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Sermone
Cari fratelli e care sorelle, abbiamo appena ascoltato un vero e proprio inno di riconoscenza dedicato all’opera di Dio nei confronti dell’umanità e la risposta che Dio si aspetta da essa.
Tutto parte da una spontanea esternazione di Gesù che prende in considerazione la realtà del suo messaggio per il mondo.
Chi riceve il messaggio di Dio? Chi ha compreso veramente la natura di Gesù e la sua missione? In questo inno il mondo viene diviso in due parti: vi sono i sapienti e gli intelligenti da una parte e i bambini dall’altra che non sono ancora sapienti, e non hanno ancora sviluppato le loro doti intellettive al meglio.
È strano che la rivelazione di Dio non sia capìta dai sapienti, da chi per primo dovrebbe intuire e comprendere meglio un messaggio, un ideale, un pensiero profondo. No! La rivelazione di Dio non passa attraverso i canali ufficiali, o di chi è capace di capire e di trasmettere filosofie antiche e nuove; qui i saggi e gli intelligenti diventano come un muro di gomma, dove la Parola di Dio rimbalza, non viene assorbita, non viene accolta, è troppo diversa, non rispetta quei criteri minimi della logica, necessari per la propria adesione.
Perciò, la predicazione di Gesù è pazzia per chi cerca di capire con le proprie forze, con la logica umana, con i criteri filosofici più seri e rigorosi.
Nella Bibbia, la consapevolezza dell’opera di Dio e della sua rivelazione, sono spesso raccontati con canti, come quello di Miriam, la sorella di Mosè (Esodo 15,21ss), di Anna, la madre di Samuele (1 Sam. 2,1ss), della stessa Maria, madre di Gesù (Luca 1,46). Anche la chiesa canta, intona inni, come quello cristologico di Filippesi 2.
Il canto, come la poesia, va oltre le parole dette, va al cuore, cioè nel luogo in cui agisce il Signore con la sua grazia, le parole della poesia vanno al di là di se stesse indicando una realtà oltre l’immagine, oltre la visione, oltre la realtà umana.
L’intelligenza invece esige razionalità e metodo, esige chiarezza e trasparenza: “credo se vedo, aderisco se sei credibile, se quello che dici è fondato, se non è frutto della tua fantasia”.
Dio, invece, non sta alle regole, la sua Parola, il “lieto annuncio” non risponde ai canoni della saggezza umana: Dio non ci fa vedere nulla, non legittima la sua Parola attraverso dati straordinari che ci inducono a credere. L’apostolo Paolo lo ribadisce più volte: “La predicazione della croce è scandalo… e pazzia… (...) ma noi predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio” (1 Cor. 1,23-24) e ancora: “l’uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio, perché esse sono pazzia per lui e non le può conoscere (2,14) (...) se qualcuno presume di essere sapiente in questo mondo, diventi pazzo per essere sapiente” (3,18).
Gesù ha detto la stessa cosa quando ha affermato: “Se non diventate come questi piccoli fanciulli…” (Marco 10,15).
Il messaggio dell’amore di Dio va al di là della nostra logica umana, perché per la Bibbia l’amore non è semplicemente un sentimento di simpatia, un voler bene qualcuno, una storia romantica, questa è la nostra concezione dell’amore, ma per la Bibbia l’amore è dono di sé: “Dio ha tanto amato il mondo… che ha donato suo Figlio”, l’amore è dono di sé agli altri.
Il messaggio biblico è quello del Dio che si fa dono per tutti, in Cristo, senza chiedere nulla in cambio. È un gesto gratuito che ci lascia attoniti, perplessi, sconcertati. Per noi invece vale la logica del: “Non si fa niente per niente” e davanti ai gesti di gratuità pensiamo: “Dove sta il trucco? Quando arriva il momento in cui devo pagare?”.
