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Sermone di domenica 27 dicembre 2009 (I Lettera di Giovanni 1, 1-4)

I lettera di Giovanni 1, 1–-4

Quel che era dal principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo visto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato della parola della vita (poiché la vita è stata manifestata e noi l’abbiamo vista e ne rendiamo testimonianza, e vi annun-ziamo la vita eterna che era presso il Padre e che ci fu manifestata), quel che abbiamo visto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché voi pure siate in comunione con noi; e la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo.

Queste cose vi scriviamo perché la nostra gioia sia completa.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, i versetti della lettera di Giovanni che abbiamo ascoltato, parlano di qualcosa che abbiamo visto e udito e di cui ne rendiamo testimonianza.

Forse bisogna però fare un passo indietro per chiarire quale itinerario spirituale e storico è stato compiuto.

Qualche giorno fa abbiamo celebrato insieme il Natale, abbiamo ricordato che Cristo è venuto nel mondo per noi. Abbiamo fatto la scoperta del Dio che si occupa direttamente di noi, venendo egli stesso a prendere forma umana e dimostrare così il suo amore per noi,  la sua solidarietà concreta, il suo messaggio di speranza e di vita. Abbiamo celebrato il Natale perché tale messaggio ci ha coinvolti, non ci ha lasciati indifferenti, perché non si tratta di un evento storico di cui ricordiamo la ricorrenza, come potrebbe essere la festa del 25 aprile. Noi abbiamo celebrato il Natale perché siamo consapevoli che il messaggio della venuta di Cristo ha trasformato la nostra vita, le ha dato una direzione diversa, un modo diverso di vivere che non è più quello della ricerca del proprio, ma la solidarietà verso il prossimo che incontriamo sul nostro cammino.

Per l'autore della lettera di Giovanni il credere equivale al vedere, al sentire. Come dire che credere nel Signore che è divenuto essere umano, significa avere la certezza che tutto ciò sia accaduto veramente, come esserci stati, come averlo visto, averlo toccato, averlo sentito. Né più né meno!

Così Giovanni può dire: "Quello che abbiamo udito, quello che abbiamo visto con i nostri occhi, quello che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato della Parola della vita... noi lo annunciamo anche a voi".

Queste parole mi fanno ricordare quello che disse Gesù a Tommaso: "Beati coloro che non hanno visto e hanno creduto" (Giov. 20,29), ma per Giovanni, l'autore della lettera, la fede attesta quello che crediamo fermamente. Diventa una realtà davanti agli occhi di chi crede. Giovanni afferma perfino che "le nostre mani hanno toccato la Parola della vita", proprio a sottolineare che la Parola del Cristo non è una voce che si leva tra le tante e innumerevoli voci e che si disperde nel coro di mille suoni indistinti; per la Bibbia, la Parola del Signore è una realtà concreta che possiamo toccare con le nostre mani. Per questo i Riformatori del '500 parlavano della Parola di Dio che quando viene annunciata e predicata, essa accade, cioè si realizza, prende forma concreta, rende presente il Signore in mezzo ai fedeli e parla loro, si fa vedere e toccare.

Anche oggi questa Parola del Cristo accade, diventa realtà concreta, visibile con gli occhi della fede. Pensate al canto di Simeone: "Ora, o mio Signore, puoi lasciare in pace il tuo servo... i miei occhi hanno visto la tua salvezza". È solo un fanciullo di pochi giorni, ma Simeone e poi la profetessa Anna scorgono in lui la realtà della Parola di Dio che illumina e trasforma il mondo.

È questo lo scopo della testimonianza personale, si tratta della trasmissione dei fatti accaduti, dell’annunzio che è tutto vero, che non si tratta di pura speculazione intellettuale. È questo il motivo che muove tutti gli scrittori della Bibbia a scrivere: perché ai po­steri non giunga una leggenda a cui aggrapparsi per poter credere a qualcosa per ripulirsi la coscienza, un’ideologia credibile che ri­sponda ai problemi esistenziali di uomini e donne, ma che giunga la testimonianza dell’evento concreto dell’amore di Dio: la Parola di Dio si è veramente realizzata, l’abbiamo toccata, l’abbiamo vista, l’ab­biamo udita, e la nostra testimonianza è vera, insiste a dire Giovan­ni.

