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Testo della predicazione: Matteo 25, 1-13
Cari fratelli e care sorelle,
tante sono le immagini che vengono usate da Gesù per descrivere, per raccontare, per far comprendere facilmente e subito, cosa è e come potrebbe essere il regno di Dio. Nel vangelo di Matteo le troviamo quasi tutte nel capitolo 13: Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, al lievito, a una perla di gran valore, a una rete, a un seminatore… ad un gran tesoro, ai lavoratori delle diverse ore.
Sono tanti quadri, dipinti con i pennelli ed i colori di una parabola, e dentro questi quadri, come in un film pieno di effetti speciali Gesù ci fa entrare, vivere, partecipare alla storia, per comprendere un pochino di più quella realtà del regno di Dio che con Gesù è già in mezzo a noi e che ha però, ancora da venire.
È questo tempo, tempo di attesa, di speranza che l’evangelista Matteo deve spiegare, rispiegare, giustificare alla sua comunità.
Sono trascorse più di due generazioni dalla morte e risurrezione di Gesù, siamo intorno all’80, il tempio è stato distrutto già nel 70,la chiesa di Cristo è perseguitata, la speranza di un ritorno a breve di Gesù, che aveva sostenuto e dato forza di resistere ai primi cristiani, è ormai resa vana e l’annuncio che il figlio dell’uomo tarderà a tornare ed anzi tornerà quando molti non l’aspetteranno più, provoca sconcerto e delusione nella chiesa.
Non è lo stesso per noi, credenti del 21mo secolo d.c. Sappiamo che Gesù tarderà… ed ormai viviamo questa consapevolezza senza l’ansia delle prime generazioni di cristiani se non addirittura con qualche dubbio malcelato.
Ma come i cristiani di allora viviamo in un tempo di attesa dove la chiesa di Cristo, deve continuare a vivere e convivere nel mondo!
Vivere questo tempo di attesa, esclusivamente, come cittadini del mondo?
O come cristiani nel mondo?
O meglio ancora, come CITTADINI CRISTIANI nel mondo?
Il tempo dell’attesa, è il tempo dell’azione, dell’amore attivo, della perseveranza nell’attuare la volontà di Dio che Gesù ci ha rivelato, con una prassi ed impegno etico costante.
Il Signore ci chiede in questo tempo di attesa di “vegliare” in tutti i campi della nostra esistenza. Potremmo anche addormentarci tutti ma non potremo farci trovare senza una scintilla che possa riaccendere la fede.
L’evangelista Matteo, nella parabola dei due servi, richiama, ammonisce i suoi fratelli pastori e anziani di chiesa che hanno responsabilità, ad usare il loro ministero per servire, nutrire con amore le chiese che sono state affidate loro da Gesù.
Attenzione quindi a non servirsene per accrescere il proprio prestigio personale!
Poi rivolge la sua attenzione alle chiese, e li esorta a vivere questo tempo di attesa con la parabola delle dieci vergini…
…il regno dei cieli è simile a…
Qui devo confessare le mie difficoltà ad accettare una comprensione classica di questo testo, specialmente nella parte finale.
Nei diversi tentativi di interpretare la parabola delle dieci vergini ci si è sempre chiesto, quale sia stata la giusta motivazione delle 5 donne avvedute che ha fatto sì che avessero i requisiti per essere accolte nella sala della festa.
Quale sia stato, dunque, il significato della scorta d’olio alla quale esse avevano pensato in tempo.
C’è chi dice che l’olio è la prassi dell’amore per il prossimo, o la fede veramente vissuta, la speranza viva, l’ascolto continuo della parola di Dio. può e deve essere tutto questo. Ed in questo senso, secondo Matteo, è anche giustificato l’atteggiamento delle 5 avvedute che entrano nella sala e che non condividono l’olio con le altre, perché la mia fede, il mio amore e la mia speranza non possono sostituire la fede, la speranza e l’amore richiesto ad un altro.
Tutte e dieci le giovani donne sono invitate alla festa. Ecco quello che Dio promette a tutti noi: siete invitati a una festa, dove vi è posto per tutti, dove vi è mangiare e bere per tutti, dove tutti sono invitati a gioire, a ridere, a ballare! Ecco la realtà del regno di Dio che ci è promessa: una festa, un grande banchetto intorno alla quale per ognuno di noi è previsto un posto.
Nessuno è escluso da questo invito.
