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Testo della predicazione: Lamentazioni 3,22-26. 31-32
È una grazia del Signore che non siamo stati completamente distrutti; le sue compassioni infatti non sono esaurite; si rinnovano ogni mattina. Grande è la tua fedeltà! «Il Signore è la mia parte», io dico, «perciò spererò in lui». Il Signore è buono con quelli che sperano in lui, con chi lo cerca. È bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore. Il Signore infatti non respinge per sempre; ma, se affligge, ha pure compassione, secondo la sua immensa bontà.
Sermone
Cari fratelli e care sorelle, benché siano delle parole belle e consolanti quelle dell'autore del libro delle Lamentazioni, tuttavia sono state scritte in un periodo di grave difficoltà in Israele.
Siamo nell'anno 587 a.C., il re Nebucadnezzar ha finalmente conquistato il piccolo Stato del Regno del Sud di Israele, Giuda con capitale Gerusalemme; ormai il regno del Nord, la Samaria, dal 722 (da 135 anni) è nelle mani degli Assiri.
Le città vengono devastate, il tempio, luogo di incontro con il Signore, è un cumulo di rovine, tutto è stato posto a ferro e fuoco; quasi tutto il popolo è stato deportato lontano, in terra straniera, in Babilonia e da lì scriverà il Salmo 137:
«Là presso i fiumi di Babilonia sedevamo e piangevamo, ricordandoci di Gerusalemme… quelli che ci avevano deportati là ci chiedevano di cantare dei canti di gioia. Quelli che ci opprimevano dicevano: "Cantateci le canzoni di Sion!". Ma come potremmo cantare i canti del Signore in terra straniera?».
Non tutti furono deportati, alcuni rimasero, e forse, per loro, fu peggio, come il profeta Geremia stesso. Questo popolo di rimasti nella terra promessa, una terra annientata e in rovina, prorompe in un lamento, un lamento che non è una lagna, ma una vera e profonda riflessione su sé stessi e su Dio.
Il lamento nell'Antico Testamento è un genere letterario, come potrebbe essere oggi un romanzo giallo oppure la poesia o generi diversi di prosa. Il lamento nell'Antico Testamento non è un piangersi addosso, ma è un modo per rivolgersi in avanti, verso una nuova vita, è un discorso che viene diretto anche verso Dio. Si tratta dell’invocazione, della preghiera che sale a Dio dal profondo dell'angoscia e che accompagna tutte le fasi della storia d'Israele: …furono ridotti all'estremo. Ma quando gridarono al Signore… (Giudici 2:15s.). Il lamento del credente nella Parola di Dio è fondato nella convinzione che l'essere umano è limitato dalla transitorietà e dalla parzialità: il suo destino è quello di subire il fatto che ogni cosa sulla terra è transitorio, cioè non dura per sempre, come il benessere, la pace, la sazietà. Potrebbe trattarsi di un cattivo presagio, invece no, perché anche la guerra, la malattia e la fame sono transitori. Questo il credente lo sa, malgrado la sua inclinazione al fallimento.
Il credente della Bibbia sa che della sua esistenza fa parte anche il pericolo, dovuto a molti suoi limiti, e tutto questo viene espresso nel lamento, e qui il credente è animato dalla speranza che lo sfogo del suo cuore possa indurre Dio a chinarsi a questo grido di dolore.
Egli fa una descrizione accurata della realtà dopo la devastazione della guerra e dice:
«Giuda va in esilio deportata, soffre per la miseria e la più dura schiavitù… (1,3). I miei sacerdoti e i miei consiglieri sono morti nella città mentre cercavano un po' di cibo per sopravvivere (1,19). I lattanti e i bambini muoiono di fame… I bambini chiedono alle madri: "Dammi da mangiare, dammi da bere!". Cadono come feriti… e muoiono tra le braccia delle loro madri (2,12). I cadaveri di vecchi e di giovani sono ammucchiati per terra sulle strade; ragazzi e ragazze sono caduti sotto i colpi delle spade… sterminati dal nemico (2,21-22). Quelli uccisi dalla spada sono più fortunati di quelli uccisi dalla fame, caduti senza forze, vittime della carestia (4,9); I nostri occhi cercano ancora con ansia un aiuto che non arriva (4,17). I nostri beni e le nostre case sono passati agli stranieri, i nostri padri sono morti: siamo rimasti orfani e le nostre madri vedove (5,2-3). Per procurarci da mangiare rischiamo la vita contro le bande armate del deserto. Per i morsi della fame, la nostra pelle brucia, come se fossimo in un forno. Hanno violentato le donne di Sion, le ragazze delle città di Giuda. Hanno impiccato i capi, non hanno avuto rispetto per gli anziani (5,9-12). Sion è diventato un deserto, un posto abitato da volpi (5,18)».
Un reportage crudo che rispecchia fedelmente molte realtà che negli ultimi anni abbiamo vissuto, sì da lontano, ma certamente con apprensione e paura: gli stermini del Corno d’Africa, l’Iraq, l’Afganistan, Siria, il Nord Africa e in particolare la Libia, ma altre situazioni ancora nel mondo...
È terribile venire a conoscenza che la storia non ci ha insegnato proprio nulla.
