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Testo della predicazione: I Tessalonicesi 1, 2-10. Noi ringraziamo sempre Dio per voi tutti, nominandovi nelle nostre preghiere, ricordandoci continuamente, davanti al nostro Dio e Padre, dell'opera della vostra fede, delle fatiche del vostro amore e della costanza della vostra speranza nel nostro Signore Gesù Cristo. Conosciamo, fratelli amati da Dio, la vostra elezione. Infatti il nostro vangelo non vi è stato annunziato soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione; infatti sapete come ci siamo comportati fra voi, per il vostro bene. Voi siete divenuti imitatori nostri e del Signore, avendo ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze, con la gioia che dà lo Spirito Santo, tanto da diventare un esempio per tutti i credenti della Macedonia e dell'Acaia. Infatti da voi la parola del Signore ha echeggiato non soltanto nella Macedonia e nell'Acaia, ma anzi la fama della fede che avete in Dio si è sparsa in ogni luogo, di modo che non abbiamo bisogno di parlarne; perché essi stessi raccontano quale sia stata la nostra venuta fra voi, e come vi siete convertiti dagl'idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero, e per aspettare dai cieli il Figlio suo che egli ha risuscitato dai morti; cioè, Gesù che ci libera dall'ira imminente.
Noi ringraziamo sempre Dio. Su questa affermazione si impernia tutto il brano che abbiamo letto. Esso, infatti, non è solo una descrizione dell'azione svolta dall'Apostolo Paolo nella comunità di Tessalonica, dei rapporti che sono intercorsi tra lui e i fratelli di quella città, ma è anche e soprattutto una chiara, anche se indiretta, esortazione alla riconoscenza, alla gratitudine. Significativamente, Paolo non esorta i Tessalonicesi a manifestare riconoscenza nei suoi riguardi, per tutto ciò che egli ha fatto per loro, rivendicando speciali riconoscimenti, ma esorta alla riconoscenza nei riguardi di Dio. E lo fa in una maniera particolare: ringraziando lui stesso Dio, mostrando per primo riconoscenza a Dio. La gratitudine di Paolo è rivolta non agli uomini, ma a Dio; e proprio perché è rivolta a Dio non può essere espressa che per mezzo della preghiera. La preghiera, infatti, non può essere solo un elenco di richieste, di suppliche fatte a Dio, ma anche lode, anche ringraziamento, così come sono espressi nel bellissimo salmo 146 che abbiamo letto.
Ma perché qui Paolo ringrazia Dio? Non certo per i benefici che egli ha ricevuto direttamente, non per l'esaudimento delle sue preghiere, non per la condizione e la posizione di rilievo in cui egli si trova, non insomma per motivi suoi personali, ma per i fratelli e le sorelle di Tessalonica. Paolo ringrazia Dio non per sé, ma per gli altri; egli gioisce e loda Dio per la felice condizione degli altri. Oltre tutto non per un beneficio materiale, quale potrebbe essere la guarigione da una grave malattia, come nel caso del lebbroso che, unico tra dieci, ritorna indietro per ringraziare Gesù di essere stato purificato, ma per i doni spirituali che i Tessalonicesi hanno ricevuto e che consistono nell'opera della fede, nelle fatiche dell'amore, nella costanza della speranza. In altri termini, i Tessalonicesi manifestano concretamente nella loro vita le tre cose che durano: fede, speranza e amore, ed è proprio per questo che Paolo ringrazia Dio, proprio per questo la comunità di Tessalonica è diventata un esempio per tutti i credenti i quali non si stancano di raccontare, di testimoniare la vicenda esemplare dei Tessalonicesi: come essi hanno ricevuto l'evangelo da Paolo, come si sono convertiti dagl'idoli muti all'Iddio vivente, come vivano nell'attesa del ritorno del Signore.
