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Sermone di domenica 23 maggio 2010 (Atti 2,1-8)

Testo della predicazione: Atti 2, 1–8

Quando il giorno della Pentecoste giunse, tutti erano insieme nello stesso luogo. Improvvisamente si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, e riempì tutta la casa dov’essi erano seduti. Apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro. Tutti furono riempiti di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi.

Or a Gerusalemme soggiornavano dei Giudei, uomini religiosi di ogni nazione che è sotto il cielo. Quando avvenne quel suono, la folla si raccolse e fu confusa, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. E tutti stupivano e si meravigliavano, dicendo: «Tutti questi che parlano non sono Galilei? Come mai li udiamo parlare ciascuno nella nostra propria lingua natìa?

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, all’inizio la festa ebraica della Pentecoste non era altro che una festa del raccolto; successivamente divenne la festa che ricordava il dono della Legge che Dio diede a Mosè sul Monte Sinai. Le tavole della Legge per Israele significano il Patto di Dio con il suo popolo, un'alleanza indissolubile. A Pentecoste questo dono della Legge di Dio veniva ricordato.

Nell'episodio del monte Sinai, la manifestazione del Signore è accompagnata da un «rombo» e dal «fuoco» in mezzo al quale scende il Signore (Esodo 19), nell'episodio di Pentecoste, nella stanza dove i discepoli/e erano riuniti, il Signore si manifesta allo stesso modo, come a Mosè sul monte Sinai: un rombo, un suono come di vento impetuoso che soffia è udito da tutti, e il fuoco che appare come lingue di fuoco che si divide e si posa su ciascun discepolo e discepola si richiama al fuoco del pruno ardente sul Sinai.

Il messaggio dell'autore degli Atti è forte: «Adesso sta accadendo che Dio fa un nuovo Patto, una nuova alleanza. Una nuova legge è donata: quella dell'amore e della grazia del Signore, attraverso il nuovo Mosè, Gesù Cristo».

Questa è Pentecoste, cioè una speranza che si apre verso il futuro che ci sta davanti.

Questo episodio di Pentecoste è collegato al racconto della Torre di Babele, seppure così diversi; in comune hanno la diversità delle lingue che da una parte disperde le persone e dall’altra li riunisce.

Questo però non significa che a Pentecoste si riordina il disordine cominciato a Babele. Infatti nel racconto della torre di Babele il disperdersi ha il significato di spargersi sulla faccia della terra, così come aveva voluto il Signore quando aveva detto «Moltiplicatevi e riempite la terra…» (Genesi 1, 28).

Accadde invece il contrario: un gruppo decide di fermarsi, di costruire una città, con forti mura a proteggerla, e di formarsi un’identità simboleggiata da una torre molto alta.

Queste persone temono la dispersione e si adoperano a scongiurarla, legano il loro nome a una città e cessano di spargersi. Ma Dio ha altri disegni e, contro la loro volontà, li disperde per realizzare il suo progetto.

Non è quindi un castigo rivolto a chi tenta di scalare il cielo con un titanico assalto alla divinità, perché la torre non è una minaccia contro Dio. La torre di Babele rispecchia il desiderio di andare verso una direzione sbagliata, è una spinta verso il vuoto piuttosto che verso la terra abitata, è una spinta verso il cielo deserto piuttosto che verso il mondo popolato. Queste persone hanno paura e si spingono verso una chiusura che conferisca loro sicurezza, cercano di far quadrato contro ogni possibile minaccia per poter vivere con le proprie certezze, ma anche a debita distanza dagli altri, dal confronto, dal dialogo, dalla condivisione.

Dio pone termine a questa scelta, quella di chiudersi all’altro: Dio ha creato l’essere umano perché sia fratello con tutti, con l’uomo Dio crea la fraternità e la condivisione, ogni tentativo di isolamento e di chiusura è una minaccia alla fraternità.

Dio confonde, dunque, le loro lingue: in effetti i costruttori di Babele sono nella stessa condizione dei credenti di Pentecoste, parlando lingue diverse non si comprendono fra di loro, ma sono in grado di aprirsi alla comunicazione e alle altre culture. Alla confusione subentra la diffusione, quella dispersione che non è distruzione e annientamento, ma disseminazione feconda.