Oggi più che mai è così: oggi paghiamo l’aria che respiriamo (anche se vale poco come quella di Palermo inquinata), l’acqua che beviamo, il suolo che calpestiamo, qualunque nostra esigenza comporta un prezzo da pagare, un costo da affrontare. Abbiamo scoperto che perfino le cose gratuite poi alla fine hanno un costo, oppure non valgono niente: le prestazioni sanitarie, la scuola… diffidiamo delle cose che costano poco o di quelle gratuite. E facciamo bene, possono essere rubate, o rotte dentro, o non valere niente. Mia madre diceva sempre: “chi più spende meno spende”.
Capite fratelli e sorelle: è questa la nostra logica, la nostra cultura, la nostra filosofia. E allo stesso modo, facciamo fatica, anche noi, a pensare e ad accogliere la gratuità dell’amore di Dio, del suo perdono e della sua opera in noi. Crediamo che tutto ciò ci impegni, ci obbliga in qualche modo nei confronti di Dio.
E quando i pastori ci insegnano questo, ci crediamo senz’altro che Dio non si attende di essere ricambiato e pagato, ma poi ci rendiamo conto che comunque ci sentiamo come catturati dentro una rete. E allora ci ribelliamo, senza volerlo, perché tutto ciò fa a pugni con la nostra logica, con quello che siamo dentro.
Gesù è consapevole di tutte queste cose, perciò spiega che da Dio si può solo ricevere come quando un bimbo che riceve un dono, non pensa a ricambiare, prende il suo regalo e scappa via, e noi avvertiamo quasi ingratitudine in questa fuga del bimbo: neppure un bacio, un grazie, ma solo occhi che brillano e piedini che scappano veloci in cerca di un luogo appartato in cui godersi il regalo. Ma i bambini non possono dar nulla in cambio; un bimbo tende la mano e basta, prende il regalo senza pensare di contraccambiare, anche se lo imparerà crescendo.
Gesù però ci chiede di imparare da lui.
Annunciando la gratuità del dono di Dio, Egli è consapevole che i suoi ascoltatori vivevano un fardello insopportabile. La Torah, nell’interpretazione e applicazione dei farisei, era diventata un tormento, le persone, anziché essere liberate dalla colpa e condotte a Dio rimanevano schiacciate sotto il peso del legalismo. La Legge di Dio, così intesa, non dava più alcun sollievo, ma stanchezza, affaticamento, abbattimento.
Allora, al giogo dei rabbini del tempo, Gesù propone il suo giogo: “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete su voi il mio giogo ed imparate da me”: Andare a Gesù significa mettersi al suo seguito, andare alla sua scuola; la nostra traduzione recita: “imparate da me”, mentre letteralmente bisogna leggere: «diventate miei discepoli» (gr: màthete àp’emoù). Presso Gesù, presso la sua scuola, tutti possono trovare il sollievo e il riposo cercato inutilmente altrove. Presso la scuola di Gesù possiamo imparare a liberarci della nostra logica del tornaconto, della difesa a denti stretti dei nostri privilegi, del dover corrispondere all’amore di Dio con il nostro fare e agire.
Imparate da me, dice Gesù, imparate la logica della gratuità e dell’amore. Questo rende il vostro peso più leggero. Non più ansie e affanni, timori e preoccupazioni, ma semplicità di vita, sobrietà, nella consapevolezza che il Signore si prende cura della Vostra esistenza e la conduce. Ma senza questa consapevolezza, diventiamo noi gli artefici e i creatori del nostro futuro, del nostro tormento e delle nostre logiche che ci perseguitano.
Imparare da Gesù significa diventare capaci di amare, cioè di donare gratuitamente, perché in quell’atto di dare riceviamo tutto quello di cui abbiamo bisogno.
È questo il giogo di Gesù, dolce e leggero.
Impariamo a guardare con lo sguardo da bambino, ad accogliere come accoglie un bambino a donare perché può essere davvero un piacere e una gioia. Impariamo a vivere la nostra quotidianità guardando oltre il nostro orizzonte, dove non ci siamo più noi al centro, ma il mondo, l’umanità con il suo peso: i suoi drammi, le sue guerre, i suoi respingimenti, le sue discriminazioni, le sue vittime, i suoi carnefici. È là il posto di quei discepoli che sono stati alla scuola di Gesù e danno la propria vita in dono perché altri vivano. Amen!