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Sermone di domenica 28 febbraio 2010 (Romani 5,1-5)

Tempo della Passione – 2a domenica - Reminiscere

Assemblea di chiesa

Testo della predicazione: Romani 5,1-5 «Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore, mediante il quale abbiamo anche avuto, per la fede, l'accesso a questa grazia nella quale stiamo; e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio; 3 non solo, ma ci gloriamo anche nelle afflizioni, sapendo che l'afflizione produce pazienza, 4 la pazienza esperienza, e l'esperienza speranza. 5 Or la speranza non delude, perché l'amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato».

Sermone

Cari fratelli e sorelle, i primi 11 versetti del capitolo 5 della lettera ai Romani, sottolineano con forza che la giustificazione di Dio, che è grazia, perdono e salvezza, produce pace: “abbiamo pace con Dio” (v.1). Far pace con qualcuno significa, in effetti, riconciliarsi con quella persona, perciò l’apostolo Paolo nello stesso capitolo parlerà di riconciliazione: “siamo riconciliati mediante la morte del Figlio” (v.10).

I teologi parlano della riconciliazione come un elemento che non si può separare dalla giustificazione, del fatto che Dio ci rende giusti in Cristo. Non sono la stessa cosa, ma sono legati in modo indissolubile. Scrive il teologo Cranfield: “La giustificazione di Dio coinvolge la riconciliazione …giustificazione e riconciliazione, per quanto diverse, sono inseparabili. Fra Dio e il peccatore si instaura un rapporto personale …Dio non ci conferisce uno status di giustizia senza, nello stesso tempo, darci sé stesso come amico”.

Questi significa che quando riceviamo il perdono, accade anche una riconciliazione, il perdono ci lega a Dio e al prossimo.

Nell’ambito della grazia, non esiste una realtà in cui noi restiamo soli con noi stessi, ma sempre abbiamo a che fare con qualcuno che ce la offre e ci lega a sé.

Abbiamo pace con Dio è una rivelazione: dopo l’incontro con Dio che ci rende giusti, cioè, ci accoglie come siamo e ci permette un rapporto con lui, noi non restiamo come prima, ma questo rapporto di amicizia e di serenità, ci permette di vivere nella dimensione della pace. Ci è dato cioè di vivere una relazione riconciliata, non più conflittuale con lui, con noi stessi e con il prossimo. Dio non è più nemico e giudice, ma padre benevolo, che ci riconcilia a sé e affonda la nostra inimicizia. Davanti a ci8ascuno noi si apre, dunque, un futuro colmo di nuove prospettive.

E si tratta di qualcosa che Dio ci dona, come una conquista che abbiamo ottenuto, una conquista che ci permette una grande forza, quella di non tornare indietro nell’aridità del nostro egoismo e nella caos della nostra violenza.

Stiamo fermi, scrive l’apostolo, perché avendo ricevuto un dono talmente grande non ce lo lasceremo sfuggire, ma ci aggrapperemo fermamente alla grazia che ci è stata donata.

In questa dimensione di vita non possiamo che essere riconoscenti, grati a Dio per averci tirato fuori dal nostro deserto, dal buio delle nostre paure, dall’oblio della nostra incapacità di dare un senso alla vita. Di ciò noi siamo fieri, «ci gloriamo», scrive Paolo, ce ne vantiamo, non ci vergogniamo, perché in noi risplende la gloria di Dio che ci apre alla speranza.

La speranza è nel futuro che ci attende, ma anche il presente ha un senso ed un valore nuovo e può essere affrontato in modo che sempre più restiamo saldi nella speranza.

Ma allora che cosa sono le afflizioni e le difficoltà della vita? Nulla di fronte a tanto bene, a tanta bontà di Dio, a tanto amore. Anzi perfino l’afflizione o la sofferenza, possono avere, nella nostra vita personale, una connotazione positiva, possono essere maestre, ci possono insegnare qualcosa. Ma le afflizioni non sono affrontate da Paolo in modo da sublimarle offrendole a Dio perché le trasformi in meriti.

Così l’apostolo partendo dalle afflizioni passa alla pazienza e dalla pazienza all’esperienza e dall’esperienza alla speranza, spiegando che l’afflizione può avere un carattere pedagogico, può essere maestra di vita.

L’apostolo, per passare dall’afflizione alla pazioenza e quindi alla speranza una il termine katergàzetai la cui radice è ERG, la forza l’energia, significa produrre, far nascere, far scaturire. L’afflizione produce la pazienza, che è la capacità di resistere, di essere tenaci, di non cedere. La pazienza produce la dokimè che qui è tradotto esperienza, ma è la forza di carattere che permette di superare le traversie della vita, è la capacità di saper valutare le situazioni, di saper reggere, di farcela.

Questa capacità produce l’elpìs, la speranza, la capacità di guardare al futuro con lucidità, superando il nostro piccolo orizzonte, la nostra parzialità e pochezza.

Questa è una speranza vera, che non ci deluderà perché non è una pia illusione che ha lo scopo di aiutarci a non soccombere; noi abbiamo tra le mani qualcosa di vero, anzi è nel nostro cuore, esso ci testimonia che è tutto vero e non mera illusione.

È l’amore di Dio sparso nei nostri cuori, cioè seminato dallo Spirito Santo. Un amore che sentiamo davvero e che ci testimonia che non stiamo ingannando né noi stessi, né il prossimo. È l’amore di Dio per noi, che ci dà la capacità di amare.

L’amore di Dio per noi è il Dio stesso che si dà per noi, nel suo gesto di giustificarci e di riconciliarci a sé, il Dio che si dà è amore, che ci permette di vivere nella dimensione della pace. Amen!

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