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Testo della predicazione: Ecclesiaste 3,1–8 e 4,9–12
Per tutto c’è il suo tempo, c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo: un tempo per nascere e un tempo per morire; un tempo per piantare e un tempo per sradicare ciò che è piantato; un tempo per uccidere e un tempo per guarire; un tempo per demolire e un tempo per costruire; un tempo per piangere e un tempo per ridere; un tempo per far cordoglio e un tempo per ballare; un tempo per gettar via pietre e un tempo per raccoglierle; un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci; un tempo per cercare e un tempo per perdere; un tempo per conservare e un tempo per buttar via; un tempo per strappare e un tempo per cucire; un tempo per tacere e un tempo per parlare; un tempo per amare e un tempo per odiare; un tempo per la guerra e un tempo per la pace. Due valgono più di uno solo, perché sono ben ricompensati della loro fatica. Infatti, se l’uno cade, l’altro rialza il suo compagno; ma guai a chi è solo e cade senz’avere un altro che lo rialzi! Così pure, se due dormono assieme, si riscaldano; ma chi è solo, come farà a riscaldarsi? Se uno tenta di sopraffare chi è solo, due gli terranno testa; una corda a tre capi non si rompe così presto.
Sermone
«Vanità delle vanità, tutto è vanità» comincia così il libro dell’Ecclesiaste, si tratta di un poema sul tema dell’essere e del tempo. Il verbo hebel tradotto con vanità, è un termine usato dai giovani ed esprime bene la sensazione della vanità, dell’inutilità di certe realtà, si potrebbe tradurre meglio con “cavolata”.
Il nostro autore viveva in un contesto storico particolare: era l’epoca in cui le azioni di Dio come la libertà dalla schiavitù d’Egitto, sono cadute nell’oblio. Ora la storia è come “sospesa”, è in stato di coma, mentre la Palestina passa dal possesso dell’impero babilonese a quello persiano e ora a quello dei tolomei ellenisti.
Si pongono solo delle domande, domande senza risposte.
Il presente è dunque habel (vanità – cavolata), e il futuro non promette nulla di buono. Non sembra neppure che lottare abbia senso, perché tutto si rivelerà infruttuoso. Il lavoro è schiavizzante, il denaro non ha valore, la vita trascorre con fatica e dolore, le ingiustizie sono perpetrate quotidianamente.
Il predicatore, questo pare sia il senso della parola “Qohelet” (ebr.) trattotta con ecclesiaste; egli non vede, né spera, che il futuro possa essere migliore del presente.
Eppure, benché pessimista e cinico, questo predicatore riconosce che, se l’essere umano non riesce a scorgere nulla di buono nel presente, pure può riconoscere la presenza di Dio il quale gli permette di aprirsi alla speranza. Anzi, egli vede Dio all’opera, il cui disegno sfugge agli esseri umani, ma ciò non significa che il presente non abbia un senso.
Egli ripercorre perciò le fasi della vita, ripercorre tutto quello che accade, per tutto c’è il suo tempo: un tempo per nascere e un tempo per morire, eccetera.
Per il predicatore, la vita non è un fluire infinito di secondi, di ore, di giorni e di anni. Tutto ciò che accade ha il suo tempo, è limitato, perché ci sia anche il tempo per il cambiamento. Perciò se i re decidono di fare la guerra, pure il timore del Signore è reale ed egli permetterà che ogni lacrima trovi la sua consolazione. La vita non è una festa ininterrotta, un’unica parentesi di piacere, così il saggio mette in conto la possibilità della sofferenza come parte della vita. Perciò ci può essere il tempo di strapparsi le vesti (v. 7) in segno di lutto o di sofferenza, ma anche il tempo di cucire, cioè di riparare i segni del dolore.
Ma ecco che si arriva al dunque, c’è un tempo per ogni cosa, e questa è una speranza, perché ciò significa che il non vedere oltre il presente, può essere superato da un futuro in cui potrò vedere con speranza l’opera di Dio. Ci sono dati, cioè, momenti di grazia che ci permettono di sopravvivere al tempo della sofferenza.
