Via dello Spezio, 43 - 90139 PALERMO
Tel. e Fax: 091 58.01.53
Pastore: Giuseppe Ficara
Culto domenicale ore 11,00
(luglio-agosto culto ore 10,00)
Lo sportello per il testamento biologico è aperto su appuntamento.
Contattare:
oppure
Via dello Spezio, 43 - 90139 PALERMO
Tel. e Fax: 091 58.01.53
Pastore: Giuseppe Ficara
Culto domenicale ore 11,00
(luglio-agosto culto ore 10,00)
Ricerca | Translator |
...pensando all’anniversario dell’Unità d’Italia.
Testo della predicazione: Salmo 129
Molte volte mi hanno oppresso fin dalla mia gioventù - lo dica pure Israele - molte volte mi hanno oppresso fin dalla mia gioventù; eppure non hanno potuto vincermi. Degli aratori hanno arato sul mio dorso, vi hanno tracciato i loro lunghi solchi. Il Signore è giusto; egli ha spezzato le funi degli empi. Siano confusi e voltino le spalle quanti odiano Sion! Siano come l'erba dei tetti, che secca prima di crescere! Non se ne riempie la mano il mietitore, né le braccia chi lega i covoni; e i passanti non dicono: «La benedizione del Signore sia su di voi; noi vi benediciamo nel nome del Signore!»
Sermone
In occasione dell’anniversario di fondazione della vostra chiesa, pochi mesi fa, ho tenuto una conferenza su “Risorgimento e Protestantesimo”. All’inizio del mio dire, accennai al Salmo 129 come uno dei testi biblici più amati dagli evangelici risorgimentali. Cioè uno di quei testi che venivano predicati volentieri perché parlavano direttamente al cuore delle persone. Chissà se questa mattina possiamo rivivere questa stessa esperienza che la Parola di Dio c’interpelli.
È una parola antica nella quale, con poche rapide pennellate, Israele racconta la propria storia. L’autore non si perde in dettagli, ma delinea il quadro generale che rinvia a esperienze d’oppressione e sofferenza. Ma l’oppressione, nel corso dei secoli, non ha distrutto totalmente Israele che non è stato cancellato dalla scena della storia. Il popolo di Dio è stato oppresso fin dalla sua gioventù (la gioventù inizia in Egitto e i guai continueranno anche nell’età adulta...), ma esso non è mai stato completamente cancellato, un popolo sofferente, ma non un popolo che rinuncia.
L’elezione divina non è né un privilegio, né un salvacondotto, né un poter saltare a piè pari le prove. L’elezione, la vocazione che Dio rivolge al suo popolo, s’iscrive nel resistere, ovvero vincere nella prova. Nell’andare avanti nonostante tutto. Dio stesso non ha tanto impedito l’oppressione del suo popolo quanto ha impedito che venisse vinto completamente.
L’elenco delle oppressioni, per quel che riguarda Israele, è molto lungo: In Egitto, in Canaan ai tempi dei Giudici, l’invasione di Sennacherib, l’esilio di Babilonia e via via, sino alla distruzione del tempio... ma si potrebbe dire che qui l’autore, più che descrivere il passato, sembrerebbe quasi descrivere il futuro tragico che attende Israele. L’Israele della fede, ma anche l’Israele nazione che vive dopo Auschwitz e che oggi rischia di dimenticare quella tragica stagione di cui tanta parte del mondo cristiano, soprattutto per i suoi silenzi, porta tremende responsabilità.
Dicevo che molte volte Dio - lo racconta la Bibbia - ha liberato il suo popolo, ma queste liberazioni non cancellano le prove che Israele ha attraversato. Tuttavia, ciò che emerge dal testo è che malgrado le enormi difficoltà, Dio non ha mai cessato di stare accanto al suo popolo. Anche quando il popolo ha cercato di prendere le distanze, è Dio stesso che ha colmato quella distanza.
