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Care sorelle e cari fratelli,
l’ultima Domenica dell’anno liturgico ci invita a riflettere sulla vita eterna. Tanti pensano che la vita eterna cominci dopo la morte. Però come creature di Dio viviamo e vivremo per sempre al cospetto del nostro Creatore che ci guarda con amore, prima e anche dopo la morte. Abbiamo bisogno di vivere con Dio in eterno? Siamo pronti a rispondere al Suo sguardo in modo giusto, nel nostro essere fin in fondo? Nel percorso delle ultime settimane abbiamo riflettuto nello Studio Biblico anche alla Noce per mezzo delle parabole di Gesù sul modo giusto di rispondere all’offerta della vita eterna. La grande festa nel regno di Dio come nel banchetto nuziale è la promessa di Dio. Dice Gesù in Giovanni 10,10: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” . Tutti sono invitati a questa vita eterna in abbondanza come tutti sono invitati al culto stamattina. Chi partecipa al banchetto? Il figlio prodigo è benvenuto al banchetto che il padre organizza per lui perché sa che ha bisogno della misericordia del padre perché altrimenti sarebbe perduto. Anche la vedova sa che senza la misericordia del giudice sarebbe perduta. Il riconoscimento di aver bisogno della grazia di Dio è necessario, anzi è indispensabile per diventare degni di partecipare al banchetto nuziale. L’amore di Dio ci salva. Questo dobbiamo capire. Rispondiamo alla grazia di Dio: Sì, Signore, salvami! Senza di te sarei perduto. Solo tu puoi togliere la morte che pesa su di me. Grazie. Amen! Amen Amen. Così direbbe il figlio prodigo tornato a casa. Così si può indossare l’abito nuziale che mancava all’ospite al banchetto nuziale. Però di nascosto mettiamo la nostra fiducia più in altra cose. Come i primi ospiti al banchetto nuziale che non capiscono il bisogno del banchetto, essi rivolgono solo intorno a se stessi. La parabola del ricco e Lazzaro ci insegna: Dio può salvarci in modo dolce, in qualunque miseria io sia e Dio mi può correggere in modo severo. Il Signore ci risponde al nostro comportamento, al nostro essere, perché ci conosce bene, talvolta troppo bene. Chi non si rende conto di aver bisogno di Dio deve essere indirizzato nuovamente, deve essere corretto da Dio!
Però, qualcuno potrebbe obiettare: “Sì, questo riconoscimento di aver bisogno di Dio è magari valido per i miseri, per i deboli. Essi hanno sempre bisogno. Io vivo la dignità di mettere la fiducia in me stesso. Non sono neanche ateo. Credo semplicemente nel merito, nella meritocrazia, e ringrazio il Signore ogni giorno per tutto che mi ha dato. Non devo scusarmi per il successo che ho. Anzi, sono i poveri che dovrebbero sforzarsi veramente. Dovrebbero lavorare per guadagnarsi la propria vita, invece di sempre appoggiarsi su un Dio celeste. Io sono più vicino a Dio che questi poveri. ” L’evangelista Luca ci mostra i farisei come coloro che vedono la ricchezza, il successo come una ricompensa di Dio. Si vantano di essere già arrivati in tutti i sensi. I farisei, scrive Luca, amavano le ricchezze e si facevano beffe di Gesù (16,14-15). Essi trovano nel libro del Deuteronomio e in altri testi selezionati un evangelo della ricchezza. Si possono trovare testi della Scrittura che sostengono la posizione che il giusto prospera e il malvagio soffre. Chiunque obbedisce con attenzione ai comandamenti di Dio sarà favorito. Deuteronomio 28,3-4: “Sarai benedetto nella città e sarai benedetto nella campagna. Benedetto sarà il frutto del tuo seno, il frutto della tua terra, il frutto del tuo bestiame…” Per alcuni farisei le equazioni possono sembrare semplici: la ricchezza del ricco = benedizione di Dio. Spesso nelle chiese pentecostali si trovano un atteggiamento del genere: se preghi bene sarai benedetto! “Prosperity gospel!” - Alcune chiese americane hanno rifiutato il loro ministero verso gli affamati e i senza casa. Ritenevano che non si debba interferire quando Dio sta punendo una persona!! La parabola del ricco e Lazzaro è rivolta ai farisei che si vantano di essere già arrivati nella vita eterna.
