Via dello Spezio, 43 - 90139 PALERMO
Tel. e Fax: 091 58.01.53
Pastore: Giuseppe Ficara
Culto domenicale ore 11,00
(luglio-agosto culto ore 10,00)

otto per mille ai valdesi

Ricerca

Translator

Sermone di domenica 3 maggio 2009 (Giovanni 15, 1-8)


Testo della predicazione: Giovanni 15, 1-8 «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo pota affinché ne dia di più. Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunziata. Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dar frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete far nulla. Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli.

Cari fratelli e care sorelle, Gesù si propone come vite, ma bisogna dire che questa immagine della vite non è estranea alla Bibbia, spesso, nell'Antico Testamento, è il simbolo della fecondità, della fertilità, del frutto abbondante e rappresenta il popolo d'Israele, fedele alla Parola del Signore, altre volte è presentata come una vite improduttiva o desolata e deludente per Dio.

Così i profeti parlano di questa vite: "La mia vigna era feconda, ricca di tralci per l'abbondanza delle acque, aveva dei forti rami, si ergeva nella sua sublimità tra il folto dei tralci". (Ez. 19) E altrove il profeta dice: "Io la dissodai, ne tolsi via le pietre, vi piantai delle viti di scelta, vi fabbricai un recinto e vi scavai dei canali per l'irrigazione. Cosa si sarebbe potuto fare di più per la mia vigna? Io mi aspettavo che facesse del­l'uva, invece ecco, il suo frutto era aspro!" (Isaia 5).

Il profeta sottolinea l'amore con cui Dio ha curato quella vite, mentre i risultati sono stati deludenti, tanto che in  seguito dirà: Trovai forse rettitudine? Nient'altro che spargimento di sangue! Trovai forse giustizia? Solo grida d’angoscia! Guai dunque, a quelli che assolvono il malvagio per un regalo e privano il giusto del suo diritto. La vigna è stata sradicata con furore e gettata a terra; il suo frutto è seccato e i suoi rami sono stati spezzati. Io ne abbatterò il muro di cinta e ne farò un deserto (Isaia 5).

Questa allegoria era usata dai profeti per indica­re il progetto di Dio affinché Israele fosse di benedizione per tutte le nazioni della terra. Non sembra però che Dio sia pienamente soddisfatto del rendimento di questa vigna che egli stesso ha piantato.

Gli obiettivi del popolo erano diversi da quelli di Dio, erano: il profitto, il denaro, il lusso, raggiunti attraverso la violenza, lo spargimento di sangue, l’ingiustizia, la disonestà, la prevaricazione. Perciò, Dio si ripromette di sradicarla dal momen­to che non porta buon frutto.

Ecco, Gesù riprende questa allegoria della vite e la racconta ai suoi discepoli. Gesù introduce il racconto con una delle sue grandi affermazioni che cominciano per "Io sono...". "Io sono il buon pasto­re", "Io sono la porta", “la via, la verità, la vita”, qui Gesù dice di essere la vite, anzi dice precisamente: "Io sono la vera vite". Qui Gesù si presenta come una nuova vite, i discepoli sono i tralci della vite e Dio è il contadino che la cura e la custodisce.

Ma Gesù afferma con vigore di essere la vera vite come per difen­dersi da una contraffazione della vite stessa, da una vite falsa, ingannevole, illusoria; apparentemente buona, ma che dà frutti cattivi. Gesù invece si propone come vite dalla quale comincia una nuova opera di Dio nel mondo, un'opera che non fallirà, che porterà buoni frutti, che sarà feconda, fruttuosa, che avrà conseguenze positive per il bene delle società e dei popoli.

Qui, l'evangelista Giovanni ci consegna un messaggio universale di Gesù, un messaggio indirizzato, non solo ai discepoli, ma al mondo intero: non più soltanto Israele è il campo d’azione dell’amore e delle cure di Dio, ma tutto il mondo, tutti i popoli diventano destinatari dell’amore di Dio, del suo perdono, tutti sono oggetto delle sue cure.