Per descrivere la sofferenze, il salmista utilizza immagini prese dalla vita quotidiana: il campo arato è un campo sconvolto, sovvertito dalla lama dell’aratro. L’aratura rinvia a Gerusalemme dopo la devastazione apportata dall’esercito babilonese. L’aratura si collega al dorso della persona umana: espressione che troviamo anche in Isaia 51,23: «Chinati che ti passiamo addosso! Tu facevi del tuo dorso un suolo, una strada per i passanti!». La schiena flagellata è il simbolo antico di tortura, l’umiliazione violenta.
Ci sono poi le immagini che illustrano l’inconsistenza degli empi, nessuno li vuole, proprio come l’agricoltore che si rifiuta di raccogliere quel po’ di erba che cresce sui tetti perché non ha radici e secca subito. Si tenga conto che le case palestinesi del tempo erano coperte da terriccio che produceva una vegetazione di breve durata. Il contrasto tra quest’ultima e il campo rigoglioso, ricco di frumento di fronte al quale la lode a Dio sgorga naturalmente (vedi l’episodio di Boaz in Rut 2,4) al contrario, lodare Dio davanti al sopruso - qui descritto con l’immagine dell’erba inconsistente che cresce sui tetti - non è umanamente possibile.
Così, quel non volere pronunciare la benedizione cultuale, rituale, diventa una maledizione, quasi a voler dire: «Intervenga Dio a far giustizia degli empi». Come dire: è impossibile per il credente, davanti all’ingiustizia, pronunciare la benedizione classica richiesta al Signore che si aggiunge alla nostra stessa benedizione, è incongruente, incoerente. Il seme maledetto non giunge alla mietitura, è solo apparenza, vanità. Ma c’è un seme benedetto che raggiunge lo scopo per il quale è stato sparso - e qui torna alla mente: «Chi semina con lacrime, con esultanza mieterà, se ne va piangendo colui che porta il seme da spargere, ma tornerà con canti di gioia quando porterà i suoi covoni» (Salmo 126,5-6).
Tre brevi riflessioni
1) C’è in tutto questo Salmo, un oscillare tra disperazione e speranza. Da un lato la distruzione, le prove, l’odio degli empi per l’esistenza stessa d’Israele, e dall’altro il confidare nella giustizia di Dio. Nel Salmo non c’è la richiesta a Dio di far subire ai nemici lo stesso destino d’Israele. Non c’è vendetta, c’è qualcosa di diverso. Non posso insomma - ci dice l’Autore - comportarmi con i nemici come con gli amici. Non posso dimenticare, non posso perdonare, posso solo invocare la giustizia di Dio.
Mi è venuta in mente quella volta in cui il papa, una ventina d’anni fa, chiese perdono ai valdesi per le stragi subite e l’allora moderatore Gianni Rostan rispose semplicemente che la richiesta di perdono va fatta alle persone che sono state colpite, che non si può chiedere perdono ai valdesi di oggi per quello che si è fatto ai valdesi di ieri, oggi la richiesta di perdono si può fare a chi è offeso, ferito, discriminato, umiliato in vari modi.
2) Ma la giustizia di Dio non si ferma alla vicenda storica d’Israele, per noi quel seme è cresciuto, ha portato frutti benedetti, e quella giustizia non è ostaggio delle logiche del contrappasso, del taglione, del do ut des, ma va oltre la legge mosaica così come il tempio di Gerusalemme o la collina di Sion non possono contenere la presenza di Dio. Viene in mente Salomone: «Ma è proprio vero che Dio abiterà sulla terra? Ecco i cieli e i cieli dei cieli non ti possono contenere, quanto meno questa casa che io ho costruita!» (I Re 8,27); oppure Isaia 66,1: «Il cielo è il mio trono e la terra è lo sgabello dei miei piedi; quale casa potreste costruirmi?», oltre Sion insomma.
