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Testo biblico del sermone: Filippesi 2, 5–11
Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce.
Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.
Sermone
Cari fratelli e sorelle, oggi è la domenica delle Palme una ricorrenza che nell'anno liturgico si sofferma sulla tappa relativa all'ingresso di Gesù a Gerusalemme, poco tempo prima che venisse crocifisso. Il brano biblico per la predicazione di oggi è una delle più antiche confessioni di fede della Chiesa primitiva. È un vero e proprio inno che testimonianza di ciò in cui si crede che ripercorre le tappe della storia della salvezza.
Questo inno, proprio nella chiesa di Filippi aveva una grande importanza, infatti il culto dell'imperatore era molto radicato e praticato, un culto che riconosceva all'imperatore il titolo di Signore. Questa chiesa si era trovata nelle condizioni di rimarcare la sua fede che comportava l'unico culto e l'unica adorazione a Dio e al solo Signore Gesù Cristo. La confessione dei filippesi è chiara e inequivocabile "Gesù Cristo è il Signore!", non l’imperatore.
Questa comunità cristiana, in Macedonia, deve superare paure, sofferenze, lotte. Era una minoranza religiosa in una città pagana intollerante, ciò provocava una sorta di persecuzione difficile da sopportare. Ma con forza, contro l'imperante culto dell'imperatore la piccola comunità canta: "Gesù Cristo è il Signore!".
L’apostolo Paolo introduce l’inno partendo da un discorso comunitario. L’apostolo esorta i credenti alla comunione reciproca, all’incoraggiamento reciproco, all’amore vicendevole, a vivere concordi e stimando non solo se stessi, ma anche gli altri cercando non il proprio interesse, ma quello comune, quello di tutti. Solo così si può andare avanti in mezzo alle prove e alle persecuzioni.
L’apostolo introduce questo inno invitando tutti ad avere quel sentimento di altruismo che è stato presente in Gesù Cristo «il quale pur essendo in forma di Dio... spogliò se stesso». Questo antico inno ci insegna che Gesù, pur godendo di una «esistenza divina» preferì rinunciarvi per amor nostro. Quanto più ciascuno di noi, che non rinuncia proprio a nulla, nei confronti dell’altro/a deve esprimere vicinanza, amore e solidarietà? Altrove l’apostolo spiega che Gesù pur «essendo ricco, si è fatto povero per voi» (II Cor. 8,9).
Dunque, la Parola di Dio ci insegna che Gesù ha rinunciato a quanto c’è di più ricco, per condividere con noi la nostra condizione di esseri umani, la nostra povertà. Non fece valere il suo potere e la sua dignità divina per avere un’occasione da sfruttare, per trarne vantaggio personale, anzi, svuotò se stesso, cioè scelse di diventare solidale con noi, uomini e donne, partecipe della nostra sorte, partecipe di un destino che equivale a una esistenza mortale. Svuotò se stesso della sua divinità per assumere semplicemente una forma mortale.
Ma non solo! Gesù non svuotò se stesso solo per diventare un uomo, ma «prese forma di servo»: questa è una frase che sta in contrapposizione a «forma di Dio», pur essendo Dio, scelse di diventare uomo. La frase sottolinea che egli diventò sì un uomo, ma Gesù non si fermò al livello più alto della realtà umana, Gesù rinunciò non solo alla gloria divina, ma abbandonò anche la società umana dei giusti e degli altolocati e si unì a quella dei peccatori e dei delinquenti. Egli esalò il suo ultimo respiro nell’abbandono più completo perfino da parte di chi gli era più caro. Questa è l'umiliazione.
Egli non si tirò indietro quando le cose si misero male, ma proseguì con coerenza, con ubbidienza alla sua stessa decisione, alla sua stessa scelta, accettando perfino la morte. Lui che era diverso, che poteva far valere i suoi diritti divini, i suoi poteri ultraterreni. L’inno dice: «...fino alla morte» e l’apostolo Paolo aggiunge: «... dico sino alla morte in croce!». La scelta di Cristo non si è fermata nemmeno di fronte all’esperienza umana più ignominiosa e squalificante. Tutto questo Gesù non l’ha fatto perché costretto, ma per libera obbedienza, non fu umiliato, ma umiliò se stesso.
L’obbediente è diventato il crocifisso.
L’inno, a questo punto, sarebbe concluso. Ma non termina qui, potrebbe, ma continua presentando la reazione di Dio a tutto questo: Dio lo ha innalzato sovranamente, lo ha esaltato dandogli il nome più eccelso, più grande che esista: cioè Signore.
Nel mondo antico il nome non è solo un termine che serve a distinguere una persona da un'altra, è molto di più, esprime l’essenza e la dignità della persona che lo porta. Colui che ha vissuto per servire, che si è abbassato e si è umiliato, viene esaltato e posto quale Signore di tutto il mondo. Perché egli è il solo Signore (Adonai - Kyrios), un termine che per la Bibbia è il titolo proprio di Dio. Solo Dio è Signore e nessun altro.
Cosa significa tutto questo? Che tutti sono ora chiamati a riconoscere Gesù Cristo come Signore; tutti sono ora chiamati a confessare la propria fede in colui che ha scelto di condividere la miseria umana per amore, per essere solidale con chi vive la debolezza e la caducità umana, che è morto per questa scelta. A Gerusalemme, tutti lo osannano, ma nessuno sarà disposto a percorrere la strada di Gesù fino in fondo, a condividere la sorte del Signore. Tutti lo abbandoneranno, compreso i suoi discepoli.
Questa è la nostra umanità, care sorelle e cari fratelli, è la nostra inclinazione a essere più vigliacchi e meno fedeli. «Ti seguo finché non mi costa nulla, finché non mi espongo, finché non mi comprometto troppo, fin tanto che le cose vanno come voglio io; anzi, se va diversamente, sei tu, Signore, il traditore, colui che tradisce le mie attese, le mie aspettative. Sei tu che permetti il dolore, la sofferenza, la solitudine...».
Confessare che “Gesù è il Signore” significa seguirlo anche sulla strada del dolore, sulla strada della croce, nelle difficoltà e nelle prove.
Confessare Gesù quale unico Signore non è un semplice atto intellettivo, il riuscire a comprendere l'evento storico della salvezza, ma significa accettarlo, e accettarlo significa viverlo concretamente. L’ubbidienza di Gesù di cui parla l’inno, è anche l’ubbidienza a cui siamo chiamati. Ubbidire per noi significa porsi al seguito di Cristo, diventare suoi discepoli, seguirlo, seguirlo lungo la via che egli stesso ci traccia.
Seguire il Signore è coerenza, è accoglienza e accettare la nostra vita e ciò che essa ci riserva, ma non con rassegnazione perché tanto non possiamo farci niente, ma cercando di prendere, dalle esperienze che facciamo, tutto il necessario per temprare la nostra esistenza, il nostro cuore, la nostra spiritualità e la nostra fedeltà al Signore.
Seguire Cristo in ogni circostanza non significa diventare passivi nei confronti di tutto ciò che la vita ci riserva, ma significa imparare ad avere la capacità di trasformare le esperienze delle prove, dei dolori, della sofferenza, del lutto, ma anche delle gioie e dei momenti gratificanti, di trasformarle in determinazione, capacità di resistenza, forza, coraggio, attività, ma anche capacità di amare che ci proviene sì dal Signore, ma anche dalla consapevolezza forte del significato della vita.
Fratelli e sorelle, ci dia quindi il Signore il coraggio e la forza di confessare Cristo come unico Signore sulla strada che egli ci traccia, nella consapevolezza che sempre ci sosterrà e non ci abbandonerà mai. Amen!