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Testo della predicazione: Apocalisse 5, 1-5
E vidi un angelo potente che gridava a gran voce: «Chi è degno di aprire il libro e di sciogliere i sigilli?» Ma nessuno, né in cielo, né sulla terra, né sotto la terra, poteva aprire il libro, né guardarlo. Io piangevo molto perché non si era trovato nessuno che fosse degno di aprire il libro, e di guardarlo. Ma uno degli anziani mi disse: «Non piangere; ecco, il leone della tribù di Giuda, il discendente di Davide, ha vinto per aprire il libro e i suoi sette sigilli».
Sermone
Cari fratelli e care sorelle, il libro dell’Apocalisse è un libro misterioso, pieno di parole da decifrare, da interpretare, da collocare nel giusto posto prima di poter finalmente intenderne il messaggio. Si tratta di un genere letterario che coinvolge il credente che legge tanto emotivamente da metterlo nelle condizioni di partecipare quasi attivamente agli eventi che il libro descrive. Sono eventi che fanno riferimento a una storia che i credenti stanno attraversando: persecuzioni, martìri, lacerazioni, dolori, sofferenze di ogni genere, tutto ciò a motivo della loro fede.
Oggi tenteremo di capire quale messaggio ci porta il capito che abbiamo ascoltato, facendo un piccolo viaggio nel mondo del veggente Giovanni.
La visione si apre con una scena di giudizio. Un trono è posto al centro della scena, su di esso siede il Dio giudice. Attorno a lui una schiera di servi e ministri che gli danno gloria con inni e con pronunciamenti solenni. A un certo punto l’attenzione si rivolge alla presenza di qualcosa di importante: si tratta di un libro. Il profeta Daniele propone la stessa scena apocalittica con lo stesso trono, con gli stessi servi attorno al trono; l’atmosfera è carica di tensione a causa del giudizio imminente e così dirompe maestosa una voce che dice: “...i libri furono aperti”.
Il libro, in una scena di giudizio, è importante perché in esso sono contenuti dei nomi, i nomi di coloro che sono stati fedeli fino alla morte, in altre parti della Bibbia è chiamato “il libro della vita” (Salmo 69,29; Apoc. 13,8). Dunque la presenza di un libro introduce una scena di giudizio che però diventa diversa da quella proposta da Daniele. Ed ecco che il veggente Giovanni, mentre narra la sua tristezza perché nessuno è degno di aprire quel libro, sposta l’attenzione principale a qualcos’altro: il libro non rimane più il centro dell’attenzione come in Daniele. “Io piangevo molto... perché nessuno poteva aprire il libro”.
Sono lunghi momenti suspance, di timore, di attesa nel cielo, si rimane col fiato sospeso... fino a quando non viene annunciato che c’è qualcuno degno, capace di togliere i sigilli e di aprire il libro. Ecco, è qui che il libro passa in secondo piano, è a questo punto che il libro perde importanza pur restando un elemento essenziale; il libro è importante perché ci conduce a Colui che può aprire il libro, che può toglierne i sigilli, che può entrare nella storia di ciascuno per conferirgli dignità, nuovo inizio, grazia, perdono… È un leone, il leone della tribù di Giuda, discendente del re Davide che, quando il veggenti si volta per guardarlo vede un agnello che era stato immolato.
Nell’Apocalisse è chiaro che il giudizio di Dio si ferma, non può compiersi senza la presenza dell’agnello, senza la sua opera salvifica. Prima era sufficiente il libro, bastava leggerne il contenuto, cioè i nomi dei salvati. Ma ora, nell'Apocalisse, l’autorità di salvare non viene affidata ad un libro, ora l'autorità passa dal libro all'Agnello che è stato immolato per tutti gli uomini e tutte le donne, ma che è risorto ed è in Lui che l'essere umano può trovare la salvezza; non in altri salvatori o opere di alcun genere.
Nessuno era capace, perché nulla è affidato alle nostre forze e capacità umane, non siamo noi a scrivere nel nostro libro la storia della salvezza, della grazia e del perdono di Dio, ma solo colui che può condurre le nostre esistenze nell’orizzonte gratuito dell’amore e della salvezza. Ecco il messaggio del veggente che raggiunge anche noi che viviamo in un’altra epoca, in un’altra storia, ma all’interno della quale il Cristo continua ad essere, oggi, colui che può rendere degna la nostra esistenza.
Chi è degno, per l’autore del libro dell’Apocalisse, è colui che può, nell’Antico libro dell’Esodo, scampare i primogeniti dalla morte. È un Agnello, il cui sangue è sparso sulle porte di casa. Perciò Gesù è rappresentato come un agnello, perché vince la morte, perché dona la vita, perché può entrare dentro l’orizzonte della nostra vita, dentro il libro dove è scritta la nostra storia, per darle il vero senso, il vero valore per cui valga la pena vivere.
