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Testo della predicazione: Isaia 63,15–16; 64,1–3
Guarda dal cielo, e osserva, dalla tua abitazione santa e gloriosa. Dove sono il tuo zelo, i tuoi atti potenti? Il fremito delle tue viscere e le tue compassioni non si fanno più sentire verso di me. Tuttavia, tu sei nostro padre; poiché Abraamo non sa chi siamo e Israele non ci riconosce. Tu, Signore, sei nostro padre, il tuo nome, in ogni tempo, è Salvatore nostro. Oh, squarciassi tu i cieli, e scendessi! Davanti a te sarebbero scossi i monti. Come il fuoco accende i rami secchi, come il fuoco fa bollire l’acqua, tu faresti conoscere il tuo nome ai tuoi avversari e le nazioni tremerebbero davanti a te. Quando facesti le cose tremende che noi non ci aspettavamo, tu discendesti e i monti furono scossi davanti a te.
Sermone
Cari fratelli e care sorelle, i capitoli 63 e 64 del libro del profeta Isaia contengono una lamentazione, una preghiera provocata da una disperazione estrema. La comunità dei credenti ha una forte crisi di identità spirituale e sociale, gravi difficoltà tormentano il popolo il quale attribuisce quelle battute d’arresto all’indifferenza di Dio piuttosto che alla propria infedeltà verso Dio.
Il profeta cerca di mediare all’interno del rapporto tra Dio e Israele pericolosamente rovinato. Isaia si rivolge a Dio a favore del popolo ma, allo stesso tempo, confessa a gran voce il peccato del popolo.
Il profeta ricorda tutte le opere di Dio a favore del popolo che nel passato egli aveva compiute. Ricorda la bontà del Signore, tutto ciò che egli ha elargito, la sua misericordia, il gran bene che ha fatto, ecc… (Is. 15,7); perfino Dio stesso ha fiducia nel popolo: «Certo, essi sono il mio popolo, i figli che non mi inganneranno» (v. 8). Ma ecco che la confessione di peccato del profeta giunge nel pieno della sua consapevolezza: «Ma essi furono ribelli, contristarono il suo Spirito santo».
Così sono ricordate le opere di liberazione che il Signore compì attraverso Mosè, tramite un uomo fedele. Ecco, se i discendenti di Mosè tornassero a essere fedeli a Dio, forse il miracolo si ripeterebbe.
L’autore del brano alla nostra attenzione, crea una tensione insopportabile tra le cose come erano nel passato e come erano nel presente, si tratta di un confronto che deve tendere a cambiare la realtà attuale, e permettere a entrambe le parti di avvicinarsi e incontrarsi di nuovo per ricominciare una storia insieme, un futuro, un cammino nuovo.
Nell’angoscia degli avvenimenti disastrosi che il profeta vive e attraversa, interprete dello stato d’animo del popolo, egli prorompe in una domanda: Dove? Dov’è la presenza di Dio nella storia? «Dov’è colui che li fece uscire dal mare?» dice il v. 11. Ma ancora al v. 15: «Dov’è il tuo zelo, i tuoi atti potenti? Il fremito delle tue viscere e delle tue compassioni…».
Prima si ricorda un passato in cui la presenza di Dio salvava il popolo da pericoli che stavano per inghiottirlo. Il presente, al contrario, è il tempo dell’assenza di Dio, il tempo in cui la coscienza si esamina e chiede: «Dove?».
Il dolore che accompagna questa domanda è tornato più volte a colpire l’umanità, proprio nei momenti in cui la catastrofe sembrava invincibile. Mi riferisco alla Shoah che ancora oggi ricordiamo in modo impressionante.
Elie Wiesel, nella sua opera “La notte” un romanzo autobiografico, in cui racconta la sua esperienza nei lager nazisti come anche l’esperienza dell’assenza di Dio. Racconta Wiesel che un bambino pende dalla forca eretta dalle SS. Si sente qualcuno chiedere: «Dov’è Dio? Lui dov’è?». Il bambino è lì che lotta tra la vita e la morte, e la stessa persona grida di nuovo: «Dov’è Dio, adesso?».
Wiesel scrive: «E sentii una voce, dentro di me, che gli rispondeva: «Dov’è? Eccolo… È qui appeso a questa forca».
Wiesel non affronta il dolore con facili rassicurazioni, non lo spazza via con metodi superficiali, così agisce il vero profeta. Egli accetta tutte le contraddizioni della vita e invita a riflettere demolendo così le spiegazioni umane troppo comode.
Così Isaia, allo stesso modo, invita il popolo a confrontarsi con le contraddizioni della vita, con la propria umanità. Descrive così il popolo guidato da Mosè che non inciampava nell’aridità del deserto, mentre ora «inciampiamo in pieno mezzogiorno e grugniamo come orsi» (59,10-11). Il «Dove?» che il profeta pronuncia è doloroso. Va oltre la domanda sull’assenza di Dio. «Dove sono il tuo ardore e il tuo amore premuroso, la tua compassione?» (TILC). Sono giusti i dubbi riguardo alla tua potenza? Il profeta raccoglie tutte le prove del popolo contro Dio e solleva il dubbio che Dio si lasci ancora coinvolgere nelle esperienze umane, preferendo restare nel suo palazzo celeste, e afferma sarcasticamente: «Guarda dal cielo e osserva dalla tua abitazione santa e gloriosa» (v. 15).
Ma ecco la fiduciosa certezza nel Dio che accompagna sempre e partecipa agli accadimenti umani con compassione; il profeta è certo che il silenzio di Dio non è assenza, ma presenza esso stesso.
«Tu sei nostro padre», afferma il profeta: si tratta del titolo più intimo nel quale testimonia il rapporto più stretto che esista al mondo. Il profeta sa così di poter contare, come un bambino spaventato, sul proprio padre. Un padre che, anche se improvvisamente si fa notte, lo tiene per mano e gli permette di camminare con sicurezza, anche se la notte non schiarisce.
È vero che il profeta non si accontenta di questa immagine, di questa realtà di Dio come padre amorevole benché rimanga il suo punto di forza e di speranza. Egli si lascia andare in immagini forte, violente usate dal vicino Oriente, per descrivere il Guerriero che scende in battaglia: «Oh, squarciassi tu i cieli e scendessi!» (64,1), le montagne tremano, le fiamme divampano l’acqua ribolle. In realtà si tratta della riaffermazione della sovranità di Dio, è il rinascere della speranza nel popolo affinché torni a impegnarsi nell’orizzonte del Dio che gli è padre e che lo accompagna nel buio della notte.
Il profeta ci invita ad alzare il nostro sguardo al di sopra della debolezza umana, verso il padre celeste. Nessun genitore può rimanere indifferente davanti al dolore del proprio figlio, così possiamo immaginare che lo stesso sia per Dio che è la sorgente dell’amore.
La fede biblica è riposta nel Dio che non abbandona i suoi figli nel periodo della prova, mai, buia per quanto possa essere la notte che essi attraversano. È la stessa fede nel Dio che è a favore della giustizia e della misericordia quella che ha sostenuto i credenti attraverso i secoli, nei periodi più oscuri di sofferenza.
Perciò, anche quando ci sembra che Dio sia assente, nella nostra distretta, o angoscia, o sofferenza, possiamo dirigere la nostra preghiera dicendo: «tu sei nostro Padre!». Amen!