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Sermone di domenica 17 maggio 2009 (Atti degli Apostoli 6, 1-7)

Atti degli Apostoli 6, 1-7: In quei giorni, moltiplicandosi il numero dei discepoli, sorse un mormorio da parte degli ellenisti contro gli Ebrei, perché le loro vedove erano trascurate nell'assistenza quotidiana. I dodici, convocata la moltitudine dei discepoli, dissero: «Non è conveniente che noi lasciamo la Parola di Dio per servire alle mense. Pertanto, fratelli, cercate di trovare fra di voi sette uomini, dei quali si abbia buona testimonianza, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Quanto a noi, continueremo a dedicarci alla preghiera e al ministero della Parola». Questa proposta piacque a tutta la moltitudine; ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmena e Nicola, proselito di Antiochia. Li presentarono agli apostoli, i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani. La Parola di Dio si diffondeva, e il numero dei discepoli si moltiplicava grandemente in Gerusalemme; e anche un gran numero di sacerdoti ubbidiva alla fede.
 



Care sorelle e cari fratelli, il racconto che abbiamo ascoltato si riferisce a un punto di incrocio di molte vie presenti nel cristianesimo primitivo. C'erano infatti, diverse cor­renti teologiche, diversi modi di interpretare la Scrittura (l’A.T.), di­verse sfumature a cui dare maggiore o minore importanza. Pensate co­m’era importante per gli ebrei che erano diventati cristiani, detti appunto giudeo-cristiani, mantenere il rito della circoncisione, mentre per l’apostolo Paolo no! Per lui era importante la circoncisione del cuore, cioè la conversione, la fede e non quella fisica.

Queste diversità generavano tensioni, contrasti, contraddizioni in seno alla comunità cristiana che limitavano la serena testimonianza evangelica. Nella storia “dorata” degli inizi, incontriamo questa pagi­na di grigia quotidianità.

L’autore degli Atti, Luca, ci racconta che il numero dei discepo­li, cioè dei cristiani nella comunità di Gerusalemme, cresceva, c’erano diverse nuove adesioni alla chiesa. Questo aumento complicava il lavoro organizzativo e rendeva ne­cessario che un maggior numero di persone si impegnasse nei “servizi” comunitari; ma “sorse un mormorio degli ellenisti contro gli ebrei”.
 

 Chi sono gli ellenisti? Per l’autore del racconto gli ellenisti erano comunque degli ebrei che però erano emigrati lontano per motivi di lavoro e non abitavano più quindi in Giudea, ma nella cosiddetta diaspora che poteva essere l’Egitto, la Grecia, la Siria ecc... e questi parlavano abi­tualmente il greco, non più l'aramaico, la lingua degli ebrei. Invece, quelli che il racconto definisce ebrei sono coloro che abitavano in Palestina e parlavano la lingua degli ebrei, l’aramaico. Scopriamo che molti ellenisti abitavano a Gerusalemme, e da fonti storiche, apprendiamo che avevano perfino delle sinagoghe per proprio conto, tanto era netta la separa­zione.

Tra il gruppo di lingua greca vi erano molti poveri, orfani e vedove che vivevano di stenti. Anche loro si erano convertiti all’ascolto della predicazione del Vangelo. Ma “sorse un mormorio”. La distribuzione del cibo ai membri bisognosi e soprattutto alle vedove elleniste era trascurata. Probabilmente tra i due gruppi non correva buon sangue! Forse c’erano delle divergenze di interpretazione della Bibbia, sulla Legge, magari, sulla frequentazio­ne del Tempio o su altri precetti cerimoniali. Ecco, queste divergenze avevano un influsso negativo sull’assistenza.

Si vede che le discriminazioni dovute alle opinioni sono un pecca­to molto antico!

Gli apostoli scoprono così una divisione all’interno della comunità, fanno una proposta e lasciano che l’assemblea decida: aumentare il numero dei responsabili perché tutti i “servizi” possano essere svolti pienamente senza sacrificare né l’assistenza, né la predicazione! Qui c’è la proposta di riconciliazione dei due gruppi: siccome gli apostoli erano tutti ebrei, eleggendo alcuni ellenisti per le funzioni assistenziali, questo gruppo che parlava greco avrebbe avuto una propria rappresentanza in chiesa. Infatti i sette diaconi elencati da Luca hanno tutti un nome greco, ciò significa che tutti facevano parte del gruppo degli ellenisti.

Gli apostoli impongono le mani su di loro.