Possiamo dire che Paolo è alquanto soddisfatto della situazione della comunità di Tessalonica, ma piuttosto che compiacersi di ciò, cosa che potrebbe suscitare sentimenti di orgoglio e di presunzione, sia in lui che nei Tessalonicesi, ritiene di dover ringraziare Dio, cioè di riconoscere che il merito, il vanto di quella situazione è di Dio. Così facendo Paolo rivolge indirettamente un'esortazione alla comunità di Tessalonica, che sembra voler dire: Voi siete una comunità esemplare perché riuscite a vivere concretamente, visibilmente nella fede, nella speranza e nell'amore; però dovete anche e soprattutto saper vivere nella riconoscenza, cioè nella consapevolezza che tutto quello che voi siete, che voi possedete, che voi fate ed esprimete lo dovete esclusivamente a Dio, alla sua misericordia, al suo amore.
Noi ringraziamo, cioè noi esprimiamo gratitudine, noi manifestiamo riconoscenza, afferma l'apostolo Paolo. E noi, credenti di questa comunità? Possiamo noi affermare altrettanto? Nel nostro tempo, nella nostra società la riconoscenza diventa di giorno in giorno merce sempre più rara. Rimane, è vero, l'abitudine al ringraziamento, ma questo più che esprimere un vero atteggiamento di riconoscenza nei confronti di qualcuno, si è ridotto a puro e semplice obbligo formale. Nell'epoca del liberismo selvaggio e della meritocrazia, ognuno si fa largo a gomitate e, se riesce a diventare "qualcuno", se riesce a raggiungere una certa posizione, non ritiene di dover ringraziare, di dover serbare riconoscenza a nessuno se non a sé stesso. Il potere conquistato, sia quello economico che quello politico, è ritenuto soltanto frutto della propria capacità, della propria abilità, della propria intelligenza; e non induce a sentimenti di gratitudine, ma ad atteggiamenti di presunzione e di arroganza. Oggi si tende a non essere grati a nessuno, perché o si ritiene che una cosa è dovuta o si è convinti di averla conquistata da soli. In questa generale tendenza dobbiamo ammettere che anche tra di noi, credenti evangelici, non sempre è presente la gratitudine, non sempre è viva la consapevolezza che molto di quel che siamo e che abbiamo lo dobbiamo ad altri.
Ma anche se talvolta manifestiamo sentimenti di gratitudine, ciò non è sufficiente. Paolo afferma infatti: Noi ringraziamo sempre; non ogni tanto, quando non possiamo farne a meno, ma sempre. Il nostro atteggiamento di gratitudine non può essere momentaneo, legato a determinate circostanze, ma deve caratterizzare tutta la nostra esistenza: deve essere un modo di vivere, di vivere appunto nella riconoscenza, nella consapevolezza di essere sempre in debito con gli altri, di dover dare agli altri e non di dover pretendere dagli altri, evitando perciò di essere esigenti o, addirittura, intransigenti nei confronti degli altri. Questo atteggiamento deve manifestarsi soprattutto all'interno della comunità, verso i fratelli e le sorelle, anche i meno in vista, anche i meno presenti, riconoscendo i doni altrui, l'impegno altrui, il ruolo altrui; sapendo che tutti abbiamo sempre da ricevere, da imparare dagli altri. Possiamo dire che così come durano la fede, la speranza e l'amore, anche la riconoscenza deve durare; e non può cessare una volta ripagato il debito o il favore, proprio perché è, e non può che essere, un atteggiamento di fondo della nostra vita e non una moneta di scambio.
Ma l'atteggiamento di riconoscenza verso gli altri, anche se manifestato con continuità, per noi credenti non è sufficiente. Non si tratta di un sentimento generale di gratitudine verso il nostro prossimo, che comunque è di per sé già tanto, ma della riconoscenza a Dio. Paolo infatti afferma: Noi ringraziamo sempre Dio, cioè noi abbiamo verso Dio sempre un atteggiamento di riconoscenza, noi riconosciamo che Dio è colui che ci ricolma delle sue benedizioni in perpetuo. Questo atteggiamento di riconoscenza a Dio non è solo Paolo ad esprimerlo e a sottolinearlo, poiché esso è l'atteggiamento tipico del credente così come ci viene presentato in tutta la Bibbia. Anche se le parole con cui si esprime il credente possono essere diverse, uguale è l'atteggiamento di umile riconoscenza al Signore.