Ed è proprio in questa prospettiva, in analogia all’invito alla festa del regno di Dio, che noi in questa chiesa ogni qual volta celebriamo la Cena del Signore, rivolgiamo l’invito a tutti i presenti, senza verificare se abbiano una scorta di olio sufficiente. Non è infatti compito nostro giudicare il livello di fede dei fratelli e delle sorelle, ma solo del Signore.
In questa festa, nell’attesa dello sposo Gesù, che tarda ad arrivare, TUTTI si sono addormentati, TUTTI si sono stancati di aspettare, anche quelle che, stranamente, avevano previsto l’imprevedibile portandosi dietro una scorta di olio per le lucerne.
Al ritorno di Gesù, la metà delle donne si scopre impreparata, cerca di rimediare, chiede aiuto inutilmente alle altre, escono fuori a cercare l’olio (come se la fede si potesse comprare all’ultimo minuto per paura di sottostare al giudizio, come certe conversioni di atei in punto di morte…) e comunque, la parabola non specifica nulla sull’esito della ricerca, esse tornano, trovano la porta chiusa. Bussano, gridano, bussano ancora con forza con disperazione, ma lo Sposo, Gesù, si rifiuta di aprire…
Care sorelle e cari fratelli, vorrei condividere con voi la mia perplessità: questo quadro dovrebbe essere simile al regno di Dio? Cioè ad una porta che viene chiusa con violenza, in faccia, senza pietà, senza dare una seconda possibilità di entrare?
Dov’è il Gesù che ci annuncia la buona novella di un Dio Padre misericordioso e paziente?
Se potessi dialogare con l’evangelista Matteo, mi piacerebbe dirgli:
«Sì, Matteo, sappiamo bene che la grazia di Dio non è a buon mercato, che presuppone una risposta da parte del credente adeguata alla propria potenzialità, e che la risposta è personale, ma ricordati, Matteo, che Gesù ha guarito un paralitico, lo ha perdonato dai peccati, grazie alla fede di quattro suoi amici, che lo avevano calato giù dal tetto incannucciato, e mentre tutti lo guardavano, l’uomo si alzò, prese la sua barella e se ne andò (Mc 2,12)senza nemmeno un “grazie Gesù”. Ricordati, Matteo, che Gesù non ha giudicato un’adultera, condannata alla lapidazione, ed ha fatto in modo che tornasse libera… Forse, caro Matteo, noi che ti leggiamo oggi, avendo qualche secolo di esperienza cristiana in più, viviamo la fede in modo diverso, come diverse sono le realtà nelle quali abbiamo vissuto, più secolarizzata la nostra, rispetto alla tua».
Quanti di noi possono dire di non aver mai avuto attimi, momenti, giorni, mesi, anni di debolezza nella fede? Quante volte ci siamo accorti di rimanere senza quell’olio della parabola, di esserci addormentati?
Alti e bassi continui, causate da chi o da che cosa? Non sapremmo definirli tutti.
E quando preghiamo il Signore di aiutarci e sostenerci nella fede, lo facciamo perché coscienti della nostra debolezza: Signore io credo, aiutami a credere! Ecco… confidiamo nella sua pietà, nel suo amore.
Non potrei vivere in un regno di Dio, dove si chiude la porta a chi non ce la fa e che comunque poi Vuole, Vuole ritornare… ha capito l’errore… e che bussa alla tua porta, Signore.
Come tu bussi alla porta del nostro cuore:
Apoc. 3,19-20
19 Tutti quelli che amo, io li riprendo e li correggo; sii dunque zelante e ravvediti. 20 Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me.
Caro Matteo, se potessi scegliere… preferirei vivere intensamente qui ed ora il regno di Dio… piuttosto che vivere in una attesa angosciante, con le minacce e la paura di una probabile porta chiusa in faccia.
D’altronde OGGI sono a casa tua, dice Gesù a Zaccheo, OGGI Gesù con il suo Spirito è qui con noi… OGGI possiamo pregustare con gioia il regno di Dio, ogni qualvolta si verificano nella nostra vita quelle condizioni descritte nelle similitudini…
OGGI Gesù ci aiuta a crescere nella fede… e per la fine dei tempi… se ci addormenteremo Signore, ci rimetteremo al tuo giudizio… confidando in un finale diverso di questa parabola, come immagina uno scrittore greco nostro contemporaneo, che potrebbe essere il seguente:
«Così lo Sposo, sentendo bussare con forza alla porta, sentendo le grida delle vergini stolte, si commosse e ne ebbe compassione. Andò egli stesso ad aprire la porta, le fece entrare e le accolse fra le sue braccia, asciugò le loro lacrime, perdonò il loro peccato e li accolse al gran banchetto, rallegrandosi e facendo festa».
Amen!