3) Questo Salmo racchiude un grido antico che storicamente è risuonato anche nel nostro Paese. Nelle sue varie forme il Protestantesimo, ma anche prima della Riforma del XVI secolo, movimenti «ereticali» come : arnaldisti, dolciniani, patarini, valdesi sono stati estirpati con la violenza. Nella stagione della Riforma non fu molto diverso. Interessante sapere circa questo Salmo che, al momento del rimpatrio dei valdesi a Prali, il pastore Arnaud fece mettere un tavolo davanti alla porta della chiesa perché fosse ascoltato da quelli di dentro e da quelli di fuori, fece cantare il Salmo 129 e poi lo commentò. Bisognerà attendere l’era risorgimentale per cogliere una presenza diffusa sul territorio del nostro Paese di segno Protestante.
Oggi disponiamo di una documentazione storiografica molto ampia, la ricerca storica si è realizzata principalmente nel corso degli ultimi cinquant’anni (non è stato così nel precedente anniversario del 1961 in cui abbiamo vissuto in sordina l’anniversario dell’unificazione) proprio a partire dal lavoro di Giorgio Spini, che ha tracciato il primo grande documentato affresco in «Risorgimento e Protestanti» che è del 1956. Il tumultuoso e cruento farsi dell’unificazione italiana ha avuto un suo corrispettivo nella vicenda protestante italiana.
Quella dei protestanti italiani è stata un vicenda faticosa, dolorosa, pesante. È stata anche una lotta contro la tirannide nelle sue varie espressioni: il papa, l’Austria, i Borboni... Quella tolleranza affermata nello Statuto Albertino del 1848, prima di diventare realtà ha attraversato stagioni durissime. Per capire le difficoltà dell’affermarsi, anche se sempre a piccoli numeri, della diaspora evangelica italiana, potrebbe essere utile leggere il libretto che raccoglie ben settanta testimonianze di vite spese per l’evangelo nell’ottocento per affermare il diritto di potere vivere in modo diverso lo stesso cristianesimo: Scelte di fede e di libertà. Profili di evangelici nell’Italia unita. Ma non vorrei che ci fermassimo solo all’era risorgimentale, è sconvolgente anche quello che è successo durante il fascismo contro i pentecostali e gli stessi valdesi ai quali fu proibito, nelle loro Valli, di parlare e pubblicare in francese i loro periodici. L’omologazione passava come un rullo compressore, c’è un documento - una memoria autografa di Mussolini - del 1932 in cui il duce esprime al papa la sua preoccupazione per l’espandersi del protestantesimo e il papa, al proposito, fornisce a Mussolini l’elenco delle situazioni critiche in cui vigilare e reprimere: nell’elenco c’è anche la Sicilia: Riesi oltre a Firenze, La Spezia... Insomma, se storicamente siamo ancora qui, è veramente per Grazia di Dio.
Ma credo che un grande grazie lo dobbiamo a quelle donne insegnanti evangeliche che attraversarono la Penisola per venire ad insegnare nelle scuole valdesi, grazie ai tanti colportori, alcuni furono massacrati di botte dalle forze clericali per vendere la Bibbia in Italia. Nel censimento del 1871 quasi 60mila italiani si dichiararono evangelici, dieci anni prima gli evangelici non superavano le 30mila persone. Il processo di crescita, giungendo al censimento del 1911, raggiungerà la cifra di 120mila evangelici. Ci fu uno sforzo enorme di evangelizzazione del paese; pensate che nel 1866 il Comitato di evangelizzazione impiegò circa 60 persone tra pastori, evangelisti, maestre e dopo pochi anni la cifra raddoppiò. Fu uno sforzo enorme, anche economico, che si tradusse non solo in nuovi membri di chiesa, ma di una nuova cultura. Per esempio quella associazionista. Nel corso dell’evangelizzazione in Sicilia nacquero società di Mutuo soccorso a Riesi, Modica, Vittoria (Circolo evangelico di mutuo soccorso) e Catania (1870) .
