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Sermone di domenica 6 Settembre (Luca 10,25-37 - Il buon samaritano)

  Testo biblico: Luca 10, 25-37 (Il buon Samaritano)

Ed ecco, un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova, e gli disse:«Maestro, che devo fare per ereditar la vita eterna?» Gesù gli disse: «Nella legge che cosa sta scritto? Come leggi?» Egli rispose: «Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la forza tua, con tutta la mente tua, e il tuo prossimo come te stesso». Gesù gli disse: «Hai risposto esattamente; fa' questo, e vivrai». Ma egli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?» Gesù rispose: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, e s'imbatté nei briganti che lo spogliarono, lo ferirono e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso un sacerdote scendeva per quella stessa strada; e lo vide, ma passò oltre dal lato opposto. Così pure un Levita, giunto in quel luogo, lo vide, ma passò oltre dal lato opposto. Ma un samaritano che era in viaggio, passandogli accanto, lo vide e ne ebbe pietà; avvicinatosi, fasciò le sue piaghe, versandovi sopra olio e vino; poi lo mise sulla propria cavalcatura, lo condusse a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno dopo, presi due denari, li diede all'oste e gli disse: "Prenditi cura di lui; e tutto ciò che spenderai di più, te lo rimborserò al mio ritorno". Quale di questi tre ti pare essere stato il prossimo di colui che s'imbatté nei ladroni?» Quegli rispose: «Colui che gli usò misericordia». Gesù gli disse: «Va', e fa' anche tu la stessa cosa».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, la parabola del «buon Samaritano» è pronunciata da Gesù in occasione di una discussione che Gesù ebbe con un maestro della legge. La domanda iniziale doveva essere: «Cosa fare per avere la vita eterna?» la risposta era: «amare Dio e seguire i suoi comandamenti», ma la domanda essenziale in realtà era più profonda: «Qual è il comandamento più importante da seguire?», questa era la domanda della gente comune ai maestri religiosi, perché troppo difficile era diventato seguire in ogni dettaglio la legge e le innumerevoli pratiche della tradizione.

Gesù spiega che “amare” significa adempiere a tutta la legge, amare Dio, e amare gli altri, il prossimo. E qui, altra domanda: «Chi è il mio prossimo?».

Al tempo di Gesù il “prossimo” era una persona ap­partenente al popolo di Israele, le altre non erano considerate prossimo; so­prattutto tra ebrei e samaritani, che fino al tempo del re Salomone erano un unico popolo, esisteva un odio profondo, che affon­dava le radici nella lontana deportazione di Israele in Babilonia nel 587 a.C. Era dunque lontana l’idea che un samaritano si comportasse in modo amorevole nei confronti di un israelita. Qui Gesù, come vedremo, apre orizzonti nuovi.

Gesù spiega che l’amore per Dio è legato all'amore per il prossimo, spiega che vi è una stretta dipendenza. Anzi, è possibile amare Dio andando incontro al prossimo, concretamente!

 

Dunque la domanda centrale nel nostro racconto è: «Chi è il mio prossimo?». Gesù comincia a rispondere che non lo è solo il tuo vicino di casa, il tuo vicino di banco in chiesa, il tuo compatriota, ma lo è anche lo straniero che abita nella tua città, ma più concretamente ti è prossimo chi vive nella necessità, colui che è debole, colui che puoi e devi aiutare; Gesù stesso si identifica con i minimi quando dice: «quanto avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, lo avete fatto a me». Gesù dunque, pone lui una domanda: «Quale di questi tre è stato il prossi­mo?», alla domanda non si può fare a meno di rispondere: «Colui che usò misericordia», che ha donato il suo aiuto e la sua disponibilità. Dal momento che si trattava di un samaritano, la risposta sottile era anche questa: Il tuo prossimo è anche chi ti è nemico, chi ti è straniero. Gesù ti spiega che devi comportarti come il samaritano se vuoi dare una risposta alla tua domanda circa l’identità del prossimo. Gesù parla di accoglienza, di condivisione della propria umanità, della propria vita, dei propri spazi. Il prossimo del samaritano è colui che è ai margini della tua città, della società, chi è schiacciato, chi non ha voce, sono i malati, i senza terra, chi non ha una patria, un tetto; colui che incontri sul ciglio della strada riverso e senza forze, oppure è colui che non incontri perché lo respingi prima di arrivare alle tue coste.

Gesù qui universalizza l’amore per il prossimo prima confinato all’interno di una religione e di una nazione. I confini vengono abbattuti, gli steccati travolti, è un susseguirsi prefigurazioni di nuove realtà in cui il mondo, tutto il mondo è destinato a diventare ospitale: realtà di nuovi rapporti fra popoli e nazioni diverse, nuovi rapporti fra maschio e femmina, schiavi e liberi, amici e nemici, clandestini e regolari. La nuova realtà che Gesù annuncia non tiene conto di nessuna differenza sociale.

L'autore biblico ci invita anche a immedesimarci nel ruolo dell'uomo assalito, perché ognuno di noi spera di avere un prossimo disposto ad occuparsi di noi nel momento del bisogno, un samaritano sempre pronto a lenire le nostre ferite e ad asciugare le nostre lacrime.

