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Sermone di domenica 11 aprile 2010 (I Pietro 1, 3-9)

Il testo biblico della predicazione

I Pietro 1, 3–9

Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha fatti rinascere a una speranza viva mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una eredità incorruttibile, senza macchia e inalterabile. Essa è conservata in cielo per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, per la salvezza che sta per essere rivelata negli ultimi tempi.

Perciò voi esultate anche se ora, per breve tempo, è necessario che siate afflitti da svariate prove, affinché la vostra fede, che viene messa alla prova, che è ben più preziosa dell’oro che perisce, e tuttavia è provato con il fuoco, sia motivo di lode, di gloria e di onore al momento della manifestazione di Gesù Cristo.

Benché non l’abbiate visto, voi lo amate; credendo in lui, benché ora non lo vediate, voi esultate di gioia ineffabile e gloriosa, ottenendo il fine della fede: la salvezza delle anime.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, l’autore della lettera di Pietro scrive ad alcune comunità cristiane dell’Asia Minore alla fine del primo secolo, quando, dopo un periodo iniziale di consensi ed entusiasmo per la fede cristiana, i credenti, durante il governo dell’imperatore Domiziano, cominciarono a subire dure prove e persecuzioni. Fu un periodo successivo a quello di Nerone che, però, limitò le sue persecuzioni contro i cristiani solo a Roma.

La lettera è scritta a dei credenti convertiti ormai da qualche tempo che cominciano a vivere il forte disagio dell’incertezza del domani, l’insicurezza, il disagio della sofferenza, della discriminazione, dell’allontanamento causato dai pregiudizi e dall’intolleranza.

Per questo motivo il brano alla nostra attenzione parla di una eredità incorruttibile e inalterabile, che si contrappone all’eredità terrena non è soltanto qualcosa che bisogna, prima o poi lasciare, ma è soggetta al degrado, al deterioramento, al disfacimento, all’annullamento; qui sulla terra la vita non può che essere costellata di difficoltà, di prove, di sofferenze e tribolazioni. Ogni motivo per essere tristi quindi, diventa legittimo.

L’autore scrive per esortare i credenti in queste difficoltà e disagi, questo è lo scopo della lettera. Egli ricorda non solo che ai credenti è promessa una eredità inconrruttibile, eterna, ma che Gesù Cristo è risuscitato dai morti, cioè dal disfacimento e dal dissolvimento, e la sua risurrezione ci dà la consapevolezza anche a noi, già ora, che ci è data una vita nuova, che noi siamo «rinati ad una speranza viva».

Questa speranza cambia le cose, cambia tutto.

La risurrezione di Cristo dai morti ci rivela che la speranza può essere una realtà e non una pia illusione, che la «speranza viva» di cui parla l’autore biblico è proprio quella vissuta nella quotidianità e che ci permette di non cedere e neppure di arrendersi di fronte alle avversità e alle prove della vita o davanti all’intolleranza umana.

L’autore della lettera ci chiede di vivere nella dimensione della fede, una fede che ci rende consapevoli della salvezza, cioè della possibilità che ci è data di saper guardare oltre il nostro orizzonte umano, di affrontare le avversità della vita con gioia.

Perfino le persecuzioni servono per affinare la fede.

In fondo, la prova non è che l'esame della fede, la riprova del suo valore; una fede preziosa per la vita, per l’esistenza umana; una fede che è più preziosa dell’oro: come il fuoco libera l'oro da eventuali scorie, allo stesso modo la prova e la sofferenza rendono la fede autentica, cioè fondata unicamente su Gesù che ha conosciuto la prova, la sofferenza, la morto, ma che è risuscitato; la nostra fede, siamo chiamati a fondarla su Cristo e non su motivazioni umane empiriche o riflessioni logiche.

L’accento dell’autore è posto sul fatto che ognuno di noi è chiamato a vivere una vita nuova, una nuova nascita, una risurrezione, che è resa possibile perché Cristo è risuscitato. Questa risurrezione del Signore ci permette di avere una speranza viva, cioè vera, che non ci deluderà, ma anche vivace, che reagisce, non si rassegna, non si aliena, non si isola, ma si attiva e si mette in viva relazione con gli altri.

Questa fede è per noi motivo di gioia. Benché non sia evidente, non sia logico, ovvio, anzi, benché le avversità e le prove ci presentino una realtà buia, triste e angosciante, l’autore biblico afferma: «gioite», «esultate di gioia ineffabile», indescrivibile; la fede provata sia per voi «motivo di lode, di gloria e di onore».

Certo oggi, i credenti non subiscono più, almeno qui da noi, avversità e persecuzioni in quanto credenti, tuttavia viviamo anche noi la “prova della fede”, viviamo diverse difficoltà. Per alcuni di noi può essere la malattia, un lutto, per altri la crisi economica che stiamo attraversando che causa precarietà, privazione, disoccupazione, ansietà, preoccupazione e inquietudine per un futuro incerto e confuso.

E pensate a una persona come l’autore della lettera di Pietro che viene a dirci: Perché hai paura? Tu hai ricevuto un dono che è più prezioso di ogni sicurezza umana, di ogni conto in banca, di ogni futuro luminoso. Metti davanti a te, davanti a ogni cosa, la fede e vedrai che il tuo orizzonte cambierà, che il luogo della tua tristezza diventerà il luogo della speranza; la fede ti permetterà di reagire, di essere presente sulla scena umana con determinazione e scoprirai, attraverso le esperienze di sofferenza, quanto tu possa essere vicino e solidale con chi vive realtà di incertezza, sofferenza e tristezza.

Per la lettera di Pietro, la vita della fede non può fare a meno dell’esperienza di sofferenza che non ha un carattere catarchico, una funzione di purificazione dai peccati, ma un carattere di partecipazione alle sofferenze di Cristo sulla croce e con tutti coloro che soffrono: si tratta della capacità di accogliere la vita e l’esistenza umana come un dono, significa diventare capaci di essere vicini a chi soffre non come persone estranee, ma come persone che conoscono il dolore e la sofferenza umane.

La gioia a cui siamo invitati, non è un'allegria gratuita che serve a non pensare alle cose cattive, o a non prendere troppo sul serio la vita, ma è capacità e forza d’animo di essere solidali con gli ultimi, è consapevolezza che il dono della fede che ci fa sperare e credere è anche capace di farci guardare oltre le nuvole nere che sembrano incombere, oltre la fragilità e la debolezza umane, oltre tutte le tristezze, le depressioni e le malattie umane per credere che la nostra vita ha un valore, un senso oggi, certo in vista di quello che ci è promesso e che avrà il suo compimento nel Regno di Dio; ma oggi noi credenti siamo chiamati a fare della nostra esistenza un luogo di gioiosa accoglienza, di solidale dialogo e di fruttuoso confronto.

Amen!

 

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