Gesù considera il punto di vista dei farisei un’interpretazione erronea dell’Antico Testamento. La situazione presentata nella parabola, cioè un povero uomo che giace alla porta della villa del ricco senza poter mangiare e bere è un flagrante violazione di quella stessa scrittura. La legge di Mosè richiedeva che parte del raccolto fosse condiviso con i poveri e gli stranieri (Lev 19,9-10). La legge di Mosè diceva anche: “Non chiuderai la mano dinanzi al tuo fratello bisognoso, anzi, gli aprirai largamente la mano e gli presterai tutto ciò che gli serve per la necessità in cui si trova” (Deut 15,7-11). Gesù chiamava beati i poveri ed esigeva una libera condivisone dei propri beni con coloro che erano in difficoltà. - Però non si parlava dell’immoralità del ricco, né tanto meno della fede di Lazzaro. La ragione per cui il ricco è finito nell’inferno non può che essere una soltanto: egli aveva alla sua porta un povero e non si è mai occupato di lui. Non ha avuto presente quanto Gesù insegnava: «Quando dai un banchetto invita poveri, storpi, zoppi e ciechi e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa nella risurrezione dei giusti» (Lc 14,13-14). C’è qui il messaggio molto caro a Luca della condivisione e dell’attenzione ai poveri. Ripeto: Il suo torto non è di aver maltrattato, sfruttato, disprezzato Lazzaro, ma di non aver fatto niente per lui; alla fine della sua vita, Gesù gli può dire: «Avevo fame e non mi avete dato da mangiare». (Matteo 25) È il peccato di omissione che esclude il ricco dal regno. Il ricco ha dimenticato che le sue ricchezze sono un dono di Dio da condividere, ha dimenticato la paternità di Dio verso tutti noi e di conseguenza ha dimenticato la fratellanza con gli altri uomini. Dimenticato?? Peccato!! Ha innalzato un grande muro di indifferenza verso gli altri, non è entrato in comunione, non ha usato i suoi beni per farli diventare un segno di solidarietà fraterna. Così ha negato la grazia di Dio. Dimenticato? Peccato! Dei nostri beni non diventiamo mai i proprietari assoluti ed autonomi, ma siamo sempre soltanto gli amministratori dipendenti che devono rendere conto ogni giorno al Signore della loro amministrazione. Di conseguenza, anche il nostro denaro deve essere convertito al Signore. Sì, proprio il nostro denaro perché a questo punto dobbiamo renderci conto che stiamo dalla parte del ricco. Mangiamo tutti i giorni, abbiamo molti vestiti nell’armadio e ci comportiamo come lui. Perché oggi “Lazzaro” è uno di coloro che scappano e approdano alle coste europee affamati, assetati e senza certezza di un futuro. Per loro possiamo ripetere il versetto 21 “bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco”. Oggi li “respingiamo”, cioè non gli diamo nemmeno le briciole cadute dalla nostra tavola. Su questo punto Gesù ci dice chiaramente che la pagheremo. Non sappiamo come né quando, ma il messaggio della parabole è chiaro. Non possiamo continuare così perché alla richiesta "dacci oggi il nostro pane quotidiano" (Matteo 6,11), fa eco la parola di Gesù: "date loro voi da mangiare" (Matteo14/16).
Il vertice a Roma sulla fame nel mondo nella settimana scorsa ha dimostrato: La condanna solenne del Papa di opulenza, spreco e speculazioni e il discorso autorevole del segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon sul legame tra sicurezza alimentare e sicurezza climatica, non sono bastati a dare certezze e risposte alla tragedia della fame nel mondo. Il presidente brasiliano Lula Da Silva ha ricordato che “la fame è la più terribile delle armi di distruzione di massa esistenti sul pianeta”. La parabola è un avvertimento forte per chi ha dei beni di condividere, perché bisogna vedere le esigenze del prossimo come se fossero le nostre. Vedere il bisogno dell’altro è un modo di invitare Gesù nelle nostre vite. Vedere il bisogno dell’altro è un modo di rispondere alla grazia del Signore. Vedere il bisogno dell’altro è una condizione, una esigenza per entrare nella piena gioia della vita eterna. Vedere l’unico Padre di tutti fa nascere un impegno comune per la dignità di ogni persona, un’attenzione amorevole verso la grande casa del mondo, cioè l’ecumene, che porta impressa in ogni creatura l’orma del Creatore; ci obbliga a fare di tutto perché la miseria materiale o spirituale non offenda l’immagine del Padre in nessuno dei suoi figli e non impedisca loro di adorarlo in spirito e verità. La grandezza di una civiltà si misura anche dalla sua capacità di accoglienza e di condivisione delle proprie risorse con chi ne ha bisogno.
Come si arriva al retto uso della ricchezza? Ce lo dice la seconda parte della parabola. Il ricco capisce la follia del suo isolamento da Dio e dagli altri e comincia a pensare, ma tardi e in maniera sbagliata. Pretende un segno spettacolare di Dio che obblighi i fratelli ancora in vita a convertirsi. Però, alla conversione che scaturisce dal miracolo, Gesù contrappone la conversione fondata sulla parola di Dio. Il Signore non ci nutre di miracoli, ma della sua parola. Solo quest’ultima è in grado di farci uscire dal nostro io e di farci incontrare con Dio e coi fratelli, è quindi in grado di salvarci. E ad ascoltarla ci aiuta la presenza e la voce del povero. Anche in mezzo a noi alcuni che si chiamano Lazzaro.
Sentiamo bene il versetto della settimana: “I vostri fianchi siano cinti, e le vostre lampade accese.”(Luca 12,35) Con degli occhi illuminati dalle lampade rendiamoci conto della gente bisognosa vicino a noi. Con i nostri fianchi cinti siamo pronti ad aiutare. Vedremo, e lo dico con tremore. Dio troverà un modo adatto di farci capire la necessità di trattare tutti come fratelli e sorelle, un modo forse severo!
La parabola parla anche della speranza per i poveri. Il povero è l’unico carattere in tutte le parabole che viene chiamato per nome. Lazzaro, dall’ebraico El-azar, significa “Dio aiuta” oppure “Dio ha dato aiuto”. Come il Lazzaro dal vangelo di Giovanni nel capitolo undici, egli risorge. Per tanti di noi questo povero è un messaggio confortevole: Dio mi aiuterà! Se credi in Dio, alla fine Egli ti fa risorgere. Così ci dice il Magnificat di Luca: Dio rovescia i potenti ed esalta gli umili. E dai Beatitudini viene la speranza: 6,20-21 Beati voi che siete poveri, perché il regno di Dio è vostro. Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Amen