Il lavoro comune adesso è suddiviso e organizzato in modo da impe­dire la divisione della comunità in tante parti e che i singoli siano sovraccaricati di mansioni troppo grandi e numerose. La divisione del lavoro permette che il servizio sia reso senza interruzioni. Ci tro­viamo dinanzi a un processo di solidarizzazione: gli ellenisti cono­scono il problema delle vedove come loro problema e prendono in mano direttamente la situazione. In questo modo l’unità della comunità è rafforzata.

È opera dello Spirito Santo l’unità della comunità, e dove c’è la presenza dello Spirito c’è il rifiuto di nuovi pesi a favore di una migliore ripartizione delle responsabilità che già si hanno. Il racconto non ci insegna che bisogna caricare di servizi chi svolge già un servizio. No! Ad ognuno è richiesto di servire il Signo­re secondo i suoi doni, secondo le sue capacità.

In realtà la divisione dei servizi è condivisione, condivisione della stessa fede, dello stesso amore di Dio, della stessa speranza, dello stesso pane, dello stesso vino; perché il corpo di Cristo è uno! Dove c’è condivisione c’è unità.

L’apostolo Paolo fa una precisa e puntuale esposizione su ciò che significa unità della chiesa. L’apostolo ci insegna che la chiesa è un unico corpo e che nessun membro del corpo può dire all’altro membro: “non ho bisogno di te”. Perché il corpo è uno, tutti hanno bisogno l'uno dell'altro e nessuno vale più dell’altro.

Infatti il gruppo dei sette non è sottomesso agli apostoli, il nuovo gruppo rende un servizio così come anche gli apostoli rendono un ser­vizio. Il servizio dell’uno è tanto spirituale e importante quanto il servizio dell’altro. Il servizio a tavola e in cucina è un servizio tanto spirituale quanto la predicazione della Parola. Diaconia in cucina e diaconia dal pulpito hanno lo stesso valore, servono l’uno all’altra, sono entrambe indispensabili, sono modi diversi di rendere lo stesso servizio. Ed è lo Spirito che suscita doni e compiti, senza creare con ciò differenze di valore.

È significativa per noi la situazione in cui si è venuta a trova­re la chiesa di Gerusalemme; l’esistenza di gruppi e di tendenze di­verse, che all’inizio creavano una sorta di discriminazione, non ha impedito alla comunità di essere unanime nella fede e nella testi­monianza. La libertà di opinioni e di correnti non deve diminuire l’amore fraterno. Anche nel gruppo dei dodici attorno a Gesù c’erano opinioni e tendenze teologiche diverse e anche i quattro Vangeli rispecchiano delle tendenze teologiche dei loro autori.

La diversità non deve essere sinonimo di divisione, al contrario può essere un modo più arricchente di vivere la fede. La luce è una sola, un raggio di luce è unico, eppure è composto da tanti colori che possiamo vedere chiaramente quando quell’unico raggio di luce at­traversa un prisma di cristallo; o più semplicemente possiamo renderci conto di ciò nel fenomeno del­l’arcobaleno.

Così può e deve essere la comunità: una nei diversi doni, che non si contrappongono, ma insieme fanno in modo che lo Spirito Santo pro­segua la sua opera. È importante che ciascuno cerchi in sé il dono che ha ricevuto dal Signore: chi sa scrivere per scrivere articoli, comunicati stampa, ecc…, chi sa fare i conti, chi la pulizia, chi sa insegnare, chi sa dare un contributo nella predicazione, chi sa fare lavori manuali, chi sa suonare o cantare, e tanto altro...

È importante mettere a disposizione se stessi e i propri doni, con umiltà e spirito di servizio.

Ognuno di noi è chiamato nel grande campo del Signore a dare il suo contributo, piccolo o grande che sia perché la chiesa possa essere fortificata nella fede, accresciuta nell’amore, pronta per la testimonianza della Parola al mondo, pronta per l’evan­gelizzazione, pronta per accogliere, aiutare, insegnare, cercare chi è nel bisogno.

Questo è il senso della chiesa, essa ha un compito che non è possibile delegare ad altri, a persone più im­portanti o più capaci, no! Tutti devono avere il proprio spazio che è contributo che edifica, non che abbatte o distrugge.

Ognuno di noi è chiamato a edificare e a costruire, nel proprio ambito, piccolo per quanto sia, ma in prima persona, ma a svol­gere un servizio, che non è né migliore né peggiore, né maggiore né minore di altri, ma un servizio come gli altri servizi, diverso che realizza, con la guida del Signore, il suo Regno. Amen!


 

 

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