Chi può dubitare, infatti, che il celebre salmo 103 - Benedici, anima mia, il Signore e non dimenticare nessuno dei suoi benefici - sia un rendimento di grazie a Dio, un'espressione di riconoscenza nei confronti di Dio? Chi può mai dire che il canto trionfale di Mosè, dopo il passaggio del Mar Rosso - Io canterò al Signore, perché è sommamente glorioso, ha precipitato in mare cavallo e cavaliere. Il Signore è la mia forza e l'oggetto del mio cantico; egli è stato la mia salvezza - non sia un inno di lode e di riconoscenza a Dio? Quali sentimenti suscitano le esortazioni di Gesù, nel Sermone sul monte, a non stare in ansia per le necessità materiali - quel che mangeremo e quel che berremo o che vestiremo - perché il Padre nostro celeste sa che abbiamo bisogno di tutte queste cose, se non un sentimento di fiducia e di riconoscenza? Il gesto compiuto dalla donna peccatrice che, nel vangelo di Luca, unge i piedi di Gesù versando un vaso di alabastro pieno di olio profumato, che cos'è se non una manifestazione di amore e di riconoscenza per il perdono ricevuto?
Ma questo atteggiamento di continua riconoscenza a Dio deve caratterizzare la vita di ogni credente soprattutto perché è la risposta alla sua grazia. Proprio perché siamo giustificati per grazia mediante la fede, e non per opere, dobbiamo essere riconoscenti a Dio. Proprio perché non possiamo fare nulla per meritarci la salvezza e tutti i nostri sforzi sono destinati a fallire miseramente, non dobbiamo stancarci di ringraziare Dio. Proprio perché la salvezza che ci è stata donata è costata molto cara a Dio: è costata la vita del suo figlio Gesù Cristo, che è morto per tutti noi sulla croce, proprio per questo siamo chiamati a vivere la nostra vita nella riconoscenza a Dio: umilmente, gioiosamente, fiduciosamente.
Umilmente, perché la riconoscenza è strettamente legata all'umiltà, alla modestia, altrimenti è una falsa riconoscenza; come quella del fariseo della parabola, che ringrazia Dio non per le benedizioni ricevute, ma per i propri meriti, e così facendo dimostra una presunzione e un'arroganza che nulla hanno a che fare con la riconoscenza. Mentre il pubblicano con la sua grande umiltà, dimostra realmente di essere riconoscente a Dio, e proprio per questo se ne torna a casa giustificato.
Gioiosamente, perché la riconoscenza è strettamente legata alla gioia: non si può essere riconoscenti e tristi allo stesso tempo, perché la tristezza porta a chiudersi dentro di sé, a guardare solo verso il basso, impedendo di guardare verso l'alto, verso Dio per esprimergli la propria riconoscenza. Come si può esprimere questa riconoscenza se non attraverso un atteggiamento di gioia, di allegrezza, addirittura di felicità? Il credente riconoscente a Dio non può fare a meno di esternare la propria riconoscenza con parole e canti di esultanza, esattamente come fa il salmista nel salmo 146: Alleluia. Anima mia, loda il Signore. Io loderò il Signore finché vivrò, salmeggerò al mio Dio, finché esisterò.
Fiduciosamente, perché la riconoscenza è legata strettamente alla fiducia, perché così come guardando al passato il credente può riconoscere l'azione benefica di Dio nella sua vita, guardando al futuro può avere la ferma fiducia che questa azione non potrà non continuare. La riconoscenza abbraccia sia ciò che Dio ha operato, sia ciò che Dio indubbiamente opererà, come testimonia l'apostolo Paolo quando con piena fiducia prorompe nell'inno di vittoria dei credenti: Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui?
Credo che non vi sia bisogno di aggiungere altro: la grazia che Dio ha manifestato in Gesù Cristo verso tutti noi ci basta; e di ciò noi vogliamo ringraziare sempre nuovamente Dio, non soltanto con le parole, ma anche e soprattutto con la nostra vita dedicata al suo servizio. Celebriamo il Signore, perché egli è buono, perché la sua bontà dura in eterno. Amen.