Ciò che caratterizza le nostre comunità non deve dividerci 6


Questa la lettera che il pastore Ciaccio ha fatto leggere durante l’iftàr, ovvero la rottura del digiuno ( iniziato all’alba) al tramonto durante il mese di ramadàn, la sera del 23 giugno, cui sono state invitate le comunità religiose non islamiche di Palermo insieme alle autorità civili e militari della città.

Care amiche e cari amici musulmani,

purtroppo non potrò essere presente al gioioso iftàr di questa sera, dove avete invitato amiche e amici comuni, anche se non di fede islamica. Ci tengo però a farvi avere un breve messaggio di saluto.

Una delle caratteristiche della chiesa valdese e della maggior parte delle chiese cristiane appartenenti alla famiglia protestante — caratteristica che ci distingue praticamente da ogni altra confessione religiosa al mondo — è che noi non abbiamo regole alimentari né pratichiamo il digiuno, se non in casi eccezionali. Pertanto il sàum [cioè, il digiuno rituale, N.d.R.] osservato nel mese di Ramadàn dovrebbe essere quanto di più lontano dalla pratica della chiesa che rappresento.

Così non è. Anche se noi non pratichiamo il digiuno, il Ramadàn ha alcuni punti di contatto con la nostra fede cristiana protestante.

In primo luogo, il carattere sabbatico del Ramadàn: fermarsi da attività normali, per testimoniare al mondo che tutto appartiene a Dio, compresi il nostro spirito e il nostro corpo, è un’importante atto di fede. Noi, come voi, sappiamo che la nostra libertà — personale e collettiva — è una conquista di Dio. Il mondo ci vorrebbe interamente per sé, 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Il mondo vorrebbe che noi seguissimo il suo andamento, i suoi orari, le sue esigenze. Noi, come voi, sappiamo che dedicare una parte del nostro tempo a Dio è il più grande atto di resistenza nei confronti degli dei d’Egitto, che tenevano il popolo di Mosè in schiavitù ed è il più grande atto di testimonianza del nostro appartenere al Dio che non è solo la fonte della nostra vita, ma anche e soprattutto della nostra libertà.

In secondo luogo, la possibilità di essere monaci nel mondo. Mi spiego: nella spiritualità cristiana protestante non c’è un clero, non ci sono delle persone che sono istituite per pregare al posto degli altri o per essere cristiani al posto di altre né ci sono luoghi dove ritirarsi dal mondo. Per i cristiani protestanti, ognuno può essere testimone di Dio nella vita quotidiana, laica. Si è testimoni con la preghiera, con le parole, con le azioni. In maniera simile, nel mese di Ramadàn tutti guardano a voi, alla vostra fede, alla vostra testimonianza.

In terzo luogo, la condivisione festosa del pasto. Nella nostra tradizione chiamiamo i momenti in cui ci si riunisce per mangiare insieme agape, ovvero usiamo la parola greca che descrive l’amore di Dio, quell’amore che siamo chiamati a vivere tra sorelle e fratelli. Quando ho partecipato per la prima volta in vita mia all’iftàr la settimana scorsa, ho sentito la presenza dell’amore di Dio tra noi. Non semplicemente mangiare, ma mangiare al cospetto di Dio insieme ai fratelli e alle sorelle.

Care amiche e cari amici, ho voluto condividere con voi queste riflessioni, che spero saranno gradite a voi e a Dio e che possano essere utili alla reciproca edificazione spirituale. E mi auguro che potremo avere sempre più momenti di incontro e conoscenza reciproca, perché Dio ci ha chiamati a vivere in questo luogo, ad asciugare le lacrime di chi piange, a portare la pace e la giustizia dove ci sono conflitti e ingiustizie. Ciò che caratterizza le nostre comunità non deve dividerci, perché Dio è uno e, nel suo nome, anche noi possiamo essere uniti.

Con affetto e stima,

past. Peter Ciaccio

Palermo, 23 giugno 2016 (18 Ramadan 1437)


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