C’è chi ha parlato di fallimento dell’evangelizzazione dell’Italia. Come dire che rispetto agli sforzi umani ed economici spesi, si poteva conquistare un numero di persone molto più grande. Io non credo che sia stato un fallimento, altrimenti oggi non saremmo qua, però dico che non è facile essere protestanti in questo nostro Paese.
Non siamo l’unica minoranza che ha un storia di repressione, che ha un passato che racchiude un’infinita fatica nell’emergere ed affermare la propria volontà. Siamo ancora in cammino e lo sono soprattutto le altre minoranze che questa nostra libertà non hanno ancora raggiunta e che noi, proprio per la nostra vicenda storica, non vogliamo e non possiamo dimenticare.
Riuniti qui nel culto, di fronte a questa parola del salmista, ci deve consolare il fatto che pur nelle tragiche difficoltà della storia, possiamo avere fiducia nella presenza e nella giustizia di Dio, nutrire questa fiducia significa trovare - sempre e di nuovo - la forza di procedere, di non lasciarsi vincere, di continuare ad affermare le cose in cui crediamo nella speranza di spezzare le funi dell’oppressione, di qualunque oppressione! Che sia possibile liberarci dalle moderne tirannidi e testimoniare della giustizia di Dio nelle piccole e grandi realtà in cui operiamo. Rendere un servizio utile a tutti.
Per brevità faccio un solo esempio in cui riconoscersi e mobilitarsi: il testamento biologico, disposizioni di fine vita, è un modo concreto di affermare la giustizia. Io credo che alla libertà di vivere corrisponda la libertà di morire. Nessuno può decidere al posto di un altro se una vita sia degna di essere vissuta, il concetto di qualità della vita è un dato soggettivo. L’autodeterminazione del malato è un diritto. Come vedete, siamo dentro ad un’altra battaglia di libertà che viene bollata come eutanasia, un termine che serve solo a confondere le carte specie quando una persona è stata colpita da una malattia inguaribile e irreversibile. Al centro, per noi, c’è sempre e ancora la persona umana la sua volontà, la sua dignità, la sua libertà, la sua responsabilità .
Liberi di scegliere, vedete tutto si collega: ieri dure battaglie per scegliere di vivere in modo, non dico migliore, ma diverso la fede cristiana in un paese profondamente clericale, oggi - di fronte ad uno stato che vuole determinare tutto della tua vita e della tua morte - la libertà di scegliere, restituire direttamente al malato la propria volontà, senza delegare ad autorità superiori le scelte importanti. Il nocciolo è sempre quello: la libera coscienza che si confronta con la Parola senza l’interferenza di soggetti paralleli, senza diventare sudditi di poteri spirituali o ideologici.
Questa libertà costa perché la devi vivere in prima persona, perché devi mettere in conto cadute, ferite, errori, ma in questa libertà interiore di giudizio e di responsabilità personale, il nostro essere chiesa ritrova il senso delle passate difficoltà e sofferenze e riconsacra se stessa sul cammino del discepolato di Cristo, un cammino che - lo vogliamo ricordare - è il cammino della croce, ma percorrendolo con fiducia, esso diventa la via della risurrezione.
Su questa strada incontriamo il Cristo fedele compagno del nostro viaggio. Noi vogliamo oggi per la nostra chiesa la sua guida. Così come ieri Cristo ha guidato sin qui chi ci ha preceduto. Quegli uomini e quelle donne che hanno conquistato per noi uno spazio di libertà, di presenza e di testimonianza cristiana in questo paese che amiamo profondamente e che, proprio per questo, ci fa terribilmente soffrire in questa sua caduta libera anche sotto il profilo etico.
In quanto memori di ciò che è stato, non cediamo alla rassegnazione, ci sia dato di essere desiderosi e aperti alle cose nuove e buone che Dio prepara per noi oggi. Questo incontro di oggi lo testimonia e di questo siamo profondamente grati al Signore. Con speranza e con gioia ci apriamo al domani che è nelle mani di Dio. Amen!