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Testo della predicazione: Geremia 22, 1-5. Così parla il Signore: «Scendi nella casa del re di Giuda, e là pronunzia questa parola: "Ascolta la parola del Signore, o re di Giuda, che siedi sul trono di Davide: tu, i tuoi servitori e il tuo popolo, che entrate per queste porte!
Così parla il Signore: Esercitate il diritto e la giustizia; liberate dalla mano dell’oppressore colui al quale è tolto il suo; non fate torto né violenza allo straniero, all’orfano e alla vedova; non spargete sangue innocente, in questo luogo.
Infatti, se metterete realmente in pratica questa parola, dei re a cui appartiene il trono di Davide entreranno per le porte di questa casa su carri e su cavalli: entreranno essi, i loro servitori e il loro popolo.
Ma, se non date ascolto a queste parole, io giuro per me stesso, dice il Signore, che questa casa andrà in rovina"».
Sermone
Care sorelle e cari fratelli, vi invito per un breve momento a percorrere un pezzo di strada con il profeta Geremia che si trova nel tempio di Gerusalemme. Geremia prega, prega nel giorno della festa dell’intronizzazione del re, e il profeta è chiamato a parlare, a portare una parola da parte di Dio al re e al popolo.
È, dunque, un giorno speciale che si ripete ogni anno: si forma un grande corteo costituito da gran parte del popolo, alla testa del corteo vi è il re e, dietro a lui, la sua corte, infine il popolo. Il re entra solennemente nella reggia attraversando le porte del palazzo reale, e, dietro a lui, il suo seguito. Il re avanza fino a raggiungere il trono regale, le trombe squillano, il re prende posto sul “trono di Davide”. A questo punto si fa avanti il profeta per rivolgere la Parola di Dio al re e all’assemblea.
Si tratta di un rituale previsto per questa ricorrenza e Geremia vi si attiene portando la Parola da parte del Signore.
Così esordisce il profeta in queste circostanze, davanti al re, alla sua corte e al popolo: «Così parla il Signore: "Ascolta la parola del Signore, o re di Giuda, che siedi sul trono di Davide: tu, i tuoi servitori e il tuo popolo, che entrate per queste porte! Così parla il Signore…».
La posizione da cui parla il profeta è di grande impatto mediatico, l’audience è senza pari, è al massimo dei livelli, l’attenzione pure; il sermone del profeta non è stato prima concordato col re affinché aumenti la sua credibilità, né con frange del popolo per detronizzare il re. Così come nessuna censura è stata esercitata dal re sul profeta, per meglio auto-legittimarsi di fronte al popolo nel giorno in cui si fanno i conti circa il suo operato.
Nel giorno in cui si celebra una persona a cui è stato affidato il compito di governare una nazione, la libertà del profeta è totale, la libertà di fare il punto della situazione senza nascondere nulla è assoluta. La libertà di critica è senza condizioni.
Durante la festa dell’intronizzazione, il re è maggiormente esposto all’onore se ha fatto bene, al disonore se ha fatto male.
Così la parola del profeta può essere autentica, senza cancellazioni di parti del discorso, senza tagli e senza rinunce. Il palinsesto rimane quello stabilito da sempre.
Tuttavia il profeta non si rivolge soltanto al re, ma anche alla sua corte e al popolo intero. Chissà, forse perché in fondo ogni popolo ha il re che si merita. Oppure perché il re rappresenta e rispecchia esattamente il popolo che governa.
Dunque la parola del profeta parte dalla sua riflessione sul governo del re e sull’esercizio della legge da parte del popolo. I risultati della riflessione del profeta sono disastrosi: non c’è giustizia per tutti, la legge non è uguale per tutti, c’è chi commette il male e la fa franca, c’è chi ritiene ovvio escludere dalla condivisione della bene comune e della società civile gli stranieri, i poveri, i malati, i più deboli.
Certo, perché sono una zavorra in una società basata sul Prodotto Interno Lordo, il PIL, se non si cresce si diventa poveri e i poveri, che non comprano e non spendono, fanno abbassare il PIL e così anche i ricchi diventano più poveri.
Allora il profeta afferma con forza: «Così parla il Signore: Praticate il diritto e la giustizia; salvate l’oppresso dalla mano dell'oppressore; non fate violenza e non opprimete lo straniero, l'orfano e la vedova».
Il fondamento del governo è il diritto e la giustizia per tutti; questa è la norma che sola può dare stabilità ad un governo. In fondo il profeta Geremia annuncia la stabilità alla dinastia davidica, ma ad una condizione: che non ci sia, da parte del re, alcun arbitrio dispotico perché il re è costituito come rappresentante della giustizia e della bontà divina.
Ma c’è di più.
Dal messaggio profetico emerge chiaramente che Dio è l’istanza suprema dell’alleanza tra Lui e il popolo; dunque, quello che deve animare i governatori di un popolo è un interesse che deve trascendere se stessi; è cioè l’interesse comune, il bene comune, il “bene della città” come dirà lo stesso profeta (29,7).
Questo è anche l’interesse di Dio, non quello dei pochi singoli che vivono alle spalle di altri, i poveri, gli oppressi. Il messaggio di Dio di eguaglianza e di giustizia sociale dà quindi stabilità al re, mentre ogni esercizio della violenza e della forza, come anche della auto-proclamazione di grandezza, è segno di prepotenza umana e quindi di transitorietà piuttosto che di stabilità.
Praticare il diritto e la giustizia significa prendersi cura delle persone deboli di una società: i vecchi, i bambini, le donne, in particolare le persone sole, come lo erano le vedove e gli orfani a Gerusalemme, salvare l’oppresso dall’oppressore significa che le banche, o chi dà denaro in prestito, non deve opprimere chi non riesce a pagare il mutuo della casa, ma permettere una dilazione delle rate, un tempo di pausa; non opprimere lo straniero significa che egli non diventi il capro espiatorio di tutti i mali di una società, ma sia trattato come tutti gli altri, come è scritto nel Levitico (19,34): «Tratterete lo straniero, che abita fra voi, come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso».
Sembrano tutte cose ovvie quelle che il profeta rivendica, eppure ci siamo meravigliati quando abbiamo scoperto che a Rosarno vi erano centinaia di stranieri che lavoravano per un misero salario anche più di 12 ore al giorno, in nero. Ma non ci indigniamo più di tanto quando, con enfasi gagliarda, si annuncia in TV che un certo numero di clandestini è stato respinto in mare oppure che è stato rimpatriato, non ci è detto però che la maggior parte di quelle persone rischiano la morte o la prigione a vita tornando nei loro paesi in cui vige la dittatura o sono in guerra.
Il profeta è molto duro, non usa mezzi termini, spiega che una nazione che non è governata con giustizia ha il destino segnato e dice: questo palazzo reale “andrà in rovina”, e al cap. 21 il profeta spiega che il fuoco divamperà e arderà al punto che nessuno lo potrà spegnere a motivo della prepotenza, della violenza e della malvagità umana.
Tutto ciò porterà alla auto-distruzione, mentre il profeta annuncia che Dio offre una speranza certa alla nazione che praticherà il diritto, la giustizia, la legalità, piuttosto che il compromesso, la corruzione, il tornaconto, il profitto, il degrado che provocano, prima o poi, l’annientamento di quella società.
La denuncia del profeta è chiara, ma allo stesso tempo è chiara la proposta di speranza che annuncia il profeta. Non è diverso l’impegno a cui tutti noi credenti siamo chiamati, un impegno a favore degli ultimi perché ricevano in messaggio di speranza e di un futuri di giustizia e di legalità. Amen!