Tornando al lamento del nostro credente giudeo, bisogna dire che egli prende piena coscienza della realtà, della drammatica situazione che lo circonda e prorompe in un pianto ininterrotto. Ma non si tratta del pianto di chi sa di essere senza speranza, non si tratta di dire: «Ci sono rimasti solo gli occhi per piangere», si tratta invece del pianto di chi sa di essere ascoltato, è un pianto di confessione del proprio peccato, è il pianto di colui che ha riconosciuto di essersi considerato imbattibile, potente, infallibile e pieno di sé, troppo sicuro delle proprie forze e delle proprie capacità.
È il pianto di chi riconosce in Dio la sua guida e la sua forza dopo aver abbandonato l'arroganza e l'autosufficienza. Di colui che prima si era auto-compiaciuto e auto-assolto. Difatti, politicamente Giuda aveva fatto delle scelte che si sono rivelate poi poco convenienti. Con il disaccordo dei profeti si era alleato con l'Egitto contro Babilonia, una mossa tattica che si rivelò fatale, perché sconfitto l'Egitto, il piccolo Stato del Regno del Sud, Giuda, rimase senza protezione alcuna e vittima del potere di Babilonia oramai nemica.
E il credente ebreo tuona contro quei falsi profeti che hanno sempre predicato bene:
«I tuoi profeti ti hanno annunziato soltanto messaggi inutili e illusori. Se avessero smascherato le tue colpe la tua sorte sarebbe diversa. I loro messaggi per te sono stati solo menzogne e lusinghe» (2,14).
Di tutto quanto è accaduto il credente è consapevole che la colpa di chi ha provocato distruzione e rovina che lo circondano sono da imputare all'arroganza umana, e alle colpe di coloro che hanno instaurato un sistema ingiusto e di malgoverno, di intolleranza e di malvagità. Il credente non alza il braccio per additare il cielo contro il quale sfoga la sua ira dicendo: “Perché, Dio?”, egli sa che è corresponsabile (a volte anche solo con il suo silenzio) delle sciagure che sono sopraggiunte, anzi del cielo egli dice:
«È una grazia del Signore che non siamo stati interamente distrutti; il suo amore continua; la sua bontà si rinnova ogni mattina. Grande è la sua fedeltà».
Il lamento e la disperazione si trasformano in un semplice racconto, nel quale raccontare le proprie angosce, ma nella fiducia che Dio rimane fedele, nonostante le proprie incapacità che causano distruzione e morte. Il credente biblico riconosce la fedeltà di Dio malgrado l’infedeltà umana, ma una cosa è importante che ora avvenga affinché Dio si ripresenti con il suo amore a instaurare una situazione nuova di pace e giustizia: è importante che si riconosca la propria infedeltà.
Il silenzio è il momento in cui ci si scopre, è il momento in cui le parole non bastano più, il nostro silenzio è tutta la nostra umiliazione, il nostro silenzio è la nostra attesa della grazia del Signore, il silenzio è l'attesa di chi sa di non meritare nulla.
Quando smettiamo di dire tante parole, quando smettiamo di far rumore per coprire il nostro senso di disagio davanti al Signore, quando ci fermiamo dalla nostra frenesia quotidiana, quando stiamo in silenzio, allora cominciamo a sentire qualcosa, anzi qualcuno, possiamo finalmente sentire il Signore che parla, che rivolge la sua Parola, che ci raggiunge e ci dà fiducia perché ci dice che nonostante i nostri fallimenti e il nostro peccato, egli, fedelmente, ci rinnova il suo amore.
Quella di Dio, è una parola che siamo invitati ad ascoltare ogni giorno, è una parola che nella depressione e nello scoraggiamento ci solleva, nella debolezza ci rende forti, nella solitudine ci accompagna, quando ci perdiamo nel dolore ci permette di rialzarci e reagire, quando ci arrendiamo ci incoraggia a lottare e a resistere.
Cari fratelli e sorelle questo è il Signore, che ci dia di saperci fermare durante le nostre giornate piene di corse, di frastuoni, di voci e rumori, ci dia di fermarci in silenzio per poter ascoltare le sue parole di grazia, sentire il calore del suo amore, scoprire la sua bontà che quotidianamente non ci fa mancare.
Che il silenzio di cui parla l’autore biblico ci dia la capacità di ascoltare la storia, la vita i drammi di chi ha subito violenza e guerra, respingimenti e pregiudizi. Di chi è deportato perché ha preferito la migrazione alla fame, alla sete, all’annientamento e alla brutalità.
La nostra presenza possa infondere fiducia agli altri, quella stessa fiducia che possiamo vivere a partire dalla fedeltà di Dio.
Oggi, la Parola di Dio ci insegna che possiamo, non soltanto sapere, ma anche sperimentare e trasmettere agli altri la ricchezza dell’amore di Dio, ci insegna che possiamo andare incontro al mondo con la fiducia di chi sa che la fedeltà e l'amore di Dio non si esauriscono mai, nonostante la malvagità e il peccato umani.
Tutto ciò può cambiare radicalmente la nostra vita e quella degli altri a cui testimonieremo la fedeltà di Dio.
La Parola di Dio oggi ci insegna che ciò che conta veramente è vivere nella quotidianità, nell’incontro con tutti, nel confronto con il prossimo l’amore di Dio inesauribile. Impariamo, ogni giorno, a fermarci un momento, a porci in silenzio, all’ascolto di colui che è tutto in tutti e il cui amore, la fedeltà e la bontà riempiono di senso la nostra esistenza e del mondo intero. Amen!