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Sermone di domenica 21 febbraio 2010 (Ebrei 4, 14-16)

Testo della predicazione: Ebrei 4, 14-16

Avendo dunque un grande sommo sacerdote che è passato attraverso i cieli, Gesù, il Figlio di Dio, stiamo fermi nella fede che professiamo. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovar grazia ed essere soccorsi al momento opportuno.

Sermone


Sorelle e fratelli, durante la lettura dei tre versetti, tratti dal quarto capitolo dell’epistola agli ebrei, posti oggi alla nostra attenzione dal lezionario Un giorno una parola abbiamo ascoltato: «Avendo un grande sommo sacerdote» ed è sulla parole “sacerdote” che vorrei soffermarmi.

Tutti noi, o quasi, conosciamo a grandi linee chi fossero e quali mansioni svolgessero i sacerdoti nell’Antico Testamento; la condizione necessaria per essere sacerdoti era l’appartenenza alla tribù di Levi, una delle dodici tribù d’Israele, dalla quale provenivano Mosè ed Aronne. I sacerdoti erano coloro che interpretavano la volontà di Dio lanciando urim e tummin, due pietre o due dadi che custodivano nel pettorale dei quali uno era l’innocenza e l’altro la colpa; inoltre insegnavano la Legge e si dedicavano al servizio del tempio: offrivano sacrifici per i propri peccati e per quelli del popolo, raccoglievano le decime, le preghiere e le preoccupazioni dei fedeli per presentarle a Dio, erano cioè i mediatori tra Dio e il popolo.

 

Quella dei sacerdoti era un’organizzazione gerarchica ed ereditaria, all’interno della quale solo il sommo sacerdote, rappresentante della linea primogenita, poteva entrare una volta l’anno, durante il giorno dell’espiazione (Yom kippur), nel luogo più santo del tempio, sancta sanctorum, dove si credeva che vi fosse la presenza di Dio.

Nel Nuovo Testamento, invece, ogni sacerdozio particolare viene abolito con l’avvento di Gesù Cristo che è un grande sommo sacerdote. Viene aggiunto “Grande” quasi a volere rafforzare quel “Sommo”, che è già un superlativo assoluto, quasi a voler evidenziare questo fatto straordinario: la novità e l’unicità del figlio di Dio. Con Gesù Cristo ci troviamo di fronte ad un nuovo modello di sommo sacerdote, un modello, se vogliamo, inusuale che inizia con l’appartenenza di Gesù alla tribù di Giuda e non più a quella di Levi, dalla quale provenivano gli altri sacerdoti, e che continua a stupirci per  la sua unicità: Gesù, il grande sommo sacerdote, oltre ad essere grande è anche unico perché è entrato una volta per sempre nel tempio, come si legge nei capitoli successivi, quando offrì se stesso «è passato attraverso i cieli» a volere significare che Gesù ha raggiunto Dio in maniera definitiva e in una sede che non è il tempio né il luogo santissimo, ma una sede trascendente.

La qualità più sconvolgente di questo grande sommo sacerdote, è la sua notevole carica di umanità! Gesù è un sacerdote che è molto meno sacro ma molto più umano, meno santo e più uomo. Noi spesso abbiamo troppo divinizzato la figura di Gesù, ma da una lettura anche superficiale dei quattro Vangeli, balza subito agli occhi tutta l’umanità del Cristo: un Gesù che gioisce nei banchetti, che freme e piange per la morte di Lazzaro, che si adira con i mercanti del tempio, che si infastidisce quando i suoi discepoli lo fraintendono, che sgrida, riprende, accoglie …

Il figlio di Dio che simpatizza con noi nelle nostre debolezze, o infermità. Simpatizzare, pensiamo questo verbo nel suo significato originale, da συμπαϑέω [sumpatèo] “soffrire o gioire insieme” o “avere lo stesso pathos”, “la stessa passione”, pensate a chi ha la passione per il mare, la montagna, le automobili eccetera, e per quella passione sacrifica tutto: famiglia, impegni, soldi…

