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Sermone di domenica 6 novembre 2011 (Romani 3,21-26)

Care sorelle e cari fratelli di Palermo, Riesi, Trapani-Marsala, Messina, Catania, Vittoria, Pachino, Scicli e Agrigento! Grazie a voi e pace dal nostro Signore Gesù Cristo!

Oggi, il giorno, in cui noi protestanti della Sicilia siamo riuniti qui, chiediamoci: Quale spazio c’è per il protestantesimo in Italia? Quale è la nostra vocazione? Per dare una risposta leggo un testo classico della Riforma, Romani 3, 21-26:

Ora però, indipendentemente dalla legge, è stata manifestata la giustizia di Dio, della quale danno testimonianza la legge e i profeti: vale a dire la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti coloro che credono - infatti non c'è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio - ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito come sacrificio propiziatorio mediante la fede nel suo sangue, per dimostrare la sua giustizia, avendo usato tolleranza verso i peccati commessi in passato, al tempo della sua divina pazienza; e per dimostrare la sua giustizia nel tempo presente affinché egli sia giusto e giustifichi colui che ha fede in Gesù.

Intorno alla Giornata della Riforma voglio chiedervi: c’è qualcosa da riformare? Ecclesia semper riformando! Come mai, mentre cresce in Italia il numero di coloro che esprimono apprezzamento o simpatia per noi (lo dimostrano le più di 300 mila firme dell’8 per mille a favore della chiesa valdese), diminuisce invece, un poco ogni anno, il numero dei nostri membri di chiesa? Questa diminuzione è segno di un malessere spirituale, di una perdita di vitalità. Chiediamoci: in che rapporto sta l’esiguità dello spazio per i protestanti nei media (TV, radio ecc), la nostra poca visibilità, con la qualità dei contenuti con i quali vogliamo occuparlo? Che cosa sarebbe un buon contenuto protestante? Fortunatamente, il nostro compito non ce lo assegniamo noi, ci è stato assegnato. E’ quella della Parola di Dio, quello spazio in cui viviamo, ci muoviamo e siamo (Atti 17,28). Questo spazio della Parola è al tempo stesso larghissimo e strettissimo. Lo spazio è larghissimo perché la parola di Dio è grande quanto Dio stesso. La parola era con Dio e Dio era la Parola (Giovanni 1). Gli orizzonti sono infiniti. Ma lo spazio della Parola è al tempo stesso strettissimo come lo è la porta e la via che conducono alla vita. Lo spazio larghissimo della parola sono le braccia aperte: Dio ti ama e ti accoglie come sei, grazie che sei venuto! La nostra liberalità, accoglienza e solidarietà per esempio con gli immigrati ci rende visibili. Vi ricordo: a maggio ci ha visitato un gruppo della televisione austriaca ORF che ha fatto un intero film (60 min) sull’Essere Chiesa Insieme delle chiese valdesi e metodista di Palermo (alla Noce e in via Spezio), trasmesso a Pentecoste per un pubblico di 5 milioni telespettatori.

E quale sarebbe lo spazio strettissimo della Parola di Dio? E’ il riconoscimento del peccato in cui siamo intrappolati. Questo riconoscimento è una porta stretta per l’ingresso della grazia. O quanto ha sofferto il monaco Martin Lutero prima di scoprire la grazia gratuita, quello spazio larghissimo. E’ passato attraverso le angustie del cuore, immaginando il severo Dio giudice. Oggigiorno noi protestanti parliamo poco del peccato, oppure con grande pudore. In fondo, non è una concezione troppo negativo dell’uomo? E questa idea della giustizia di Dio e il sacrificio propiziatorio, non è una ricaduta in tempi passati autoritari e despotici, un poco imbarazzante? Alcuni giorni fa mi confessava una giovane volontaria del Servizio Cristiano a Riesi: “Ci ho pensato bene. La cosa più importante è che amo me stessa e che ho fiducia in me. Non mi serve un Dio, non mi voglio fare condizionare. Mi sento già amata e sono pienamente d’accordo di dare amore, aiutando gli altri.”  Ecco, questa confessione suona molto emancipata e moderna. Ma che cosa le rispondo? Devo togliere alla giovane lo slancio e la mente critica? Devo dire: tu sei una peccatrice, rinneghi Dio, fatti salvare!? Direi di no! E’ importante, innanzitutto, di rispettare e di promuovere il desiderio delle persone di essere liberi. Ma da una prospettiva diversa dobbiamo capire: la consapevolezza di essere peccatori si indebolisce. Viviamo in un tempo narcisistico. Pochi si chiedono con ansia, come fece Lutero alla fine del medioevo: Come posso fronteggiare il Dio giudice che mi punirà severamente? La grazia è diventata per molti una cosa irrilevante e noiosa.

