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Sermone di domenica 1 Gennaio 2012 (Giosuè 1,1-9)

Testo della predicazione: Giosuè 1,1-9

Dopo la morte di Mosè, servo del Signore, il Signore parlò a Giosuè, figlio di Nun, servo di Mosè, e gli disse: «Mosè, mio servo, è morto. Àlzati dunque, attraversa questo Giordano, tu con tutto questo popolo, per entrare nel paese che io do ai figli d'Israele. Ogni luogo che la pianta del vostro piede calcherà, io ve lo do, come ho detto a Mosè, dal deserto, e dal Libano che vedi là, sino al gran fiume, il fiume Eufrate, tutto il paese degli Ittiti sino al mar Grande, verso occidente: quello sarà il vostro territorio. Nessuno potrà resistere di fronte a te tutti i giorni della tua vita; come sono stato con Mosè, così sarò con te; io non ti lascerò e non ti abbandonerò. Sii forte e coraggioso, perché tu metterai questo popolo in possesso del paese che giurai ai loro padri di dar loro. Solo sii molto forte e coraggioso; abbi cura di mettere in pratica tutta la legge che Mosè, mio servo, ti ha data; non te ne sviare né a destra né a sinistra, affinché tu prosperi dovunque andrai. Questo libro della legge non si allontani mai dalla tua bocca, ma meditalo, giorno e notte; abbi cura di mettere in pratica tutto ciò che vi è scritto; poiché allora riuscirai in tutte le tue imprese, allora prospererai. Non te l'ho io comandato? Sii forte e coraggioso; non ti spaventare e non ti sgomentare, perché il Signore, il tuo Dio, sarà con te dovunque andrai».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, è un passaggio di consegne quello che ci viene raccontato nel primo capitolo del libro di Giosuè. Ma non è Mosè stesso, ormai morto, che lo fa nei confronti del nuovo condottiero di Israele, ma Dio stesso.

Il racconto è molto suggestivo, questo rapporto diretto con Dio che ci è raccontato qui, è lo stesso di quello che ebbe Mosè a partire dal Sinai.

Facciamo però un passo indietro per capire esattamente che cosa è chiamato a fare Giosuè, il successore di Mosè.

Il racconto biblico dell’incontro di Mosè con Dio sul Sinai è teso alla liberazione di un popolo schiavo in Egitto. Dio, cioè, si presenta, per così dire, per rendersi disponibile a venire incontro a un popolo oppresso, sfruttato, impaurito, schiacciato e sofferente, per liberarlo da quella condizione.

 

Ecco, nella Bibbia Dio è colui che rende liberi gli oppressi, sempre! Qualunque altro Dio vi venga raccontato, diverso da un Dio che libera e si prende cura della creature umane, è un altro, non è lo stesso Dio di Mosè, dei profeti, di Cristo, eccetera.

I dieci comandamenti che Mosè ricevette nel luogo dell’incontro con Dio, sul Sinai, tendono a mantenere il popolo e l’individuo, nella condizione di libertà. I dieci Comandamenti esordiscono con le parole “Io sono il Signore tuo Dio che ti ha liberato dal paese d’Egitto”… quindi: non rivolgerti ad altri dèi perché ti asserviranno e ne rimarrai schiacciato, non adorare le loro immagini anche se ti sembrano innocue, ne diventerai invece dipendente, dedica un giorno alla settimana al riposo per ricordarti che il lavoro non deve mai diventare una schiavitù, Dio ti ha liberato da essa, non ricaderci; ecc…

Dunque una legge che crea rapporti umani all’insegna della libertà, della giustizia e della coesione per far fronte ai pericoli costanti di ricadere nella schiavitù.

Il passaggio di consegne quindi, da parte di Dio stesso, è quasi d’obbligo; l’autore biblico non può immaginare nulla di più efficace per permettere che il lettore si renda conto della portata di quanto è accaduto.

Dunque, cosa deve fare Giosuè? Deve attraversare un fiume, il Giordano, per raggiungere la terra promessa, quella che Dio aveva promesso ad Abramo; la terra della libertà dove non si è solo liberi, ma affamati, ma è la terra dove scorre “latte e miele”, diremmo oggi: «ogni ben di Dio».