Questo può accadere perché Gesù è la vera vite che porta i tralci di tutti i suoi discepoli, cioè di tutti coloro che hanno creduto e aderito al suo messaggio di amore, di pace e di giustizia universali. Per l’evangelista Giovanni questo è un nuovo popolo di credenti, ebrei e non, attraverso i quali si realizza la promessa di Dio, il suo progetto di fraternità, di riconciliazione e di unità tra i popoli.

Diventa una possibilità vera la solidarietà tra gli esseri umani, il perdono, la giustizia sociale, il riscatto dei poveri e degli indigenti, l’eguaglianza tra diversi popoli, razze e culture. Tutto ciò non è appiattimento e omologazione, ma varietà, molteplicità, diversità che diventano ricchezza e forza, che producono rispetto e stima, attenzione e partecipazione.

Un esempio diverso, ma analogo, lo propone l’apostolo Paolo che usa l’allegoria del corpo e delle membra; l’apostolo considera i cristiani, tutti membra di un solo corpo, il cui capo è Cristo. Si tratta di un messaggio di unità… in Cristo!

Dunque l’essere uniti significa: legami, legami stretti tra i credenti e tra loro e Cristo. Questa unità, questa unione è movimento degli uni verso gli altri, è incontro, confronto, dialogo rispetto, è crescere, maturare, formarsi una identità, una coscienza forte, libera responsabile. Si tratta di una fede non inattiva e sterile, ma concreta, operante, che si preoccupa del bene degli altri, che lotta per la giustizia e la pace.

Per l’evangelista Giovanni che scrive, amare e osservare i comandamenti fanno parte della vita derivante dalla fede a tal punto che se uno non si comporta in maniera virtuosa non ha addirittura la vita, è come morto. Per Giovanni “Vita” signifi­ca vita impegnata, partecipe, attiva, feconda attraverso la quale comu­nica la sua vita agli altri e li rende partecipi della sua vita in Cristo.

Perciò un tralcio che non porta frutto non è sem­plicemente un tralcio vivo che rimane improduttivo, ma è un tralcio morto, senza vita, che può essere tagliato, gettato via, un tralcio che non riceve più la linfa della vite che li tiene in vita. È questo il nodo centrale della parabola della vite che Gesù racconta. La consapevolezza della totale dipendenza del cristiano da Gesù, gli permette di portare frutto abbondante, cioè di essere vivo in tutti i sensi, di rendere la sua vita biologica, una vita che ha una ragione di esistere, una vita che trova il suo vero senso e acquista tutta un dignità nuova.

Per questo Gesù dice: «Senza di me non potete far nulla». La vostra vita resterà vuota e sterile, insignificante e insensata. Come dire che senza Gesù la vita non è vita, ma è disperazione, conflitto, violenza, vacuità, miseria, inutilità… può essere frivola, superficiale, vana.

In realtà si è morti. Si è tralci secchi che qualcuno taglia via. Quindi, è  alla vita, alla vera vita che questo brano del Vangelo ci chiama, a credere nella possibilità di una vita vera, che ci rende vivi veramente.

Per questo Gesù invia i suoi discepoli a trasmettere questo messaggio, perché tutti ricevano vita, perché tutti vivano una vita che ha senso e che porta, nella società umana i suoi frutti di giustizia e di pace.

Questo messaggio invita tutti noi a essere veri, autentici, coerenti, uniti, e uniti alla vite, cioè a quel Cristo che ci rende capaci di portare i frutti dell’amore. 

Aggiungi commento

I commenti sono filtrati dal server mediante parole chiave, il server non cancellerà il messaggio, ma modificherà con asterischi (*) le espressioni in elenco. Il massimo numero di caratteri consentiti è 500.


Avvisi

L'Italia sono anch'io

Conferenza

Immagine casuale

non_aver_paura

AddioPizzo

AddioPizzo

otto per mille ai valdesi