Nel nostro testo, uno straniero e per giunta nemico supera questa barriera di fronte al pericolo e alla necessita di una persona debole e in fin di vita. Il samaritano e nemico che non si comporta da nemico, e non solo si ferma lungo la sua strada, ma ne ha pietà, si avvicina, fascia le piaghe, vi versa olio e vino, lo pone sul suo cavallo, lo conduce in un albergo, si prende cura di lui. Dà dei soldi all’oste per prendersi cura di lui e promette di tornare.

L’autore biblico si impegna a spiegare simili dettagli per porre l’accento sull’amore che non conosce limiti e barriere.

Però si può anche passare oltre, far finta di niente, girare la faccia da un’altra parte. Si tratta di fare delle scelte. I due uomini che hanno preceduto il samaritano erano dei religiosi, ma non si fermano, passano oltre, solo il terzo si ferma a prestare soccorso, forse è solo un uomo d’affari, non è rivestito da un alone di santità. Ma ha visto al di là di se stesso e ha fatto la sua scelta.

I due religiosi in fondo hanno un comportamento non diverso dei briganti che hanno assalito l’uomo e lo hanno lasciato mezzo morto.

Ecco, credo che, quando interpretiamo questo testo, noi ci soffermiamo poco sui briganti. Credo che nell’attualizzazione moderna di questo brano, essi abbiano invece un ruolo importante. Direi che oggi i briganti del racconto sono centrali nella nostra scelta di una chiave ermeneutica per interpretare e rendere attuale questo brano della Scrittura.

Nel nostro racconto sono innanzitutto i briganti i protagonisti. Dimenticare di porre l’accento su di loro è grave.

I briganti sono coloro che esprimono il lato violento del loro modo di vivere e di concepire la vita; esprimono il loro modo di risolvere i conflitti e i problemi: quello della povertà, del disagio, della crisi, dell’insicurezza, del malessere.

I briganti depredano gli averi e la vita stessa dei deboli, per tenere tutto per sé, per accrescere la loro sicurezza; attaccano coloro da cui si sentono minacciati, questi diventano per loro nemici, nemici da eliminare.

Oggi, se mi permettete, ritengo che noi italiani siamo diventati tutti dei briganti quando, con le nostre leggi, esercitiamo violenza e procuriamo disperazione nei confronti dei più deboli.

Penso alla legge 94 del 15 luglio circa il reato di clandestinità di esseri umani che sono condannati non perché hanno fatto del male, ma solo a motivo del loro status, a motivo di ciò che sono; una legge che respinge persone che sfuggono alla morte certa nei loro paesi in guerra come la Somalia e l’Eritrea. Persone che attraversano il deserto e diverse carceri prima di vedere quel mare che li porterà alla salvezza, dopo diversi mesi di viaggio (8-10-18-24 mesi) mentre le donne sono stuprate da militari e molte di loro si trovano in attesa di bimbi frutto della violenza.

Il Sinodo valdese ha fatto una giornata di digiuno e di preghiera per esprimere il dissenso delle nostre chiese circa questa legge e ha prodotto un atti che vi invito ad ascoltare nelle sue parti essenziali:

Il Sinodo delle Chiese valdese e metodista riunito a Torre Pellice (TO) dal 23 al 28 agosto 2009,

  • guidato dalla Parola di Dio: “Cercate il bene della città …” (Geremia 29, 7);

  • memore delle esperienze di emigrazione, anche clandestina, di cui sono stati protagonisti in passato tanti italiani…

esprime la sua indignazione

  • per le conseguenze che la legge 15 luglio 2009, n. 94 ha, non soltanto sugli immigrati, ma anche sui cittadini italiani, sulla qualità della nostra democrazia e del nostro stato di diritto;

  • per i sentimenti di diffidenza che tale legge alimenta:

nei cittadini stranieri, posti in una situazione di sudditanza psicologica…

nei cittadini italiani, irresponsabilmente spinti a credere, da un lato, che l’immigrazione clandestina sia la principale causa di insicurezza e, dall’altro, che questa legge renda più sicuro il nostro paese,…

Il Sinodo… invita le chiese a …un immediato impegno …per contrastare gli aspetti discriminatori della legge e per giungere a una revisione della normativa sull’immigrazione.


Impegna altresì le chiese a contrastare la cultura xenofoba con i valori della cittadinanza repubblicana, con la tutela dei diritti umani e con la testimonianza resa all’insegnamento biblico sull’accoglienza dello straniero e contro il trattamento iniquo dei più deboli.


Come vedete, si può essere briganti anche senza saperlo, ma si può anche fare in modo da contrastare la violenza che i più deboli subiscono e con i quali Gesù si identifica.

Impariamo a diventare cittadini che hanno a cuore il bene della città, del mondo, impariamo a dissociarci dal gruppo dei briganti e a comportarci, non è sempre facile, da samaritani che si prendono cura, anche contro leggi che sono inique, di chi subisce violenza, privazione, discriminazione.

Diventiamo invece santuari di accoglienza e promotori di fraternità con il coraggio e la forza della grazia e della’amore di Dio.

Amen!

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