulla», «Non vedo alcun cambiamento», perché è annunciato che presto il tempo del dolore lasci spazio al tempo della speranza, della gioia, al tempo in cui le ingiustizie cessano, in cui le vittime dell’ingiustizia e della sofferenza ricevono consolazione e speranza.
È la fine di una schiavitù, di una umiliazione schiacciante che lascia il posto all’opera di Dio che compie un riscatto. E solo chi è consapevole della potenza di Dio, lo prende veramente sul serio e si pone in un atteggiamento di ubbidienza alla sua buona volontà.
Noi viviamo oggi tempi di paura, di violenza diffusa, di guerre, di crisi finanziaria planetaria, di problemi molto seri dovuti all’immigrazione, al lavoro, alla scuola, alla sanità, alla sicurezza…
Il profeta ci invita a guardare al futuro, ad un futuro vicino, anzi vicinissimo, un futuro che apparterrà di nuovo a Dio.
La sfida che ci è dinanzi è quella di prendere sul serio Dio e le sue promesse di liberazione e di riscatto; di prendere sul serio il dolore e le malattie del mondo, smettendo di lamentarci e brontolare, imparando invece la lezione di Dio circa la giustizia, l’amore e la pace.
Sono dei doni, doni che riceviamo da Dio e per i quali ci è chiesto di farne buon uso perché il mondo cambi, perché diventi migliore, un grande frutteto, il logo della giustizia e della salvezza, il luogo in cui non si dovrà più avere paura o vergognarsi, il luogo in cui l’amore determinerà i rapporti umani, il luogo in cui la pace non sarà più una parola sulle labbra dei potenti guerra fondai o che sfruttano e schiavizzano.
Ma come potrebbe aver luogo questa giustizia e guarigione del nostro mondo e della nostra terra se nessuno si impegna per esse?
In effetti nessuno può sapere a che punto si trovano le lancette dell’orologio del mondo rispetto alla promessa di Dio, ma dove potremmo trovarci noi, questo dovremmo saperlo, e a partire dalla nostra posizione, poter rivolgere il nostro sguardo oltre noi stessi, oltre le miserie dentro cui viviamo, oltre il nostro orizzonte e avviarci verso un nuovo che Dio vuole realizzare.
Una notizia non è quasi passata in Italia: Un gruppo di benestanti e industriali tedeschi hanno chiesto allo Stato di aumentare le tasse nei loro confronti per contribuire maggiormente, loro che potevano, al risanamento dell’economia. Sono stati subito accontentati.
La sfida risiede proprio qui, nel credere e quindi operare, nel costruire, nell’edificare speranza, nel gettare basi per permettere alla giustizia e al diritto di radicarsi sempre più, nel pensare in grande, non in piccolo per noi stessi, ma per il bene comune.
Questa non è che opera di Dio. Certamente non nostra. Amen!