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Sermone di domenica 13 settembre 2009 (Luca 17, 11-19)

Testo biblico: Vangelo di Luca 17, 11-19

Nel recarsi a Gerusalemme, Gesù passava sui confini della Samaria e della Galilea.

Come entrava in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, i quali si fermarono lontano da lui, e alzarono la voce, dicendo: «Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!» Vedutili, egli disse loro: «Andate a mostrarvi ai sacerdoti». E, mentre andavano, furono purificati. Uno di loro vedendo che era purificato, tornò indietro, glorificando Dio ad alta voce; e si gettò ai piedi di Gesù con la faccia a terra, ringraziandolo; ed era un samaritano.

Gesù, rispondendo, disse: «I dieci non sono stati tutti purificati? Dove sono gli altri nove? Non si è trovato nessuno che sia tornato per dar gloria a Dio tranne questo straniero?» E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato».

I dieci lebbrosi sono l’immagine dell’impotenza dell’essere umano di fronte alla propria debolezza fisica e psicologica. Siamo tutti noi chiamati da Gesù a seguirlo. Per poter realizzare questa sequela è necessario prendere coscienza della nostra lebbra, gridando: “Signore Gesù, abbi pietà di me!”. Gesù risponde al nostro desiderio di essere mondati. La certezza che rassicura è questa: il Signore risponde! Ed a questo dono deve corrispondere il nostro ringraziamento

Gesù era in viaggio verso Gerusalemme, Dall’inizio del suo viaggio fino a qui Gesù cammina per la Samaria, in un territorio che non era giudeo. Per Luca, il posto che Gesù concedeva ai samaritani è lo stesso di quello dei pagani. Ci viene presentato, qui, un samaritano come modello di gratitudine, un altro samaritano ci è stato presentato come modello di amore, il «buon samaritano». Per i giudei, samaritano o pagano era la stessa cosa. Erano considerati impuri. Per Luca la Buona Notizia di Gesù si rivolge a coloro che sono indegni di riceverla. La salvezza di Dio che ci giunge in Gesù è puro dono. Non dipende dai meriti.

Gesù, il pellegrino, elimina le disuguaglianze che gli uomini hanno creato. Continua il lungo e doloroso cammino dalla periferia verso la capitale, da una religione rinchiusa in se stessa verso una fede aperta che sa accogliere gli altri come fratelli e sorelle. Questa apertura si manifesta anche nell’accoglienza data ai dieci lebbrosi.

Il Signore, nel suo peregrinare tra le miserie del mondo, incontra tutte le povertà fisiche e spirituali di noi poveri esseri umani e a tutti, senza distinzione, offre il suo soccorso.

Oggi gli si accostano dieci lebbrosi. Si avvicinano a Gesù, si fermano lontano e gridano: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi!” Il lebbroso era una persona esclusa. Non poteva avvicinarsi agli altri. Se qualcuno era toccato da un lebbroso diventava impuro e ciò gli impediva di poter dirigersi a Dio. Per i lebbrosi la ricerca della guarigione significava anche cercare la purezza per poter essere reintegrati nella comunità.

Gesù intima loro di recarsi dai sacerdoti del tempio per avere da loro la certificazione della loro guarigione. La risposta di Gesù esige molta fede. Ma loro credono alla parola di Gesù e vanno dal sacerdote. E, lungo il cammino, si verifica la guarigione.

Dieci lebbrosi, uno di loro è samaritano: la sofferenza e l’emarginazione accomunano. Ma una volta guariti, le differenze tornano: il samaritano, di nuovo solo, corre da Gesù. In nove proseguono la loro strada, soddisfatti della loro guarigione. Uno solo, “vedendosi guarito tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo”. Perché gli altri non ritornano?

Tra i giudei l’osservanza della legge serve per poter meritare o conquistare la giustizia. I lebbrosi avevano già accumulato meriti e crediti davanti a Dio. Gratitudine e gratuità sono estranei alle persone che vivono così il loro rapporto con Dio. Forse per questo i nove non ringraziano.

Invece il samaritano rappresenta le persone che sanno che noi esseri umani non abbiamo meriti o diritti davanti a Dio. Tutto è grazia!

Al grido accorato che chiede la salute, il samaritano fa seguire la lode e la gratitudine. Si sente dire: «Alzati e và; la tua fede ti ha salvato!». Quando la fede, l’umile preghiera e la sincera gratitudine sfociano nell’amore a Dio, si ottiene la salvezza. Siamo capaci di dire ogni giorno la nostra lode a Dio?

Guarire gli uomini dalla loro ingratitudine è più difficile che guarirli dalle loro malattie. I nove ingrati sono la perfetta icona di un cristianesimo molto diffuso, che ricorre a Dio come ad un potente guaritore da invocare nei momenti di guai. Che triste immagine di Dio si fabbricano coloro che a lui ricorrono “quando c’è bisogno”! I nove sono rimasti chiusi nella loro distorta visione di Dio, non vedono la lebbra che hanno nel cuore. Che rapporto abbiamo con questo Dio cui ci avviciniamo nei momenti di bisogno? Non è più Dio, ma il Potente da corrompere e convincere. Davanti alla sofferenza possiamo bestemmiare Dio accusandolo di indifferenza. Oppure possiamo accorgerci che sta morendo accanto a noi. Ci son malati capaci di grande serenità nonostante la malattia, anzi pieni di serenità proprio nell’affrontare la malattia, capaci di comunicare agli altri felicità e pieni di speranza, persone che riescono a consolare anche quando sarebbero loro ad aver bisogno di essere consolati. La salvezza è un benessere più profondo, assoluto, uno scoprirsi al centro di un Progetto d’amore ...

La Parola di oggi è rivelatrice di due modi opposti di porsi davanti a Dio. Il primo è dei nove lebbrosi che ricorrono a Dio solo per essere guariti; l’altro è di chi torna a lodare e ringraziare entrando in un rapporto personale d’amore attraverso la fede viva: la fede che salva. Solo chi rende grazie fa l’esperienza della salvezza, cioè dell’azione di Dio nella propria vita.

Un bambino deve ricevere tutto quello che gli necessita per crescere, ma è indispensabile anche che egli senta l’amore dei genitori che lo fa crescere armonicamente. Così è anche il nostro rapporto col Signore: Dio non esige il mio ringraziamento, ma, se apro gli occhi della fede e riconosco quanto amore Egli mi dona, entro sempre più in un rapporto vivo, personale con Lui. È questa fede nel suo amore che mi fa crescere e mi salva. Amen

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