Dunque la libertà ha un prezzo, è necessario che si faccia uno sforzo per entrare nel suo orizzonte, nella sua dimensione: bisogna attraversare un fiume. L’attraversamento del Giordano è significativo nell’ottica biblica, significa lasciarsi alle spalle una realtà vecchia, diversa, negativa, che costringeva a una condizione schiavizzante, o a una condizione di obbedienza cieca che svuotava di senso l’esistenza rendendola arida e sterile.

Certo si può preferire anche una vita infeconda e secca, alle dipendenze di un padrone che asservisce e soggioga, si può fare la parte di un trattore o di uno strumento di lavoro inerte. Non c’è da pagare il prezzo della responsabilità che la libertà implica, il prezzo delle scelte, delle valutazioni, delle decisioni che richiedono presa di coscienza, serietà, coerenza, responsabilità.

L’autore biblico è chiaro circa il sogno di Dio per l’essere umano: la sua libertà, la sua coscienza, anche al prezzo di rinunce, di infedeltà, di mancanza di lealtà da parte umana. Dio accetta la sfida e coinvolge l’essere umano in una sfida tra pari, proponendo Lui stesso per primo un patto: «Io, Dio ti sarò fedele e ti amerò sempre anche se tu mi rigetti, anche se mi rifiuti. Rispetterò la tua libertà, libertà che non può occupare la mia e impedirmi di amarti!».

Giosuè è chiamato a condurre il popolo nel luogo in cui potrà esercitare la sua libertà a partire dagli insegnamenti che Dio diede a Mosè. Perciò dice: «Questo libro della legge non si allontani mai dalla tua bocca, ma meditalo giorno e notte».

Per raggiungere e attraversare il Giordano, per calcare la terra e vivere nell’orizzonte della libertà non è facile, certo la libertà è desiderabile, ci sono schiere di persone che sono morte per essa, ma spesso è difficile vivere nella libertà perché essa impegna tutta la nostra coerenza e il nostro senso del “bene comune”, la libertà è contraria agli egoismi, agli accaparramenti, alla ingiustizia, alla violenza, a quelli che sono i nostri istinti primordiali e atavici per cui preserviamo noi stessi, il nostro clan, la nostra famiglia a tutti i costi, contro tutto e contro tutti.

Allo ci vuole una buona dose di forza. È per questo che Dio dice a Giosuè: «Sii forte e coraggioso, non ti spaventare e non ti sgomentare perché il Signore tuo Dio sarà sempre con te». Cioè: Colui che ti chiama a libertà non ti abbandona a te stesso nei momenti più duri, ma potrai contare sul coraggio e sulla forza che dal suo amore potrai ricevere.

Essere forti e coraggiosi significa avere fiducia in Dio, significa non essere paurosi e dubbiosi.

La scelta di libertà che Dio ha voluto per tutte le creature, per me e per te, fratello, sorella, è indicazione di coesione, di fraternità, di giustizia, di pace, di accoglienza, di solidarietà, quindi di prosperità. È il messaggio che Dio agisce nella nostra storia per portare ad effetto il suo proposito, a noi è richiesto soltanto di essere molto forti e coraggiosi, di non spaventarci quando non comprendiamo il senso delle cose che ci accadono o la piega prendono gli eventi. A Dio l’operare, a noi l’essere forti e coraggiosi.

Non è mero fatalismo mentre noi stiamo ad aspettare che l’anno nuovo ci porti cose migliori, perché l’essere forti implica tutto il nostro impegno, la nostra attività per un mondo migliore. Siamo chiamati a essere cittadini presenti sulla scena, a essere vigilanti e a costruire relazioni di pace, di nonviolenza; ponti di riconciliazione, servizio nei confronti dei diseredati, di coloro che sono resi schiavi dallo sfruttamento, dalla violenza, dalla costrizione, dal respingimento, dalla discriminazione.

Avanti, dunque. Ci vuole forza e coraggio, impegno, responsabilità, libertà. Il Signore, in quest’impresa sarà con noi dovunque andremo. Amen!

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