Gesù è il grande sommo sacerdote che soffre insieme a noi per le nostre debolezze, i nostri peccati, Egli è il nuovo grande sommo sacerdote che non se ne sta rinchiuso nel luogo santissimo “sancta sanctorum”, ma che è in mezzo a noi, che patisce la fame, la sete, l’emarginazione; un Gesù che possiamo scorgere nel volto sofferente di ogni creatura, nel volto degli immigrati di Rosarno, dei terremotati di Haiti, in quello delle giovani donne messe sulla strada dai loro sfruttatori; questo Figlio di Dio che riesce a simpatizzare con noi perché anche Lui «è stato tentato come noi in ogni cosa senza però commettere peccato» tale e quale a noi tranne che nel peccato. Gesù è stato messo alla prova, ricordiamoci che prova e tentazione sono la stessa parola, sia nell’ebraico, che nel greco neo-testamentario; infatti abbiamo letto che nel deserto del Vangelo di Matteo, Gesù subisce tre attacchi del maligno, tre tentazioni: viene sottoposto a tre prove che sono le stesse prove-tentazioni che subisce Israele durante l’esodo: la tentazione di soddisfare i bisogni materiali, quelli, per così dire, della carne come la fame e la sete «se Tu sei il Figlio di Dio», gli sussurra il diavolo, «ordina che queste pietre diventino pani»; la tentazione di compiere atti magici e/o miracolistici «se sei il Figlio di Dio gettati giù» e la tentazione del potere «tutte queste cose io ti darò se ti prostri e mi adori»; queste sono in fondo le grandi tentazioni dell’uomo quando perde la fiducia in Dio ed inizia a sviarsi a destra e a manca come Israele nel deserto durante l’esodo che comincia a temere di morire di fame, di sete e di non arrivare nella Terra Promessa, queste sono anche le nostre tentazioni giornaliere quando non ci abbandoniamo più alle promesse del Signore, quando vediamo attorno a noi solo morte e disperazione e ci chiediamo dove sia Dio; quando ci chiediamo come mai  il mondo vada alla deriva ed invece Dio ci abbia promesso un regno di amore e di pace dove il lupo abiterà con l’agnello.

Il nostro grande sommo sacerdote ha posto davanti a Dio le nostre offerte che non sono agnelli, tori, capri, grano, primizie o denaro, ma ha portato le nostre miserie e i nostri drammi, i nostri sogni e i nostri desideri. Mentre il sommo sacerdote usava il suo potere per servirsene a scopi personali, al contrario Gesù il “grande” sommo sacerdote mette il suo potere al servizio del prossimo, perché la sua forza non è il potere temporale ma è l’amore, quell’amore grande che lo porta a simpatizzare con noi.

Sorelle e fratelli, che ce ne faremmo di un Dio che non ci capisce, che se ne sta lontano chiuso all’interno di un santuario o di una chiesa, di un Gesù sacerdote, seppur grande e sommo, ma che non si è calato nella nostra realtà, che non è entrato «nella nostra pelle e che non ha usato le nostre scarpe», come abbiamo letto nella confessione di fede, a che servirebbe il figlio di Dio che non soffre e non gioisce con noi?

L’autore dell’epistola agli ebrei conclude questo suo brano parenetico, invitandoci ad avere piena fiducia nelle promesse di Dio «accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ottenere misericordia, trovare grazia ed essere soccorsi al momento opportuno». Sorelle e fratelli, questo appello è rivolto a tutti noi affinché abbiamo fiducia incondizionata in Gesù Cristo per il fatto che egli ha sofferto come noi, ha conosciuto la tentazione e può capirci; spesso, infatti, quando ci troviamo in situazioni particolari diciamo: “Tu non mi puoi capire perché non ti trovi nelle mie stesse condizioni”; ma possiamo comunicare invece i nostri affanni e i nostri peccati al nostro grande sommo sacerdote perché egli ci dirà: «Figlio mio, ti capisco perché anch’io ho subito le tue stesse prove.

Affidiamoci dunque a Gesù per portare davanti a Dio le nostre certezze e i nostri dubbi, i nostri difetti e i nostri pregi, i nostri sogni e le nostre domande senza risposta.

Amen!

 

 

Commenti  

 
#1 RE: Sermone di domenica 21 febbraio 2010 (Ebrei 4, 14-16)marilena lo re 2010-02-22 12:59
Sermone edificante e concreto
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