Dunque invece di annunciare la grazia evangelica a buon mercato, bisogna sensibilizzare le persone con grande cura sulla necessita di incontrare Dio. Non dobbiamo colpevolizzare la gente ma indicare dove e come Dio può salvare. A questo riguardo occorre comprendere il significato della legge. Perché? Quale legge? La legge che ci dice come deve essere fatto il nostro corpo: snello, muscoloso, giovane e senza rughe. La legge che ci dice che bisogna essere realizzati nel lavoro, vincenti in tutto ciò che si fa. La legge che ci dice come essere buoni genitori, cosa dobbiamo dire e fare ai nostri figli, cosa fargli fare o non fare nella vita. La legge che dice come deve essere una famiglia, quali devono essere i nostri compagni sentimentali, cioè persone del sesso opposto al nostro. La legge che ci dice che nella vita bisogna essere sempre forti.     Siamo tentati di voler ottenere la giustizia secondo questa legge tramite le opere. Oggi, dobbiamo dire insieme con Lutero: Peccato se credi di dover garantire la tua felicità tramite il tuo successo personale, così la vita diventa pesante. Peccato se credi di dover fare il mobbing per essere sempre il primo al posto di lavoro. Peccato, non solo perché Dio ci chiama di amare il prossimo ma anche perché la violenza verbale che io faccio contro il mio prossimo che non pensa come me, si rivolta in realtà contro di me. Peccato se ci arrendiamo alla legge di questo mondo, il dover essere il più forte, il più furbo, più ricco. Devo dire: A chi vorrebbe che le leggi cristiane diventassero anche leggi dello Stato, e quindi valide e obbligatorie per tutti, anche per chi non è cristiano o lo è in modo diverso, noi dobbiamo dire: quelli che si basano sulle opere della legge sono sotto maledizione. A chi vuole che la propria interpretazione della Bibbia sia la più autentica, la più vera, cioè una Legge, noi dobbiamo dire: quelli che si basano sulle opere della legge sono sotto maledizione.

Il vangelo di oggi ci dice: Ora però, indipendentemente dalla legge, è stata manifestata la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo. Che cosa vuol dire essere giustificati per fede soltanto per la grazia di Dio? Significa prima riconoscere che siamo schiavi della legge e che abbiamo bisogno di Dio, di questa realtà che supera la nostra intelligenza e la nostra cultura. Questa consapevolezza è la porta che si apre alla grazia. Abbiamo bisogno della misericordia di Dio che supera la mia falsa generosità. Abbiamo bisogno di Dio che ci conosce meglio di noi stessi: “Signore, tu mi hai esaminato e mi conosci. Tu sai, quando mi siedo e quando mi alzo, tu comprendi da lontano il mio pensiero. Tu mi circondi, mi stai di fronte e alle spalle, e poni la tua mano su di me” (Salmo 139). Ho bisogno della bellezza di Dio che supera la bellezza della mia macchina e della tua casa. Giustificati per fede possiamo dire in pace: Non devo essere io quello che ha sotto controllo la mia vita. A Dio sia la gloria e non a me! Questa confessione ha bisogno di Gesù. Perché? Solo Gesù può prendere su di sé la mia sfiducia, e la tua delusione, la nostra arroganza, queste malattie che ci distaccano da noi stessi, dal prossimo e dal nostro Creatore. Gesù alla croce ci libera dal nostro mondo piccolo pieno di illusioni e idolatrie. Questa fede mi rende sobrio e gioioso allo stesso momento. Sobrio perché non devo più illudere me stesso e gli altri. So che sono limitato. E credo che in mezzo alla mia piccolezza posso trovare un rifugio in Dio che è grande e degno di ogni lode. Che gioia! La sobrietà evangelica ci rende onesti su noi stessi e sullo stato della nostra società e al contempo non ci lascia disperare perché sappiamo di essere radicati nella misericordia di Dio. Questo è la nostra confessione di fede: il segreto del mondo che va annunziato ovunque siamo. Dobbiamo impegnarci di più nel campo dell’evangelizzazione! La fede ci rende coraggiosi per questo compito. Uomini e donne senza paura, rivestiti della completa armatura di Dio, possiamo stare saldi contro le insidie del diavolo, cioè contro le illusioni della corruzione (la vita facile) e della violenza e dell’egoismo. Prendiamo la verità per cintura dei nostri fianchi, mettiamo come calzature ai nostri piedi lo zelo dato dal vangelo della pace, prendiamo lo scudo della fede e la spada dello spirito che è la parola di Dio. Preghiamo affinché possiamo portare il gioiello della Buona notizia a chi lo cerca. Il gioiello del vangelo non si riflette solo nei nostri occhi come fa un tesoro della corona ma vuole pure illuminare i nostri cuori. E dove quello splendore ci tocca lì nasce una comunità crescente che supera le barriere delle classi sociali, delle lingue e delle culture. Una comunità di uomini e donne che non cercano la propria vanagloria ma che confessano insieme: “Rallegratevi sempre nel Signore. Non angustiatevi di nulla perché il Signore è vicino. Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica!” Amen

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