La meditazione del predicatore vuole significare che non bisogna mai lasciarsi schiacciare dal presente opprimente, e neppure preoccuparsi per il futuro, perché in ogni situazione c’è sempre una occasione propizia, da cogliere e accettare. In fondo il Qohelet propone di accogliere la vita come un dono di Dio e di approfittare di quei momenti che ci permettono di vedere oltre la realtà del presente, oltre il nostro naso, oltre le apparenze.
Ciò che conta quindi, ciò che ha valore, che non è vano, è la relazione con Dio, è saper accogliere i suoi doni nonostante la comprensione limitata della vita e della storia. L’essere umano non può capire tutti gli eventi nella loro totalità, ma l’azione e l’opera di Dio verranno comprese al momento opportuno, quando Dio darà questa capacità, e ci sarà un tempo anche per questo.
È il questa prospettiva che Dio chiede agli esseri umani di vivere e di lavorare. Il predicatore manifesta la sua fiducia in Dio perché l’esperienza con lui lo ripaga dei suoi dubbi e delle sue incertezze.
Il predicatore insegna ad accettare i propri confini per non vivere nella frustrazione di non poter trasformare il mondo e di non sapere spiegare tutti gli aspetti della storia.
In questa prospettiva, il valore della solidarietà è essenziale, perciò è spiegato che “due valgono più di uno solo… se uno cade l’altro rialza il suo compagno…” perfino nel freddo della notte i beduini e i contadini dormono fianco a fianco per scaldarsi, quanto più è necessaria la collaborazione, la condivisione e la solidarietà in una società dove regna l’assurdo, in cui domina la logica dell’“ognuno per sé e Dio per tutti” e “si salvi chi può”.
Cari fratelli e sorelle, cari Delia e Nino, il predicatore ci insegna a vivere serenamente, tutti i momenti della vita, la nascita e la morte, la fatica, la sofferenza, ma anche la gioia, la condivisione e la realizzazione dei progetti umani. Ci insegna anche possiamo sopravvivere se saremo uniti e insieme costituendo un fronte comune contro il nulla o la vanità, confidando nel fatto che la nostra condizione umana è essenzialmente dipendenza da Dio.
Noi viviamo oggi una crisi economica che provoca una crisi di fiducia anche nei confronti del prossimo; dopo il tempo della crescita, quando ci si poteva lasciar andare in varie illusioni, ora il tempo della decrescita, difficile da sopportare. Le sicurezze del passato, conquistate con fatica, si stanno sbriciolando: il quadro finanziario ed economico e politico ha distrutto la fiducia, abbiamo capito quanto siamo deboli.
Allora ci si può abbandonare al fatalismo, dicendo che queste cose sono sempre successe e che quindi, presto, tutto tornerà come prima, oppure possiamo ri-scoprire, di nuovo, che insieme possiamo porre la nostra fiducia e il nostro futuro nelle mani di Dio.
Il predicatore oggi ci indica che il tempo della grazia riguarda Dio che si dona per noi e che il tempo della grazia è il tempo della speranza. Oggi viviamo nella consapevolezza dei limiti della saggezza umana, perciò il predicatore ci indica la saggezza di Dio perciò può dire: « Io ho riconosciuto che tutto quel che Dio fa è per sempre; niente c’è da aggiungervi, niente da togliervi; e che Dio fa così perché gli uomini lo temano».
La speranza vera non è fondata né sul linguaggio degli astri, né sui premi delle lotterie o dell’enalotto, ma ha radici nella fede, una fede che è incontro, condivisione, solidarietà, per superare con forza, la forza che reciprocamente uno dà all’altro e viceversa, per superare il tempo della crisi, dell’avversità, del nulla, della vanità. In Dio nulla è vano, e si può resistere, insieme, come una corda a tre capi che “non si rompe così facilmente” (4,12). Amen!