L’agnello rappresentò quindi per Israele il segno della liberazione dalla servitù egiziana e così Giovanni annuncia che Cristo è il nuovo segno della liberazione, liberazione dalla morte, dalla schiavitù del peccato, della paura, di una vita arida e vuota. Liberazione dalle angosce umane, dai tabù, libertà da se stessi, dalle dipendenze degli altri, dall'incapacità di amare.
L’antica concezione di giudizio è sconvolta, perché in Cristo, come insegnava Martin Lutero, il Dio giudice non è più visto come il Dio che castiga e punisce il peccatore, perché la giustizia di Dio sta ora nel fatto che Dio rende giusto il peccatore, l’uomo, la donna, anche se non lo merita. È questo sovvertimento che annunzia il veggente Giovanni, con forza, annuncia il passaggio da un’età all’altra, grazie al sacrificio di Gesù Cristo.
Il Veggente, tuttavia, è consapevole che non tutto è ancora risolto, che il peccato è ancora presente nel mondo e che l’amore di Dio non unisce ancora tutti gli esseri umani che invece sono divisi e si fanno la guerra. Giovanni è consapevole della realtà umana della chiesa dell'epoca: una realtà di persecuzione, di distretta, disofferenza e di dolore.
Così, Giovanni ci annuncia che la vera liberazione comincia dentro noi stessi, la liberazione da noi stessi ci rende disponibili per gli altri, per andare incontro agli altri, per servire gli altri.
È sempre stato difficile trovare nell’Apocalisse un messaggio che fosse attuale riguardo al comportamento del cristiano nel mondo, nei confronti del sociale. È vero che nell’Apocalisse c’è una sorta di identità personale vista in negativo nei confronti del mondo: non bisogna piegarsi adorando gli dèi del mondo, mammona o altri; la bestia del conformismo e del consumismo tenta di sedurre anche gli eletti; bisogna andare controcorrente, contrapporsi nettamente per mantenersi coerenti con la propria fede; attenzione a non confondere ciò che è divino da ciò che è diabolico, ciò che è di Dio e ciò che è del mondo, e spesso non è facile.
L’Apocalisse mette in guardia dall’apatia: «Oh, fossi tu pur freddo o fervente…». È sì il libro dell’azione ma anche il libro dell’attesa non concepita, certo, come pigra e sterile; Giovanni concepisce questa attesa in modo operoso, un’attesa in cui vivere da credenti ha un senso, nonostante le difficoltà.
E questo messaggio costava molto ai cristiani di allora che vivevano persecuzioni e sofferenze estreme. L’impazienza e il dolore spesso rendono il cuore vuoto, stanco e infelice, tuttavia, c’era la consapevolezza che i credenti ricevono forza e vigore proprio da chi aveva sofferto ingiustamente prima di loro: da Gesù, l'Agnello immolato per tutti, anche per i persecutori.
Dunque anche oggi ci giunge questo messaggio dell’attesa del compimento del Regno di Dio, la Chiesa vive oggi il tempo intermedio tra la semina, che è avvenuta con Gesù Cristo, e la raccolta che deve ancora venire quando tutto è maturo, pronto.
L’attesa dei credenti deve essere riempita di senso e di valore e non di quella sensazione, di sconforto, di vuoto e di stanchezza che spesso prende chi vive una lunga attesa.
È vero che alle volte le difficoltà e le sofferenze della vita ci rendono incapaci di rialzarci, ma chi ha sofferto prima di noi e per noi, oggi ci vuole dare senso alla nostra vita segnata sovente di difficoltà e prove, di dolori e amarezze.
Il senso della nostra attesa di credenti è dato dall’opera che siamo chiamati a dare, dal nostro contributo e impegno nel mondo di oggi. In ogni piccola o grande circostanza la nostra presenza costante diventa importante in un mondo che ha bisogno di ravvedimento, di perdono, di conoscere non un Dio che punisce e condanna, ma un Dio che perdona e ama.
Non stanchiamoci, dunque, fratelli e sorelle, la pagina di oggi ci dice che verrà il giorno in cui la giustizia di Dio e la pace del suo Regno saranno finalmente concreti; non stanchiamoci, ma viviamo con fiducia questo momento con le primizie che Dio ci dà attraverso lo Spirito e che ci rende capaci di dare fiducia, consolazione e forza a coloro che, come noi, lungo il nostro cammino, in un mondo ostile e spesso inospitale, cominciano a stancarsi, a non farcela più.
Giovanni ci chiede di guardare non il libro in cui è segnata la storia dei nostri errori, dei nostri peccati, delle nostre mancanze, delle nostre incapacità e parzialità, ma di guardare verso colui che solo ne è degno e che può fare della nostra vita e della nostra storia uno strumento di pace, di solidarietà, di riconciliazione, di giustizia, di equità. Egli può trasformare il non senso dei nostri vuoti e delle nostre incapacità in una storia che possiamo vivere fiduciosi perché riempita di significato che rende anche la nostra vita degna di essere vissuta. Amen.