Gli episodi di Babele e di Pentecoste sono animati dallo stesso messaggio: non rinchiuderti all’interno delle tue certezze, della tua chiesa, della tua cultura, ma apriti, senza paura al contatto fraterno con tutti.

Oggi, purtroppo, il processo di “Globalizzazione” dell’economia, delle comunicazioni, della produzione, della cultura ecc… propone una disastrosa omologazione e appiattimento di tutto, mentre mai bisognerebbe perdere di vista la valorizzazione della diversità e la dignità di tutte le culture, la solidarietà, il rispetto per l’alterità, il confronto come scelta di metodo.

Ci sono voluti millenni perché l’uomo capisse l’importanza di superare l’egoismo, l’interesse personale, la prevaricazione, l’affermazione della legge del più forte, l’ostilità nei confronti dell’altro; ci sono voluti millenni per convincersi che “gli uomini e le donne nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti”, ma basterebbe un solo giorno perché un’intera società smentisca questi principi.

La nostra identità, di singoli ma anche di popolo, o di chiesa, non è immutabile, ma si forma ogni giorno, si modifica, è un processo all’infinito che si trasforma grazie a rapporti con altri, grazie a esperienze, a relazioni, a contatti. Dunque isolarsi, cioè scalare il cielo deserto, per paura del diverso, rinchiudersi dentro la propria cultura, la propria famiglia, la propria chiesa pone le basi dell’ignoranza dell’altro e genera sempre disagio, rifiuto, xenofobia, razzismo. Chi rifugge dal contatto con l’altro non è una persona che ha una identità, ma semplicemente una non-entità. Mentre l’apertura serena e il confronto fecondo pongono le basi del rispetto, della tolleranza, della condivisione e della fraternità.

Questo è il parlare in lingue degli apostoli a Pentecoste e, superato lo smarrimento iniziale, la confusione di Babele potrà rivelarsi come una straordinaria risorsa che permette la dispersione, cioè la possibilità di arricchirsi della fraternità con l’altro diverso da me!

Pentecoste dunque, oggi, significa capacità di parlare di Dio, cioè di saper vedere Dio nella storia di ogni essere umano a cui sono legato da un rapporto di fraternità. Questo può accadere nell’azione dello Spirito Santo che abbatte i muri dell'indifferenza, della parzialità, dell'odio attraverso la comprensione di qualcosa di nuovo; il parlare in altre lingue, nel momento in cui lo Spirito giunge, rappresenta l’apertura, la dispersione, il confronto, il dialogo, a cui tutti i credenti sono chiamati. Lo Spirito ci fa sentire parte di una umanità variegata, multiforme nei colori, nel carattere, nella spiritualità, nell’identità.

«Ma come, tutti questi non sono Galilei? Come mai li udiamo ciascuno parlare nella nostra lingua?». Lo Spirito abbatte i muri dell’incomprensione, anche quella l'incomprensione dovuta alla differenza delle lingue. Dalla Torre di Babele in poi Dio vuole salvaguardare questa fraternità, questa unità dei popoli, ma le persone che vogliono costruire una città protetta da mura e controllata da una alta torre non è il disegno di Dio, non è confronto e dialogo, non è condivisione e fraternità, ma divisione, separazione, chiusura. Purtroppo questo accade anche oggi, nelle nazioni, nei governi, nelle società e perfino nelle chiese.

Dunque, il senso di parlare in altre lingue è questo: ci è data la capacità di vivere la diversità di ciascuno non come minaccia, ma come ricchezza. Impariamolo dunque, e resistiamo alla tentazione di pensare che la diversità di cultura, di identità, di abitudini, di filosofia, di teologia dell’altro/a sia una gradino più in basso della nostra, qualcosa di retrò o di cui cambiare e migliorare.

Siamo chiamati all’accoglienza e non all’omologazione, all’integrazione e non all’assimilazione. La diversità di ciascuno è dono dello Spirito, non ergiamo muri di divisione, non edifichiamo torri che ci permettono di incamminarci, come eremiti, verso luoghi vuoti, deserti, senza gente, senza vita, ma impariamo il rispetto, la solidarietà, l’accoglienza di tutti: impariamo, cioè, a parlare la diversità delle lingue dello Spirito Santo. Amen.

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