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Sermone di domenica 23 ottobre 2011 (Marco 10,17-31)

 

Chi è quest’uomo che in modo così inconsueto accorre a Gesù e si getta in ginocchio davanti a lui chiamandolo “Maestro buono”, cioè comportandosi in modo così sorprendentemente plateale, sia nei gesti che nelle parole, che sembra quasi che voglia attirare l’attenzione su di sé? L’evangelista Marco non lo dice, non menziona il suo nome, non accenna alla sua età né lo inquadra in una determinata categoria sociale, ma si limita a dire “un tale”, cioè uno che potrebbe essere chiunque di coloro ai quali è rivolto il suo messaggio. Solo alla fine Marco spiega che quel tale aveva molti beni; e solo nelle edizioni relativamente recenti della Bibbia l’episodio è intitolato “Il giovane ricco”.

Comunque, questo tale, questo giovane ricco pone a Gesù una domanda seria, fondamentale, che riguarda nientemeno che la vita eterna, cioè la sorte personale dopo la morte. Il giovane ricco è un uomo che nella sua condizione potrebbe starsene tranquillo e soddisfatto, perché non ha problemi economici e soprattutto perché conduce una vita moralmente ineccepibile, basata sull’osservanza scrupolosa dei comandamenti fin dalla gioventù; e invece, diversamente da tanti altri, si pone il problema dei problemi, quello della vita eterna. Proprio questa sua preoccupazione lo fa apparire degno di simpatia e persino di affetto, tanto che vien detto che Gesù lo amò.

In effetti nei vangeli, nella Bibbia in generale, non è molto comune una tale preoccupazione da parte di un uomo ricco; da parte di altri uomini, sì, come quel dottore della legge che pone la stessa domanda a Gesù e al quale Gesù rivolge la parabola del buon samaritano, ma non da parte di un uomo ricco: i ricchi hanno altro per la testa. Conosciamo tutti la parabola del “ricco stolto” che non ha altre preoccupazioni se non quella di godersi le sue ricchezze, dicendo: “Anima mia, tu hai molti beni ammassati per molti anni; riposati, mangia, bevi, divertiti”. O quella di un altro ricco che si vestiva di porpora e di bisso, e ogni giorno si divertiva splendidamente, e a mala pena sopportava che il povero Lazzaro mendicasse le briciole che cadevano dalla sua tavola. Nessuno dei due pensava alla vita eterna, ma solo a consumare le sue ricchezze, sappiamo però quale sia stato il giudizio di Gesù su di loro.

La risposta che Gesù dà al giovane ricco è anch’essa alquanto sorprendente, specialmente per noi protestanti. Una risposta totalmente diversa da quella che, per esempio, nel libro degli Atti degli apostoli Paolo e Sila danno al carceriere di Filippi: “Credi nel Signore Gesù, e sarai salvato tu e la tua famiglia”. La risposta di Gesù sembra quasi non chiamare in causa la fede, ma la morale, l’obbedienza ai comandamenti, per di più soltanto quelli della seconda Tavola della legge, che riguardano i rapporti col prossimo; come se la prima Tavola della legge che riguarda, per così dire, i rapporti con Dio, non avesse rilevanza ai fini della vita eterna. Come se Gesù, del sommario che riassume i dieci comandamenti: “Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la forza tua, con tutta la mente tua, e il tuo prossimo come te stesso”, si fosse dimenticato di tutta la prima parte.

In realtà Gesù non dimentica niente, ma ritiene che l’amore verso Dio si può manifestare solo per mezzo dell’amore verso il prossimo. Non dunque per mezzo di atti di pietà religiosa, ma per mezzo di atti concreti di solidarietà, di accoglienza e di aiuto verso gli altri, così come Gesù stesso ci esorta a fare con la parabola del Buon samaritano e come ci viene ricordato incisivamente anche nella prima lettera di Giovanni, quando si afferma: “Se uno dice: Io amo Dio, ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto”.

Tuttavia Gesù non si ferma all’osservanza dei comandamenti e, rispondendo alle assicurazioni del giovane ricco, rincara la dose e lo mette di fronte a una esigenza eccezionale, a un impegno che nessun altro maestro d’Israele ha mai richiesto. Questa esigenza è ciò che Dietrich Bonhoeffer, il pastore e teologo evangelico ucciso dai nazisti, ha chiamato lo “straordinario” della vita cristiana, qualcosa al di fuori del normale che distingue e deve distinguere profondamente ogni discepolo di Gesù da tutti gli altri, che differenzia e deve differenziare nettamente il modo di pensare, di parlare e di agire dei cristiani da quello di chi cristiano non è, e che è il segno della conversione, del cambiamento di mentalità e di vita che deve caratterizzare ogni discepolo di Gesù.