Ecco, Giovanni ci annunzia la realtà in cui crede, ma non perché si sente in dovere di farlo, non perché gli è stato comandato, e neppure, perché gli piace questa attività. Giovanni scrive e annuncia la Parola che i suoi occhi hanno contemplato e le sue mani toccato affinché – egli dice -: "voi pure siate in comunione con noi". Ecco cosa crea, cosa stabilisce l'annuncio della Parola del Signore: comunione,  cioè legami, relazioni, intesa, unità, concordia, amicizia.

Sì, perché questa è la fede, quel dono che ci permette di vedere la realtà della Parola del Signore non come qualcosa di antico, scritto su un libro vecchio migliaia di anni, ma come qualcosa più che mai attuale, capace di coinvolgere la nostra esistenza con quella dell'altro fratello, dell'altra sorella, della comunità dei credenti, ma anche del mondo intero.

Fede è quindi la possibilità nuova, che ci viene donata, della fraternità, di stringere vincoli e relazioni, non è isolarsi o auto-referenziarsi, non è autonomia, autosufficienza, ma dipendenza in senso positivo, significa riconoscere di avere bisogno gli uni degli altri, significa condivisione, confronto schietto e sereno senza paura, significa dialogo senza barriere e senza timori. Questo è il senso di quella della comunione che crea la condivisione della Parola di Dio; l'annuncio della Parola del Signore dà vita a tutto questo.

Avere comunione significa gettare dei ponti, stringere dei legami che uniscono persone diverse: di diversa fede, di diversa cultura, di diverso colore della pelle, di diversa religione, di diverso stato sociale: poveri, ricchi, stranieri, uomini, donne, vecchi, bambini, omosessuali, istruiti, poveri di cultura. La Parola del Signore non ha un carattere escludente, ma testimonia di un amore di Dio che rende possibile l’amore nel mondo, in tutto il mondo.

Tutto questo discorso dell'autore di Giovanni è teso a rendere vero qui e ora ciò che è accaduto molto lontano da noi; tanti secoli fa; la sua testimonianza ci unisce a lui e a tutti i credenti di tutte le epoche che hanno creduto e testimoniato la Parola del Signore.

È questo annunzio, questa testimonianza che deve essere al centro della nostra vita, null’altro, perché è questo annunzio che permette al mondo intero di essere trasformato, non è certo l’annunzio che si dà in questo periodo di festa, o aria di festa attorno al Natale, in cui tutto è banalizzato intorno a panettoni e spumanti, in cui siamo anestetizzati da pubblicità che ci inculcano che non può essere un Natale vero se non compri a tua moglie la nuova macchinetta del caffè o l’aspirapolvere che pulisce da solo tutta la casa.

Dobbiamo non perdere mai la capacità di ricondurci sempre all'essenziale, a ciò che conta, al messaggio centrale delle cose, delle feste, di ciò che facciamo. Poi possiamo fare tutto, ma senza mai perderci in ciò che non è importante. La chiesa, la comunità dei credenti, è chiamata a vivere nel mondo, non certo fuori dal mondo, ma non deve diventare mondo essa stessa. La sua azione invece deve rendere il mondo più giusto e più umano, più solidale e più fraterno.

Se anche noi ci perderemo nel mondo chi canterà il cantico profetico di Simeone, chi sarà la profetessa Anna che parla a tutti del bambino, e chi darà la testimonianza di Giovanni?

Ricordiamoci la gioia a cui siamo chiamati: è quella che viene dalla proclamazione di quella Parola che diventa realtà viva e concreta, una realtà che trasforma il nostro essere e la nostra vita e il mondo intero. Amen!

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