Questa esigenza viene condensata nelle parole: “Va’, vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri… poi vieni e seguimi”; e di fronte ad essa il giovane ricco, come annota Marco, se ne andò dolente, perché ha capito che queste parole di Gesù rappresentano una linea di demarcazione, un confine che impone una scelta ben precisa, la scelta radicale di stare da una parte o dall’altra, dalla parte di Dio o da quella di Mammona. Il giovane ricco rivela così i limiti di quella che appariva una sua sincera disponibilità etica, rivela la sua incapacità di abbandonare il suo mondo di benessere, dove tutto è più facile e rassicurante. Dopo la sua uscita di scena, Gesù si rivolge ai suoi discepoli e pronuncia, forse con una punta di rincrescimento per quel giovane verso il quale aveva provato simpatia, quella che in seguito diventerà una massima abusata: “È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio”.

Ci troviamo dunque di fronte a una netta presa di posizione di Gesù contro i ricchi e le loro ricchezze? Certamente sì, perché in ogni tempo la ricchezza e la brama della ricchezza anche in chi ricco non è, costituisce un ostacolo quasi insormontabile alla vocazione cristiana. Certo, qualcuno ha saputo prendere sul serio le parole di Gesù: penso a Valdo di Lione, l’iniziatore del movimento valdese, o a Francesco d’Assisi, ma in generale, soprattutto nel nostro tempo caratterizzato dalla rincorsa sfrenata all’arricchimento con ogni mezzo, è veramente difficile per quelli che confidano nelle ricchezze entrare nel regno di Dio.

Eppure, anche se il personaggio principale di questo racconto è un giovane ricco, anche se il problema della ricchezza sta al centro del brano, credo che il problema di fondo che viene sollevato stia proprio nell’esigenza della scelta radicale tra il seguire Gesù o il rimanere ancorati alle proprie sicurezze, alle proprie posizioni, siano esse economiche o sociali, politiche o culturali, e persino religiose. Se i nostri interessi, le nostre aspirazioni, i nostri progetti, quali che siano, ci impediscono di oltrepassare quella linea di confine di cui abbiamo parlato per metterci al seguito di Gesù, allora anche se non siamo ricchi la nostra posizione è uguale a quella del giovane ricco.

Di questo si rendono conto anche i discepoli di Gesù, che si domandano stupiti: “Chi può dunque essere salvato?”. I discepoli, che non sono certamente ricchi, intuiscono che non sono solo le ricchezze ad ostacolare la sequela; quindi ereditare la vita eterna, entrare nel regno di Dio, non è difficile solo per i ricchi ma anche per tutti gli altri. Gesù allora risponde, confermando la loro intuizione, che non solo è difficile, ma è impossibile agli uomini; però ciò che è impossibile agli uomini e possibile a Dio. In altre parole: la salvezza non dipende dalle condizioni o dalle capacità umane, ma unicamente dalla grazia e dalla potenza di Dio. Gesù quindi afferma che la salvezza si ottiene per grazia; e con ciò credo che la piccola perplessità che qualcuno di noi, come protestante, potrebbe avere avuto all’inizio non ha più ragione di esistere, perché qui ogni presunzione di un possibile primato della morale sulla fede viene a cadere.

A questo punto, dopo le parole di Gesù ai discepoli, il racconto potrebbe avere fine; ma ecco che Pietro interviene per conoscere la sorte sua e dei discepoli che hanno lasciato ogni cosa per seguire il Maestro. Gesù allora non si limita a rassicurarlo, ma fa una promessa solenne (In verità vi dico) che rappresenta al tempo stesso il centro e la conclusione dell’intero brano. Si tratta di una promessa di salvezza che non è solo proiettata nel futuro, ma si comincia a realizzare già nel presente, proprio nella sequela, nel lasciare ogni cosa e mettersi al seguito del Signore. Infatti, nella nuova comunità dei discepoli di Gesù si può sperimentare certamente la persecuzione, ma si riacquisisce in misura maggiore, “cento volte tanto”, tutto ciò a cui si è rinunciato: casa, fratelli, sorelle, madri, padri, figli, campi, perché la comunità cristiana è la vera grande famiglia dei credenti. E la vita comunitaria, vissuta nella fede e nell’amore, può prefigurare quella vita eterna che Gesù promette e che avrà la sua piena realizzazione nel secolo a venire.

Se questo è vero, allora anche la nostra non può essere solo una ricerca di salvezza che possa essere ottenuta a buon mercato, mantenendo i nostri modelli di vita, i nostri atteggiamenti, i nostri pregiudizi, restando dentro i confini di una vita impegnata solo a soddisfare i nostri desideri e le nostre aspirazioni; ma una ricerca che implica una precisa scelta di campo, una fuoruscita dai limiti angusti della nostra vita tradizionale per entrare nello “straordinario” della sequela di Cristo.

Sappiamo tutti che tutto ciò non è facile, anzi è estremamente difficile, ma sappiamo anche che ciò che è difficile, che è impossibile agli uomini è possibile a Dio. Non ci resta dunque che pregare il Signore affinché ci aiuti per mezzo del suo Spirito a seguirlo nella via che egli ci indicherà. Amen.

 

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